“Abusi di polizia e profilazione razziale di minori indifesi”: la ragazza intervenuta durante le proteste a Milano
"Abusi di polizia e profilazione razziale di minorenni". È questo il quadro descritto a Fanpage.it da Giorgia Rossi, responsabile del tavolo diritti per il progetto Rivoluzione Milano con Lorenzo Pacini, intervenuta durante le proteste che nei giorni scorsi hanno investito Milano per cercare di capire cosa stesse accadendo a un gruppo di ragazzi circondati dalle forze dell'ordine sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele.
Il fermo dei ragazzi
"Era il giorno dopo la manifestazione, passavo di lì per caso con i miei amici. Era un normale pomeriggio domenicale in centro a Milano e mi sono stranita, vedendo una serie di camionette attorno a un gruppo di ragazzi sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele", ha esordito Rossi a Fanpage.it.
La situazione, ha riferito, sarebbe rapidamente degenerata: "È stata un'escalation repressiva. All'inizio c'erano solo i poliziotti, poi sono arrivati i caschi blu con i manganelli e gli scudi". Avvicinatasi per chiedere spiegazioni, Rossi ha raccontato che le sarebbe stato riferito da un agente di un intervento avviato in seguito a segnalazioni della Rinascente. I ragazzi sarebbero stati sospettati di aver tentato dei furti nel negozio, indossando passamontagna o scaldacollo. Ma, secondo la testimone, le modalità del fermo avrebbero sollevato interrogativi: i giovani sarebbero stati trattenuti in gruppo, senza poter utilizzare il telefono e senza ricevere, secondo la sua ricostruzione, informazioni adeguate sulle ragioni del provvedimento. Rossi ha, inoltre, riferito di aver assistito a un trattamento verbalmente aggressivo e al successivo trasferimento forzato sulle camionette.
"Ho cercato di mediare con i ragazzi che si stavano iniziando ad agitare. Li ho visti in quella situazione che erano indifesi ed erano spaventati, non sapevano come comportarsi", ha continuato. Poi, uno dei ragazzi le avrebbe rivolto una domanda che restituisce la confusione e la paura di quei momenti: "Ma dopo quanto tempo è sequestro di persona?". Una frase che racconta la percezione di chi si trova privato della propria libertà senza comprendere che cosa stia succedendo. Per Rossi è proprio qui che emergerebbe il problema più grave: non soltanto l'uso della forza, ma l'assenza di spiegazioni e di garanzie che dovrebbero accompagnare qualsiasi intervento delle autorità. Un intervento che, proprio per questo, secondo Rossi sarebbe avvenuto "fuori da ogni procedura legale".
"Gli ufficiali hanno dato versioni differenti"
Nel racconto di Rossi anche le giustificazioni fornite dagli agenti non sarebbero state univoche. "Uno parlava di fermo, un altro di ‘questioni di ordine pubblico', anche se le fattispecie sono ben diverse", ha spiegato. E la distinzione non è secondaria. Un fermo di indiziato di delitto e un intervento motivato da esigenze di ordine pubblico rispondono a presupposti differenti: la legittimità di ciascuna misura deve essere valutata sulla base delle circostanze concrete, delle motivazioni formalmente addotte e delle procedure effettivamente seguite.
A questo proposito, Rossi ha spiegato che alcuni ragazzi sarebbero stati perquisiti senza che venisse trovato nulla e ha contestato alle forze dell'ordine l'esistenza di elementi sufficienti a giustificare il provvedimento. "Tutto sembrava tranne che un'operazione di accertamento dei fatti", ha affermato. In più, sempre secondo la sua ricostruzione, ai giovani non sarebbero state comunicate in modo adeguato le ragioni del fermo né le possibilità di tutela previste dalla legge: "I ragazzi erano totalmente ignari del perché fossero stati fermati". Per questo, secondo Rossi, sarebbe giusto parlare di "abuso di potere".
Profilazione razziale: chi viene fermato e perché?
Ad aggravare ulteriormente il quadro, l'impressione riportata da Rossi che gli interventi di polizia colpiscano selettivamente determinati gruppi di giovani, sulla base di caratteristiche ben precise. "È una politica profondamente discriminatorie e razzista", ha rincarato la donna. "Sono ragazzi da cui si pretende il rispetto dei diritti dei cittadini italiani, ma loro non possono esercitare questi diritti, nonostante siano nati in Italia", ha affermato, descrivendo una condizione di esclusione che, a suo giudizio, rimarrebbe largamente invisibile nel dibattito pubblico.
Per questo motivo, Rossi ha sollevato il tema della profilazione razziale: verificare se i controlli e gli interventi siano fondati su comportamenti e indizi individuali oppure se l'aspetto, l'origine percepita e l'appartenenza a una determinata categoria finiscano per diventare criteri impliciti di sospetto.
Periferie abbandonate e disagio ignorato
Secondo Rossi alla radice delle tensioni ci sarebbero condizioni di marginalità che le istituzioni continuano a trattare come emergenze, senza intervenire in modo strutturale. "Sono pressati dall'alto, hanno le direttive del potere centrale che vuole la repressione", ha sostenuto, criticando una gestione che, nella sua lettura, privilegerebbe il contenimento immediato rispetto alla prevenzione. Il riferimento è alle periferie trasformate in luoghi di isolamento, alla mancanza di opportunità e alla difficoltà, per alcuni giovani nati e cresciuti in Italia, di sentirsi riconosciuti come parte integrante della società.
Rossi ha criticato anche l'approccio della giunta milanese, accusata di intervenire soprattutto dopo l'esplosione delle tensioni, senza risalire alle cause del malcontento. Ha richiamato, tra gli altri temi, la gestione dell'integrazione scolastica e il tetto del 30 per cento agli studenti con background migratorio, che considera parte di un quadro discriminatorio.
"Nessuno vuole negare le responsabilità individuali, ma serve investire nell'integrazione, nella riqualificazione delle periferie e in forme concrete di partecipazione dei giovani alla vita civile", ha concluso a Fanpage.it. "Costruire spazi di incontro, garantire opportunità educative e sociali, intervenire sulle disuguaglianze prima che si trasformino in conflitto".