Come si fa la rivoluzione: cosa chiedono i ragazzi in protesta a Milano e le piazze di tutta Europa

Immagine
Scontri a Milano, sciopero degli autotrasportatori e agricoltori al Sud Italia, piazze in fiamme a Parigi, Bruxelles e in Albania: cosa sta succedendo e quali sono i motivi dietro le proteste che stanno dilagando in Europa. Alla crescente rabbia dei cittadini europei, la politica non sa dare più risposte: ma allora, come si dovrebbe fare una rivoluzione?

In questi mesi l’Europa è stata una gigantesca pentola a pressione. Si sapeva che prima o poi sarebbe esplosa. Quel momento è arrivato. Quello che sta succedendo in questi giorni in Italia, in Francia, in Spagna, in Albania e nel resto del mondo non può essere banalizzato. Non sono solo scontri. Non sono solo violenze. Non sono solo bombe carta. È qualcosa di molto più profondo e complesso che non si è presentato così all’improvviso.

Possiamo pensare proprio a una pentola a pressione. Sul fuoco ci sono tutte quelle ragioni che hanno alimentato le proteste: il carovita, l’inflazione galoppante, i salari da fame, gli affitti alle stelle, i tagli ai servizi pubblici, le liste d’attesa, i genocidi, le guerre, la crisi climatica. Potrei andare avanti ancora un po’. Tutto questo si è accumulato al punto che un’intera generazione ha deciso di scendere in piazza perché era l’unica cosa che poteva fare. Perché banalmente, non ha più niente da perdere. Esattamente come i lavoratori dell’autotrasporto che hanno bloccato le strade del sud Italia per avere una cosa apparentemente semplice: delle risposte.

Per capire quello che sta succedendo nelle piazze d’Europa dobbiamo distinguere le cause dal metodo. È molto importante. Perché le immagini delle vetrine spaccate e dei negozi saccheggiati non possono diventare un alibi per invalidare le ragioni della protesta. Allo stesso tempo, la rabbia sociale non può essere un alibi per accettare la violenza. Altrimenti, rischiamo di semplificare il dibattito, di perdere il focus e ridurre il discorso a uno contro l’altro: i manifestanti contro gli agenti, i giovani contro gli adulti, i buoni contro i cattivi. Proviamo a non perdere il quadro d’insieme. Andiamo per gradi.

Cosa è successo: le piazze europee sono in fiamme

Nelle settimane scorse abbiamo visto le immagini dei cortei spagnoli. A Madrid lo sfratto di Maria Carmen Abascal è stata la miccia che ha innescato le proteste in tutta la Spagna. La donna di 87 anni è deceduta qualche giorno più tardi, diventando in qualche modo la martire e il simbolo nazionale della crisi abitativa. L’ondata di protesta è stata così forte che dopo la bocciatura dei decreti casa del governo, il premier Pedro Sanchez si è dimesso e ora la Spagna andrà a elezioni anticipate.

In Francia tutto è cominciato dalle scuole. Gli studenti francesi sono scesi in piazza per denunciare le condizioni dei loro licei: le aule fatiscenti e sovraffollate, il personale scolastico insufficiente, i tagli alla scuola pubblica. Ma anche per chiedere di cambiare un sistema di accesso all’università che negli anni ha finito per aprire le porte degli atenei migliori a chi ha background già privilegiati, lasciando fuori tutti gli altri. Nel frattempo la protesta si è allargata agli universitari e ai gilet gialli, simbolo delle mobilitazioni contro il caro carburanti nel 2018.

All’inizio ci sono state manifestazioni pacifiche ma nei giorni successivi si sono verificati diversi episodi di violenza. A Limoges lo storico municipio è stato incendiato e praticamente distrutto. A Parigi ci sono stati roghi, devastazioni e saccheggi, mentre il Comune di Marsiglia è stato assaltato.

Anche in Albania la protesta è dilagata. Da una settimana Tirana è teatro di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. A innescare la rivolta è, ancora una volta, il carovita, ma non solo. Gli albanesi in piazza gridano “il Paese non è in vendita”: contestano il via libera al mega resort di lusso legato a Jared Kushner, il genero di Donald Trump che vuole mettere le mani su un’area protetta, l’isola di Sazan.

In Belgio gli studenti hanno manifestato contro i tagli alla spesa pubblica e le politiche di austerità promosse dal governo. Le mobilitazioni non si limitano ai confini europei. Ci sono state proteste simili anche in India, Argentina, Brasile.

Alla fine l’ondata è arrivata anche in Italia. Al Sud camionisti e autotrasportatori hanno paralizzato le strade per protestare contro il caro benzina. Gli scaffali dei supermercati in alcune zone di Puglia, Sicilia e Calabria sono rimasti vuoti. Nel frattempo a Milano, Roma, Torino, Bologna i giovani hanno riempito le piazze. Accanto ai cortei pacifici ci sono stati momenti di tensione sfociati in guerriglia. Soprattutto a Milano, messa a ferro e fuoco. Apparentemente alcune di queste manifestazioni di cui abbiamo parlato nascono da ragioni diverse: tagli, riforme, manovre di bilancio. Ma all’origine potremmo dire che hanno tutte un unico comune denominatore.

Viviamo in perenne crisi e non abbiamo più un futuro: perché si protesta

Chi è nato tra la fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000 ha vissuto la maggior parte della sua vita nella crisi: prima quella del 2008, poi il 2011, poi la pandemia, le guerre in Ucraina e in Medio Oriente e la conseguente crisi energetica. Chi oggi ha tra i venti e i trent’anni è cresciuto con il mito del “se vuoi puoi”: basta solo “impegnarsi”. E quindi abbiamo studiato, ci siamo iscritti all’università, abbiamo fatto quel master, quello stage sottopagato, siamo andati all’estero, abbiamo investito in quello che pensavamo fosse il nostro futuro. Ma oggi quei ragazzi e quelle ragazze sono rimasti con un pugno di mosche.

Attorno a loro hanno visto sgretolarsi punti fermi, cose che credevano certezze: la casa, uno stipendio dignitoso, la famiglia, hanno smesso di essere diritti e sono diventati privilegi. Anche se studi e lavori non è detto che potrai vivere meglio. Perché nel frattempo l’inflazione è salita, i salari non sono stati adeguati di conseguenza e il nostro potere d’acquisto si è ridotto anno dopo anno. I prezzi degli affitti sono diventati insostenibili, la pensione è un miraggio, la sanità pubblica è stata gradualmente privatizzata e i servizi smantellati mentre i governi dicevano sì al riarmo.

Intanto il mondo attorno a noi ha continuato a bruciare a causa delle guerre e di una crisi climatica che buona parte della politica continua ad ignorare. Mentre tutto questo accadeva, abbiamo visto la ricchezza concentrarsi nelle mani di pochi e le disuguaglianze sociali aumentare a dismisura. Oggi la maggior parte di noi lavora consapevole di non avere prospettive. Chi nasce in una condizione svantaggiata è difficile che riesca uscirne. L’ascensore sociale si è bloccato e solo chi parte già da una situazione di privilegio può ambire ad avere di più.

Alla fine, la pentola a pressione è esplosa. La rabbia sociale è il sentimento trasversale che accomuna generazioni e manifestanti. In alcuni casi quel sentimento è degenerato in violenza e nel giro di poco il racconto delle piazze si è trasformato. Le immagini degli scontri e dei saccheggi sono bastate a cancellare le rivendicazioni dei cortei. Il dibattito si è ridotto a una conta delle ragioni e dei torti. Come si trattasse solo di questo.

Ma allora come si fa la rivoluzione?

In uno dei video delle barricate in fiamme in piazza Duomo, un ragazzo di 16 anni dice: “Questo è l’unico modo per farci sentire”. Un altro dice che le vetrine di quelle botique distrutte in centro sono “piene di roba che da sola costa come lo stipendio dei miei genitori”. Spaccare quelle vetrine diventa il modo per prendersi tutto quello che la nostra società capitalista gli ha promesso e poi negato. È vero, le rivoluzioni non si sono mai combattute mettendo i fiori nei cannoni. Ma siamo davvero sicuri che questa violenza serva a qualcosa?

Mi spiego meglio. Alle conquiste sociali di questo Paese non ci siamo arrivati perché qualcuno ce le ha concesse dall’alto. Il motore è sempre stato il conflitto. Pensiamo allo Statuto dei lavoratori: l’approvazione nel 1970 arrivò al culmine di una stagione durissima di scioperi, lotte operaie e sì, anche scontri.

Ma in quell’occasione come in altre, a innescare il cambiamento fu soprattutto la mobilitazione. Gli scioperi e l’occupazione delle piazze sono stati gli strumenti principali per esprimere il rifiuto dello status quo. La violenza invece, alimenta la paura. Finisce per allontanare il cittadino dalla causa e creare altre fratture. A Milano ad esempio molti negozi sono rimasti chiusi o hanno chiuso in anticipo per paura di nuovi scontri.

Alcuni potrebbero dire che le azioni violente servono a far rumore, ad accendere un riflettore. E forse da una parte è pure vero. Il problema è che allo stesso tempo diventano il centro del racconto pubblico e mediatico. Le ragioni della protesta passano in secondo piano.

Provate a leggere le prime pagine dei giornali in questi giorni. Si parla di “generazione baby gang”, di “maranza”, delle vetrine rotte e dei negozi ingiustamente devastati. La distruzione occupa lo spazio dei media e della politica ma non porta a conquiste politiche reali. Anzi, paradossalmente finisce quasi per legittimare la repressione: perché il cittadino che ha paura chiede l’intervento dello Stato, vuole essere protetto e tornare a sentirsi sicuro.

In realtà, alla base di ogni rivoluzione che si rispetti non c’è la violenza ma piuttosto, un messaggio potente e collettivo. L’idea condivisa che le cose si possano cambiare per il bene comune. Che poi, alla fine, è un po’ il pensiero racchiuso nell’appello che uno studente ha pronunciato davanti agli agenti in tenuta antisommossa a Torino: “Siamo dalla stessa parte, abbassate gli scudi”. 

La politica non sa più dare risposte

Davanti all’enorme mobilitazione come ha reagito la politica italiana? In modo scomposto. Il governo ha usato le violenze per trasformarla in una questione di ordine pubblico. Salvini ha annunciato l’invio di 500 militari “per difendere Milano” e in queste ore è tornato a parlare di emergenza maranza, a dare la colpa agli italiani di seconda generazione e a rispolverare vecchie proposte per introdurre nuovi reati e punire il dissenso. Come se di decreti sicurezza non ne avessimo già abbastanza e con risultati parecchio discutibili.

Il governo ha reagito con un altro provvedimento repressivo. Il timore è che esattamente come è accaduto con i precedenti decreti sicurezza, l’intervento si riveli inutile o comunque insufficiente.  La “risposta dello Stato sarà ferma”, dicono da Palazzo Chigi. Il problema è che difficilmente l’ennesima svolta securitaria  offrirà una soluzione. Sicuramente, non sarà la risposta alle domande degli studenti che reclamano un futuro, alle richieste dei lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese o alle rivendicazioni di chi non può pagare un affitto o addirittura un pieno. Militarizzare le città come vuole Salvini non placherà la rabbia e probabilmente non avrà l’effetto deterrente sperato.

Forse, come ha sottolineato il capo dello Stato Sergio Mattarella, servirebbe fare un’analisi approfondita di quello che sta succedendo. Prima di lanciare nuovi slogan, di gridare alla remigrazione o di buttare fuori nuovi pacchetti sicurezza, dovremmo interrogarci su chi sono quei ragazzi e operare i giusti distinguo. Perché i ragazzi e le ragazze che hanno manifestato pacificamente  (e sono centinaia di migliaia) non hanno nulla a che fare con chi ha vandalizzato le città.

Servirebbe un’analisi intelligente, come dice Mattarella, perché comunque quelle violenze non sono piovute dal cielo. Provare a capire cosa c’è dietro non significa giustificarle, non lo stiamo facendo. Ma quelle violenze sono state precedute da una scia di altra violenza a cui abbiamo assistito ogni giorno sentendoci impotenti. Subire una crisi dopo l’altra, lavorare per una paga misera, rinunciare alla famiglia, vedere il pianeta distruggersi, il diritto internazionale sgretolarsi e le industrie della guerra arricchirsi sono tutte forme di violenza che le nuove generazioni non vogliono più essere costrette a sopportare. Moltissimi giovani non sono più disposti a pagare il prezzo delle decisioni dei loro leader.

Anche le opposizioni, che sono corse a condannare i disordini, non sembrano essere in grado di comprenderne davvero le ragioni. Il punto è che oggi i partiti non sono più un anello di congiunzione tra la società e le istituzioni, hanno smesso di farsi carico delle istanze dei cittadini, di interpretarle e di diventarne portavoce.

Il patto sociale, quell’accordo implicito tra Stato e cittadino si è rotto e nessuno sa davvero come fare a ricostruirlo.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views