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La rabbia della Gen Z tra precariato e repressione: la risposta non sono i militari in città

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Davvero una o più vetrine delle grandi società multinazionali valgono più del futuro di una o più generazioni?

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Si deve assolutamente partire da questa domanda, perché altrimenti continueremo a guardare la luna e non il dito perché quello che è accaduto lo scorso sabato molto probabilmente accadrà di nuovo, sia in Italia che in altri Paesi.
E la risposta di schierare i militari in strada non può essere quella giusta, non possiamo regredire a una dittatura militare che ricorda l'America Latina del ‘900, solo per reprimere una generazione che ci sta dicendo: "noi non abbiamo futuro, non abbiamo prospettive; perché dovremmo stare buoni e tranquilli?".

La trappola del precariato e la resa alla globalizzazione

E anche io me la pongo questa domanda: perché dovrebbero stare buoni e tranquilli nel momento in cui il precariato da un lato, l'impossibilità di accesso al credito dall'altro e una forbice delle disuguaglianze che aumenta ogni giorno di più dovrebbero garantire loro un futuro sereno? Noi Millennials siamo stati la prima generazione dal dopoguerra a stare peggio dei propri genitori, e la Gen Z starà molto peggio di noi. Perché mai quelle politiche di contrazione dei salari e di esternalizzazione della produzione volute dalla globalizzazione, promossa da Clinton e sostenuta da Blair, dovrebbero garantire a questi giovani un futuro?

Dal fallimento dei movimenti alla rabbia sociale

Quello che stanno facendo oggi in strada avremmo dovuto farlo noi Millennials. Lo dico anche per esperienza personale: le tantissime manifestazioni di piazza e i movimenti oceanici che si sono opposti prima alla guerra in Afghanistan, poi all'Iraq, alla cancellazione dell'Articolo 18 e, in generale, il movimento degli Indignados, non hanno portato semplicemente a nulla. Le riforme sono passate comunque, le garanzie sono state smantellate ugualmente e la politica istituzionale ha voltato le spalle a quella spinta dal basso. E allora, nel momento in cui si viene sistematicamente ignorati nella dialettica politica di un Paese, entra in scena la violenza per alzare il livello dello scontro e dire: "Noi siamo qui, adesso ci vedete?".

Scontro generazionale e il mito del decoro urbano

Magari a molti questa tipologia di manifestazione e di rivendicazione non piace, ma è una questione generazionale. In questi giorni mi ha lasciato perplesso, purtroppo senza sorpresa, il fatto che non solo quelli della mia generazione, ma soprattutto quelli delle generazioni precedenti (gli anziani di oggi) abbiano avuto una prontezza nel condannare le violenze basandosi su un mondo che non esiste più. Ci si scandalizza per un vetro infranto o un muretto imbrattato, ponendo la tutela del decoro urbano al di sopra del dramma sociale di chi non può più permettersi un affitto nella città in cui studia o lavora. Questo moralismo d'accatto non consente di capire quali siano i punti focali di queste contestazioni.

Nuovi simboli: l'iconografia pop oltre l'ideologia

Anche l'immaginario e l'iconografia sono diversi: è chiaro che se non si osserva la realtà con la prospettiva dei sessantottini, o dei movimenti successivi fino a quelli dei primi anni 2000, vedere Spider-Man o One Piece in piazza, insieme alle bandiere di altri Paesi, non permette di capire cosa stia avvenendo. Non si tratta di goliardia, ma di una cifrata identità culturale: per una generazione cresciuta fuori dalle sezioni di partito o dai sindacati, la narrazione pop globale sostituisce la simbologia del Novecento.

I primi segnali di questa frattura si erano già visti più di dieci anni fa nelle piazze degli Indignati con la maschera di V per Vendetta: un simbolo mutuato dalla cultura di massa che rappresentava il primissimo campanello d'allarme di una contestazione nata del tutto al di fuori delle strutture organizzate del Novecento, come i partiti tradizionali o i sindacati. Oggi si va ancora oltre: ci sono meno bandiere rosse, meno collettivi o organizzazioni strutturate, e molta più spontaneità. Questa è una contestazione politica con una base profondamente diversa dal passato: non è ideologica per come l'abbiamo intesa nel ‘900, è puramente rivendicativa. Dicono: "Vogliamo un futuro", o meglio: "Vogliamo tutto, perché non abbiamo avuto nulla".

La città-vetrina, la crisi abitativa e la finedello Stato sociale

D'altronde, se nasci e cresci ai margini della società, se vivi la trasformazione delle metropoli in mercati a cielo aperto che ti espellono dai centri urbani, ad un certo punto la rabbia accumulata prima o poi viene fuori. Oggi la situazione è aggravata da una drammatica crisi immobiliare: da un lato l'esplosione degli affitti brevi a uso turistico sta svuotando i quartieri e prosciugando il mercato delle locazioni a lungo termine; dall'altro la crescente accumulazione dei fondi immobiliari speculativi compra interi complessi residenziali per trasformarli in immobili di lusso o studentati inaccessibili. Il diritto all'abitare viene sacrificato per fare spazio alla rendita.

La risposta securitaria alla quale assistiamo ogni volta da parte di questo governo (e non solo, basti vedere le parole del sindaco di Milano, Beppe Sala) ci fa capire come questa società sia stata immaginata e gestita solo per chi ha già il privilegio garantito. In passato le vecchie generazioni hanno goduto di contratti a tempo indeterminato, pensioni a 50 anni e una politica salariale che permetteva una vita dignitosa anche agli operai e alla classe media. Si sono adagiati, hanno accumulato un enorme debito pubblico e, sotto le picconate dell'austerità, hanno lasciato che si smantellasse pezzo dopo pezzo lo Stato sociale, privatizzando sanità, scuola e trasporti.

Chi dovrebbe scendere in piazza e chi difende il privilegio

In piazza non dovrebbero esserci solo i giovani: dovrebbero esserci i precari storici che a 40 o 45 anni non hanno ancora una stabilità, che passano da un contratto a termine a un tirocinio farsa, vivono in pochissimi metri quadri in una grande città e fanno fatica ad arrivare a fine mese se decidono di fare un figlio. Dovrebbero esserci i trentenni che si sono formati all'università e hanno frequentato master per poi ritrovarsi con le briciole in mano e stipendi da fame. Chi invece non dovrebbe essere in piazza è chi pensa che questo mondo vada bene così dall'alto del suo privilegio, o chi, in questi anni di pura propaganda neoliberale, si è convinto che siano i poveri, gli ultimi e i migranti i responsabili dei bassi salari e del proprio declino economico.

Il fallimento dell'internazionale sovranista e la rimozione del Sud

C'è un altro tema cruciale: la gestione politica e l'organizzazione del malcontento contro un modello economico non più sostenibile. Bisogna dirlo chiaramente: questa crisi è stata scelta dalle politiche sovraniste delle destre, con la guerra all'Iran di Trump e Netanyahu e la volontà del primo di iniziare una guerra economica nei confronti del mondo. Questa è la riprova che il sovranismo internazionale non può esistere: se qualcuno viene prima, per forza di cose gli altri verranno dopo e si dovranno accontentare delle briciole.

La destra al governo ha fatto capire che l'unica risposta interna è la repressione oppure l'ignorare deliberatamente le proteste. Se da un lato cerca di schierare sempre più polizia (o persino paventare l'esercito) contro i ragazzi delle metropoli, dall'altro ignora completamente le manifestazioni e la disperazione del Sud, dove la gente denuncia l'impossibilità di lavorare e vivere in queste condizioni. Ieri c'è stato il blocco delle autostrade al Sud: se fossero stati giovani ambientalisti a denunciare la crisi climatica, sarebbero già finiti in prigione; invece la destra preferisce la censura e l'oblio, esattamente come fa la gran parte dei media mainstream vicini al governo.

La responsabilità storica della sinistra e il vuoto della rappresentanza

A sinistra, invece, continua a mancare la capacità di raccogliere questa spinta e di organizzare la contestazione. Manca una figura come Mélenchon che in Francia non solo cavalca l'onda del malcontento degli studenti e dei lavoratori, ma con il suo partito (La France Insoumise) porta il proprio corpo all'interno di quelle piazze. Qui in Italia la gara tra i leader progressisti è a chi critica di più le violenze e a chi si dimostra più "istituzionale", confermando la rottura di quel patto generazionale che dura da troppo tempo.

Negli ultimi trent'anni la socialdemocrazia di stampo blairista ha fatto quello che non era riuscito nemmeno alla destra: dal Pacchetto Treu alla legge Biagi, fino al Jobs Act e all'abolizione dell'Articolo 18, si è portata avanti la costante precarizzazione del lavoro, accompagnata dai primi decreti sicurezza, dalla Buona Scuola e dalla riforma universitaria (3+2) che ha svalutato i titoli di studio. Senza radicalità e senza un ritorno alla difesa dei diritti materiali, la sinistra ha spianato la strada alla destra. Oggi, se non torna a riappropriarsi della piazza e del conflitto sociale, non potrà mai più essere il riferimento politico di queste proteste.

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Il podcast daily di Valerio Nicolosi per Fanpage.it: ogni mattina alle 7, una finestra sul mondo per capire cosa davvero sta accadendo. Politica estera, conflitti internazionali, migrazioni, politica interna e tematiche sociali raccontate dal giornalista con chiarezza e approfondimento. Con la voce di esperti e reportage direttamente dal campo - Palestina, Ucraina, Mediterraneo, Africa, Stati Uniti, America Latina e molto altro - SCANNER porta le storie dove accadono, per offrirti ogni giorno un’informazione completa, immediata e dal vivo.

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