Spagna, il Parlamento boccia il Piano casa del governo Sanchez: ora si parla di voto anticipato

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Il Parlamento spagnolo ha respinto le misure del governo contro l’emergenza abitativa: stop agli sfratti delle persone vulnerabili senza un’alternativa, proroghe degli affitti, limiti agli aumenti dei canoni e nuove regole contro le operazioni immobiliari speculative. Fuori dal Congresso protestavano centinaia di persone, mentre sui media spagnoli circola l’ipotesi di elezioni anticipate.

Il Congresso spagnolo ha bocciato il piano casa del governo Sánchez. Il Consiglio dei Ministri aveva approvato due decreti per affrontare l’emergenza abitativa; tra le misure previste, il blocco agli sfratti, la proroga fino a due anni per molti contratti di affitto in scadenza, limiti agli aumenti dei canoni e lo stop agli acquisti degli immobili da parte dei fondi d’investimento.

La maggioranza che sostiene il premier è andata in pezzi. Oltre all’ultradestra di Vox e ai conservatori del Partito Popolare, hanno votato contro alcune formazioni che nel 2023 avevano appoggiato l’investitura di Sánchez, anche se sui due decreti si sono mosse in ordine sparso: il primo è stato respinto con 172 voti a favore e 178 contrari, perché è venuto meno il sostegno degli indipendentisti di Junts per Catalunya; il secondo con 166 sì e 184 no, dato che hanno votato contro anche il Partito nazionalista basco e Coalitión Canaria.

Nel frattempo fuori dal Congresso una folla attendeva l’esito del voto dietro le transenne della polizia. Il corteo, animato da movimenti per il diritto alla casa, studenti e sindacati degli inquilini, è partito stamattina da Puerta del Sol – dove da giorni è in corso una protesta pacifica contro l’emergenza abitativa – e, percorrendo la Carrera de San Jerónimo, si è fermato a pochi passi dal Parlamento. Alcuni manifestanti, riporta El País, invocano lo sciopero generale.

Anche se il governo è andato sotto dalla Moncloa invitano alla calma. Ma sui giornali spagnoli filtra l’indiscrezione che nell’esecutivo e nel Partito socialista si discute dell’ipotesi di portare gli spagnoli alle urne.

Perché il governo Sánchez ha perso la maggioranza alla Camera

Sánchez governa con una coalizione formata dal Partito Socialista e Sumar, forza politica di sinistra radicale. Però in Parlamento l’esecutivo è costretto ad appoggiarsi ad altre formazioni di ispirazione indipendentista o regionalista, come Esquerra Republicana e Junts (catalani), Eh Bildu e Pnv (Paesi Baschi), Bng (galiziani) e Coalición Canaria (Canarie). Tra i banchi dell’opposizione siedono i parlamentari del Partito Popolare, la principale forza del centrodestra, e i nazionalisti di Vox. Per ogni provvedimento Sánchez è praticamente costretto a tessere alleanze e coalizioni trasversali, spesso molto fragili.

Sul piano casa la maggioranza è andata in frantumi. Alla vigilia del voto Junts aveva chiesto di ritirare entrambi i decreti e modificarli, sostenendo che diverse misure avrebbero ridotto l'offerta di abitazioni in affitto e fatto salire ulteriormente i prezzi. Il premier ha tirato dritto: non faremo “un passo indietro”, aveva promesso. Per poi chiedere ai deputati di scegliere tra “la maggioranza sociale” e gli “speculatori”.

Cosa prevedevano i due decreti su casa, sfratti e affitti

Il primo decreto bloccava gli sfratti delle persone vulnerabili quando non era stata trovata un’alternativa abitativa e, in alcuni casi, obbligava le amministrazioni a individuare una sistemazione o a farsi carico dell’affitto.

Inoltre, introduceva limiti agli acquisti speculativi degli immobili: società e fondi di investimento non avrebbero potuto comprare case a prezzi a meno del 70% rispetto al loro valore di mercato (al netto di alcune eccezioni, ad esempio se gli immobili fossero stati destinati all’edilizia sociale).

Per molti contratti di affitto in scadenza entro la fine del 2028 l’inquilino sarebbe potuto restare nella stessa casa per altri due anni, continuando a pagare alle condizioni già previste dal contratto. Il decreto metteva un tetto anche agli aumenti degli affitti: se il canone era già più alto del valore indicato dall’indice pubblico di riferimento, il proprietario non avrebbe potuto aumentarlo fino alla fine del 2027. Negli altri casi, se proprietario e inquilino non trovavano un accordo, l’aumento non avrebbe potuto superare il 2%.

Il secondo decreto riguardava la durata degli affitti. Oggi in Spagna un contratto di abitazione generalmente ha un orizzonte minimo di cinque anni, che diventano sette quando il proprietario è una società. La norma bocciata avrebbe stabilito che, una volta arrivati alla scadenza, se nessuna delle parti avesse esplicitato la volontà di interrompere il rapporto, il contratto sarebbe stato rinnovato automaticamente per altri cinque o sette anni.

Il proprietario avrebbe continuato a poter decidere di non rinnovare, ma avrebbe dovuto comunicarlo all’inquilino con almeno sei mesi di anticipo e, come regola generale, versandogli un indennizzo equivalente ad almeno un anno di affitto in una casa simile. Il testo prevedeva delle eccezioni: ad esempio quando il proprietario avesse avuto bisogno dell'abitazione per sé o per un familiare oppure quando l'inquilino disponesse già di un'altra casa adeguata nello stesso comune.

L'obiettivo dichiarato dal governo era rendere la permanenza nell'abitazione la regola e la fine del contratto una scelta esplicita, invece di costringere periodicamente l'inquilino a cercare una nuova casa alle condizioni del mercato del momento.

Le proteste fuori dal Congresso e a Puerta del Sol

Una donna di 87 anni ha trascinato in piazza migliaia di persone. Maricarmen è stata sfrattata il 23 settembre dall’abitazione in cui viveva da oltre settant’anni. Il 26 molti cittadini hanno manifestato nel centro di Madrid e nei giorni successivi la Puerta del Sol si è riempita di tende. Attorno all'accampamento si sono raccolte realtà diverse: sindacati degli inquilini, collettivi di quartiere, studenti e attivisti che chiedono interventi più duri sugli affitti e sugli sfratti. Oggi la protesta si è spostata davanti al Congresso, con un forte dispiegamento di polizia, mentre dentro l'aula si votavano i due decreti.

Adesso a Palacio della Moncloa si ragiona sul da farsi. El Paìs e altri media spagnoli raccontano che ministri e dirigenti di partito stanno valutando le elezioni anticipate. Si è parlato anche del 29 novembre come possibile data, ma al momento il premier non ha ancora rilasciato dichiarazioni.

"Se oggi i decreti decadono”, aveva detto Sánchez prima del voto, “il danno al nostro Paese sarà immenso. E questa volta non sarà colpa della Troika né dello spread né delle banche: sarà di coloro che votano no. La storia vi giudicherà prima di quanto pensiate e con più durezza di quanto immaginiate”.

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