Manuel, un manifestante di Milano: “Ci chiamano maranza e ci ignorano, costretti a fare casino per farci sentire”

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Ragazzi appena usciti dalla questura di Milano dopo il fermo di domenica. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida
Dal carovita alla mancanza di lavoro, passando per il razzismo e l’abbandono istituzionale. A Fanpage.it le voci di Manuel, Blanco e degli altri giovani fermati dopo i disordini in centro: “Non siamo criminali, ma ragazzi soli a cui mancano le opportunità per costruirsi un futuro”.

"La violenza è la nostra voce, l’unica che viene ascoltata. Spaccare le vetrine è un modo per parlare ad uno Stato e ad una società che non ci ha mai visti", così Manuel a Fanpage.it, spalle dritte e felpa nera, di fronte alla questura di Milano.

È appena uscito, dopo 24 ore di arresto, insieme ad altri tre ragazzi: Lalo diciottenne metà albanese e metà napoletano, suo fratello Lele, ventenne, e Blanco, 19 anni (nomi di fantasia su richiesta degli intervistati).

Manuel invece ha 21 anni, vive da solo a Milano, e lavora in nero. "Mio padre è in carcere a Pavia, mia madre vive con il suo compagno. Mi hanno lasciato da solo. Per me è difficile andare avanti, faccio molta fatica", racconta mentre tenta di chiudere lo strappo che ha nella giacca.

"Il 18 ottobre sono sceso in Piazza Duomo per protestare perché non ce la facciamo più: i giovani non trovano lavoro e la gente fa fatica ad arrivare a fine mese tra spesa, bollette e benzina. Io stesso non ho un lavoro regolare. Verso le 5 le squadre antisommossa e i carabinieri in borghese ci sono venuti addosso aggredendoci con manganelli, spray al peperoncino e scudi. Anche se stavo solo camminando tranquillo, in tre mi hanno sbattuto a terra, mi hanno strappato il giubbotto, graffiato e fatto male al ginocchio, minacciandomi e perquisendomi senza alcuna ragione", racconta il giovane.

"Con la scusa che ero senza documenti, mi hanno portato nella caserma vicino a Fatebenefratelli promettendomi che ci sarebbe voluta solo mezz'ora per un controllo di routine. Invece, mi hanno sequestrato tutti i beni personali e mi hanno trattenuto per un giorno e mezzo senza darmi la possibilità di contattare nessuno. Sono stato sbattuto in una cella con altre 27 persone, eravamo ammassati come cani. Abbiamo passato la notte a gelare, senza letti, senza coperte né cuscini. Gli agenti hanno picchiato un gruppo di ragazzi proprio davanti a noi; abbiamo fatto casino per difenderli ma non potevamo intervenire".

Dopo gli scontri di sabato a Milano, Torino e Bologna, sfociati in seguito alla mobilitazione nazionale contro il carovita, le tensioni sono riprese domenica pomeriggio nel capoluogo lombardo. Gruppi di giovani e giovanissimi, molti vestiti di nero e incappucciati, si sono radunati in piazza Duomo e via Torino, hanno saccheggiato un Carrefour, sfondato vetrine, distrutto dehor e tavolini e lanciato oggetti trasformando il centro di Milano in un vero e proprio campo di battaglia. La polizia è intervenuta con reparti antisommossa, idranti e blindati.

Secondo fonti ufficiali, domenica sono state portate in questura 271 persone, tra cui 220 minorenni e 60 stranieri. Dei 32 arrestati ad oggi 23 sono minori e 13 stranieri. Altre 28 persone sono state denunciate, mentre per ulteriori 174 è stato disposto il fermo preventivo. Durante gli scontri sono rimasti feriti anche 14 operatori delle forze dell’ordine.

"Io ho abitato da solo e in quel periodo non riuscivo a fare la spesa. Ho dormito due mesi per strada", racconta Lele, residente nella periferia di Milano. "Quando facevo il muratore dormivo fuori e non mangiavo. Da 70 chili sono arrivato a pesarne 49", aggiunge suo fratello Lalo, "per un pò avevo una stanzina qua insieme a mio padre, dormivo in un lettino con lui. Facevo le tarantelle per portarmi quei 10 spicci a casa. Ero costretto a fare qualsiasi cosa per racimolare qualche soldo".

"Io ho fatto il muratore tutto giugno", racconta Blanco che vive nelle case popolari di Lucernate, "ma non capisco perché tutto è sempre così caro. Anche pagare gli assorbenti, per voi ragazze. Anche solo pagare delle visite mediche per i genitori. La gente va a rubarle se deve lavorare un anno per prendersi un paio di scarpe, è ovvio. Per comprarsi i vestiti, per essere coperti, per non morire di freddo devi spendere un rene, magari non arrivare a fine mese. Senza soldi sei tagliato fuori da tutto, persino dallo studio. Io volevo frequentare l'alberghiero, ma non potevo permettermi i libri. Non abbiamo niente a che vedere con gli universitari che protestano per moda; noi scendiamo in piazza per necessità".

La chiamata a distruggere i negozi del centro è arrivata online: Tik-tok, Instagram, Telegram. Luoghi virtuali divenuti aggreganti sociali per gli ultimi. A sfogare la propria rabbia in piazza, infatti, non sono solo le periferie di Milano ma anche le prime e seconde generazioni di giovani migranti.

"Mi sento assolutamente più vicino ai ragazzi stranieri, come arabi o africani, piuttosto che agli italiani. A dirla tutta, l'italiano medio mi sta sul cazzo e non mi sento quasi più italiano: hanno una mentalità chiusa, vanno in giro col paraocchi e sotto sotto preferirebbero un'Italia senza stranieri. Se i ragazzi neri provano rabbia verso l'Italia, è proprio a causa del razzismo che subiscono", aggiunge Manuel.

"Quello che davvero ci accomuna a loro è la fame, la condizione economica e l'istinto di sopravvivenza. Ma anche la disperata voglia di farcela. Lo Stato ci ha abbandonati: abbiamo la grinta, ma ci mancano le ‘carte’, ovvero i soldi e le opportunità per costruirci un futuro. Ci etichettano come ‘maranza' per come ci vestiamo e ci ignorano. Se proviamo a parlare non ci sente nessuno, per questo la nostra voce diventa fare casino, perché solo quando spacchiamo tutto e facciamo danni, improvvisamente, le persone si accorgono di noi e ci ascoltano".

Quando chiediamo loro chi è il nemico, rispondono senza pensarci: "lo Stato".

In questo purgatorio d’abbandono, percepito o reale, si inserisce la violenza irrazionale. Condannata, sbagliata, esagerata ma pur sempre un simbolo evidente di disagio che come società siamo chiamati a guardare e interrogare. Violenza che, come direbbe Frantz Fanon, diventa mezzo per riconquistare e rivendicare la capacità di agire e l'autodeterminazione dei giovani figli del proletariato urbano e dei migranti. I reietti, d’altronde, di un sistema che ha sempre preferito criminalizzarli piuttosto che ascoltarli.

"Questa è la stessa protesta della Francia, la stessa dell’Albania, la stessa di tutta Europa perché non ne possiamo più", commentano ancora i giovani, "noi alla fine vorremmo solo essere ascoltati, non siamo dei ragazzi cattivi. Siamo stufi della società che non ci dà una mano e siamo costretti a fare cose che non vorremmo fare, rompere vetrine o derubare i negozi, semplicemente per farci ascoltare. Essere costretti a rubare e dormire una notte in cella è umiliante ma se ci avessero ascoltato prima non saremmo qui". 

E mentre si preparano per tornare nei loro quartieri, con  la stessa felpa nera che indossavano domenica, i carabinieri li scrutano da lontano. "Nella vita vorrei solo sistemarmi", conclude Manuel camminando verso la fermata del bus, "trovare una ragazza a cui volere bene, perché non ho mai ricevuto amore dalla mia famiglia e dalla società che mi sta attorno. Sono stato lasciato solo". 

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