Tetto stranieri e divieto di burqa, Fracassi (Flc Cgil): “Emergenza immaginaria, Meloni si occupi dei precari”

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Sui nuovi provvedimenti del governo sulla scuola, tetto per gli studenti stranieri in classe, divieto di burqa e obbligo di italiano per i genitori dei ragazzi stranieri, interviene la segretaria generale della FLC CGIL Gianna Fracassi: “L’emergenza è solo nella testa di Meloni e Vannacci. si tenta di spostare il tema dai problemi reali della scuola, dove è precario un docente su quattro”, ha detto in un colloquio con Fanpage.it.
Intervista a Gianna Fracassi
segretaria generale FLC CGIL

Il pacchetto di misure per la scuola per il nuovo anno scolastico prende forma. Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal palco di Fenix, la festa della giovanile di Fdi, ha annunciato l'imminente arrivo di un decreto, che potrebbe essere varato dal Consiglio dei ministri entro questo venerdì. Limitare la concentrazione di studenti stranieri in classe, fissando un tetto massimo per legge, vietare il burqa o veli che coprono il volto, e obbligare anche i familiari di studenti stranieri a studiare l'italiano sono presentate come misure utili a favorire l'integrazione e l'inclusione. Ma le cose non stanno affatto così.

Invece di occuparsi della vera emergenza a scuola, il problema del precariato, il governo si occupa di tutt'altro. E intanto fa propaganda sugli stranieri a scuola. Eppure secondo gli ultimi dati raccolti da FLC CGIL, alla fine dello scorso anno scolastico, si contavano 302mila contratti a tempo determinato, tra personale docente e personale ausiliario tecnico e amministrativo (ATA). "All'inizio del nuovo anno scolastico avevamo minimo 210-220 mila supplenze. Ma questo numero è destinato ad aumentare raggiungendo il numero dello scorso anno: soprattutto sul sostegno arrivano nuove richieste di insegnanti almeno fino a dicembre – ha spiegato a Fanpage.it la segretaria generale della FLC CGIL, Gianna Fracassi – D'altra parte il ministro non l'ha mai smentito, a inizio anno ha detto le supplenze sono 155mila. Ma questa cifra riguarda solo il personale docente, il ministro non conteggia tra incarichi a tempo determinato i 50mila lavoratori ATA".

Tetto 30% di stranieri per classe: misura irrealizzabile

Partiamo dalla questione del numero massimo di studenti stranieri per classe. Una soglia già esiste, come prevede la circolare del 2010 firmata dall'allora ministra Gelmini, secondo cui la percentuale di studenti per classe non dovrebbe superare il 30%. Come sappiamo però questa circolare è rimasta quasi ovunque solo sulla carta: impossibile rispettare la soglia indicata dal ministero, visto che in molti territori il numero di alunni stranieri supera da anni quello degli studenti italiani.

Ricordiamo che la maggioranza degli studenti con cittadinanza non italiana vive prevalentemente nelle regioni settentrionali. Complessivamente, le Regioni del Nord Ovest e del Nord Est accolgono oltre il 60% del totale del totale degli studenti stranieri, seguite poi dal Centro (22,1%) e dal Mezzogiorno. E se questo è il quadro della ripartizione tra le diverse aree del Paese, la situazione è ancora più variegata e frammentata a livello locale, dove ci sono interi quartieri abitati a maggioranza da famiglie stranieri.

Secondo quanto emerso fino ad ora, il provvedimento non dovrebbe genericamente interessare tutti gli alunni con background migratorio, ma dovrebbero essere esclusi dall'eventuale conteggio gli studenti con passaporto Ue e quelli di seconda generazione che già parlano l'italiano.

La segretaria generale della FLC CGIL, Gianna Fracassi, ha ricordato appunto che il tetto già esiste, messo nero su bianco nella circolare firmata da Gelmini: "Ma Valditara come fa a conoscere con esattezza il numero dei ragazzini stranieri che parlano italiano? Nessuno possiede questo dato, non capisco di cosa stiamo parlando", ha detto in un'intervista a Fanpage.it. "Ci sono quartieri con un'incidenza molto alta di stranieri, e questi dati forse non li hanno nemmeno gli enti locali. In queste condizioni non è possibile garantire un tetto fissato per legge. Questo decreto scaricherà sulle scuole e sulla dirigenza l'onere di spostare le persone da un istituto all'altro. L'insediamento delle famiglie migranti non è ordinato secondo schemi che ha in testa il ministro Valditara. Pensano forse di far trasferire le persone da un quartiere all'altro?".

A livello provinciale e metropolitano, per esempio,Milano mantiene il primato per numero di studenti con cittadinanza non italiana (79.039), seguita da Roma (63.782), Torino (39.465) e Brescia (32.747). Secondo le stime Ismu, contenute nel 31° Rapporto sulle migrazioni 2025, sarebbero circa 930mila gli alunni con cittadinanza non italiana iscritti nelle scuole italiane, a partire da quelle dell’infanzia fino alle secondarie di secondo grado. Di questi, quasi due terzi (65,2%, cioè 607mila persone) sono nati in Italia. L'incidenza percentuale sul totale della popolazione scolastica ha raggiunto l’11,6%, ed è aumentata esponenzialmente: in vent’anni è salita dal 3,5% a quasi 12 studenti non italiani ogni 100. Il 51,7% del totale è rappresentato da maschi, il restante 48,3% da femmine.

Divieto di indossare il burqa a scuola: numeri esigui

Nel provvedimento che il governo sta preparando per le scuole, ci sarà anche il divieto di indossare il burqa o il niqab negli istituti scolastici. In questo caso non parliamo di un divieto già esistente, le leggi italiane non lo prevedono (in Francia invece il divieto già esiste dal 2011). In Italia tra l'altro la libertà religiosa è tutelata dall'articolo 19 della Costituzione. Esiste solo una legge del 1975, il cui ambito di applicazione è legato soprattutto alle manifestazioni, che impedisce di indossare caschi protettivi o altri mezzi che possano rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo.

Per quanto riguarda i Paesi in cui il divieto è stato già disposto per legge, la Corte europea dei diritti umani si è già espressa in due occasioni – nel 2014 per la Francia e nel 2017 per il Belgio – confermando che il divieto del velo integrale negli spazi pubblici non violerebbe i diritti fondamentali, richiamando di sicurezza pubblica e uguaglianza tra i sessi. Nel 2008 il Consiglio di Stato con una sentenza ha stabilito che in Italia è consentito indossare il velo integrale per motivi religiosi o culturali, purché questo non ostacoli l'identificazione della persona.

In Italia una disposizione del genere appare smisurata, perché riguarderebbe un numero davvero esiguo di studentesse. Se infatti la percentuale delle studentesse straniere è pari al 48,3%, ovviamente non tutte indossano il velo. Sempre nel rapporto Ismu si specifica che per quanto riguarda la provenienza, gli studenti con cittadinanza non italiana provengono da quasi 200 Paesi diversi. Circa il 43% ha origini europee (soprattutto Romania, Albania, Ucraina, Moldova), il 32% è di origine africana (Marocco, Egitto, Tunisia, Nigeria, Senegal). Mentre circa il 20% è di provenienza asiatica (Cina, India, Filippine, Pakistan, Bangladesh) e l’8,5% di origine latino-americana (Perù, Ecuador). Ora, se osserviamo la composizione religiosa di questi Paesi, quella musulmana è la componente più diffusa in Marcco, Egitto, Tunisia, Senegal, Pakistan, Bangladesh.

Non ci sono stime ufficiali del ministero dell'Istruzione sulla religione degli studenti, poiché la confessione non è un dato obbligatorio al momento dell'iscrizione a scuola. Si possono però ricavare alcuni dati, per offrire una stima sul fenomeno. ‘Pagella Politica' per esempio nel 2024 aveva calcolato che circa il 46% degli studenti stranieri in Italia risultava con la cittadinanza di un Paese dove i musulmani sono la maggioranza tra i credenti. Una percentuale che corrisponde a meno di uno studente su 20 (il 4,9% del totale), considerando anche gli alunni con cittadinanza italiana. Una decina di anni fa (dati elaborati da Tuttoscuola) nelle scuole italiane erano circa 300mila gli studenti di fede musulmana (o originari di paesi a maggioranza islamica). Sicuramente questo numero oggi è cresciuto, ma secondo un'analisi di ‘Tecnica della scuola', se si considera che circa la metà di questa platea potrebbe essere di sesso femminile, ed escludendo le bambine più piccole (il velo convenzionalmente si indossa con la prima mestruazione) ecco che la percentuale di alunne con il velo si abbassa di molto. Per non parlare del burqa, il velo integrale, indossato da pochissime donne musulmane, un fenomeno davvero residuale. Secondo i calcoli di ‘Tecnica della scuola, si parla di circa 500-600 alunne straniere con il burqa in classe. Difficile con queste cifre giustificare l'emanazione di un decreto ad hoc, come se fossimo in presenza di un'emergenza.

"L'emergenza è solo nella testa di Meloni e Vannacci. È un falso problema. Non esistono rilevazioni sul numero di alunne che portano il burqa o il niqab, però sono veramente casi molto molto limitati. Altra cosa è il velo, che è sicuramente più diffuso del burqa. Non so dove Valditara le abbia viste le ragazze con il burqa a scuola. Non mi pare proprio, insomma, che sia un problema nel nostro Paese. È semplicemente un'operazione di propaganda, per lanciare degli allarmismi sul nulla. Questo è il punto che dà fastidio, perché il tema non è certo il velo o il niqab. Il punto è come garantire piena inclusione a ragazzi e ragazze con background migratorio che arrivano nelle nostre scuole. E questo significa ovviamente organici rafforzati, avere un quadro anche di stabilità del lavoro, perché voglio ricordare che in Italia un docente su quattro è precario. Però come al solito si tenta di spostare il tema dai problemi reali della scuola. Lo trovo ridicolo", è il commento di Gianna Fracassi. "Chiederei invece alla presidente del Consiglio di mettere i suoi sforzi nel reperimento di risorse, per stabilizzare i precari e per dare salari dignitosi".

"E se proprio non vuole occuparsi del personale, si occupi del benessere nelle scuole, che come sappiamo non hanno neanche gli impianti di climatizzazione".

Sul divieto di burqa e niqab i presidi non sono però apertamente in contrasto con la premier. Il presidente dell'associazione dei presidi, Giannelli, per esempio si dice favorevole: "Personalmente ritengo che in classe non debbano esserci segni distintivi, e che la persona comunque debba essere riconoscibile. In Francia è già così".

Per Fracassi non sono altro che "cavolate. È solo il tentativo di spostare il focus con una mossa di propaganda sfortunata, all'indomani di quanto è accaduto venerdì in una scuola media italiana, cioè l'accoltellamento di una professoressa da parte di uno studente 13enne. Io non ci sto al gioco della presidente del Consiglio, che ha fatto poco o nulla per la condizione delle persone che lavorano nella scuola, a partire dai salari. Non ci sto a spostare la discussione su quanti indossano il velo e quanti non ce l'hanno: è un falso problema, ripeto. Meloni si ostina a non affrontare i problemi veri della scuola italiana".

Italiano obbligatorio per i genitori di ragazzi stranieri: mancano le risorse

La terza parte del pacchetto scuola che il governo ha annunciato riguarda l'obbligo di imparare l'italiano per i genitori di quelli con problemi gravi di inserimento scolastico. Secondo l'Anp, le scuole non possono nell'immediato caricarsi anche questa responsabilità: "La scuola si occupa degli studenti, diversi sono invece i centri per gli adulti. Certo, la scuola è in grado di organizzarsi ma come sempre servono risorse". A questo scopo esistono già i Centri Provinciale per l'Istruzione degli Adulti (CPIA) che sono centri statali dedicate all'istruzione e alla formazione di adulti e giovani dai 16 anni in su.

"Questi CPIA, che offrono anche corsi per stranieri per la certificazione della lingua italiana, sono molto deboli, sono stati spogliati di risorse – ha sottolineato Fracassi a Fanpage.it – Una cosa è dire che bisogna di rafforzare i corsi di italiano gratuiti all'interno di questi centri, altra cosa è introdurre l'obbligo. C'è sicuramente un tema, abbiamo anche le strutture che potrebbero occuparsene, peccato siano state impoverite dal punto di vista delle risorse".

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