Iscriviti a Review.
Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

Immagine

Nel giornalismo, c’è un format che ha tantissimi estimatori tra gli addetti ai lavori e una longevità impressionante. Si chiama “vecchi che spiegano ai giovani cose che non capiscono, usando sempre le stesse parole”, e può adattarsi a diversi ambiti, spaziando dalla sociologia alla tecnologia, fino ad arrivare allo sport, alla psicologia e all’arte di stare al mondo in generale. In questi giorni, probabilmente vi sarà capitato di imbattervi in decine di contenuti di questo format, nelle versioni più adatte al topic “proteste in piazza”. Ovvero, scegliendo fior da fiore, a destra, centro e sinistra: “classe dirigente sorpresa dalle proteste, nonostante le cose stiano andando alla grande”; “gente che non è mai scesa in piazza nemmeno a una manifestazione di quartiere che spiega qual è il modo più efficace di protestare”; “reduci del ’68, del ’77 eccetera, che ricordano come ‘ai loro tempi’ le proteste avessero uno scopo”; “solone che la sa più lunga degli altri e sottolinea come ‘le proteste aiutino la destra’”; “benpensante che discetta di ordine pubblico, invocando pugno duro e nessuna pietà”; “seguace del tajanismo, per cui le proteste vanno bene ‘ma fino a un certo punto’”; “persona di mezza età, avvelenata col mondo, che non aspetta altro che un’occasione per riversare la propria rabbia e frustrazione contro chi scende in piazza” (la mia categoria prediletta, lo confesso).

Ti è piaciuto questo episodio di REVIEW?

condividi

La lettura dei giornali di casa nostra è particolarmente istruttiva, dico davvero, perché contiene esempi di queste e altre tipologie. C’è Tommaso Cerno, ad esempio, che sul Giornale ci tiene a farci sapere che lui è seccato dal fatto di dover “staccare un assegno” per pagare i danni delle manifestazioni, cosa che dovrebbe toccare ai genitori dei “criminali in piazza” e ai loro complici che li proteggono. Il sempre razionale Vittorio Feltri esplode: percepisce una “puzza di fogna”, accusa i “maranza, parola finanche morigerata per ciò che sono questi nordafricani di seconda generazione”, chiede “non un pugno duro, ma due, per prendere a pedate loro e i loro disgraziati genitori, che devono pagare i danni”. Capezzone sul Tempo ha già capito la matrice della protesta: è violenza islamista, lo dimostrano “le riprese coi telefonini che sono un grande classico” di questo tipo di azioni (sì, lo scrive davvero). Francesca Musacchio ha già chiuso l’indagine sul “piano per incendiare l’Italia”: si tratta una saldatura fra antagonisti, reti islamiste, Pro Pal e maranza. La tesi è un piccolo capolavoro: sostanzialmente centri sociali, collettivi studenteschi, sindacati di base e reti pro-Palestina avrebbero usato i “maranza” come “massa di manovra, come truppe aggiuntive ben disposte a sfasciare tutto” (parole di Capezzone) e starebbero lavorando a una nuova escalation per destabilizzare il Paese. Nel pezzo, poi, si mette insieme un po’ di tutto: il terrorismo, Hamas, la sanzione di Trump ad Autistici/Inventati, l’attivismo palestinese radicale, l’immancabile pista anarchica.

Una piccola perla, che sposta l’asticella troppo in alto, anche per gli specialisti di lungo corso. Francesco Borgonovo su La Verità, ad esempio, prova a tirare in mezzo i “cattivi maestri della sinistra” responsabili del saccheggio dei maranza, ma senza troppa convinzione. Certo è notevole il modo con cui, a partire da qualche scaffale rovesciato in una libreria di Torino, l’intellettuale della destra riesca a produrre una poderosa riflessione sull’aristocrazia progressista “di cui Feltrinelli era membro di rilievo” che ora “comanda” (davvero in Italia governano i GAP o gli stalinisti?) e “ha prodotto il mondo che gli studenti dicono di detestare”, che adesso sta cavalcando il “cupio dissolvi dei nuovi italiani e degli antagonisti farlocchi”. Qui, per inciso, io capisco che la metafora dei libri strappati sia irresistibile, però inviterei tutti a uno sforzo di continenza argomentativa, in modo da restituire ai lettori l'esatta dimensione di ciò che è successo.

Ovviamente, non poteva mancare Libero. Ci pensa Simona Bertuzzi a raccontarci che i “delinquenti importati” hanno saccheggiato Milano “al grido Allah Akbar” (tradendosi però quando indugia sui furti di alcolici al supermercato… Facciamo attenzione alla coerenza, amici di Libero). Molto interessante anche l’escalation: si parte dai saccheggi, dal “rubare a più non posso”, si evoca l’immagine del “ragazzo con l’estintore”, poi quella di una bimba che piange e si finisce per sentenziare che “Milano è in guerra, la storia non è più la stessa”. Enrico Paoli, in un pezzo di commento sempre sullo stesso giornale, attribuisce invece la colpa di tutto agli “sfascisti di sinistra, con dentro i maranza guidati dai professionisti delle violenze di piazza”. Anche qui, mettersi d’accordo magari aiuterebbe…

Raccontare i fatti, imparare ad ascoltare

Vedete, questa breve carrellata a mio avviso è indicativa soprattutto di una cosa: non c’è nemmeno la volontà di provare a capire cosa sta succedendo, tra l’altro non solo in Italia. Ne deriva l’incapacità di una fetta rilevante della nostra società, quella che decide, che influenza, che detiene il potere, di comprendere le trasformazioni in atto a livello globale. In questo momento, invece, avremmo bisogno di fare un'altra cosa, radicalmente diversa. Metterci in ascolto, fare un passo indietro, cambiare prospettiva, ma soprattutto riconoscere la complessità dei fenomeni, rifuggendo le risposte banali, i giudizi tranchant, la solita stucchevole retorica. Smettere di cercare insistentemente ciò che non esiste: la spiegazione immediata, in grado di semplificarci la vita e garantirci che andrà tutto bene, che ci aspetta un futuro sereno e che le cose continueranno ad andare come sempre. Esiste una realtà frammentata, che sfugge a ogni tentativo di classificazione unitaria o che semplicemente non siamo in grado di comprendere in tutte le sue sfaccettature. Questa ondata di proteste ne è una plastica rappresentazione: una genesi non semplicissima da ricostruire, una commistione di ragioni, risentimenti e istanze non sempre chiarissime, una partecipazione eterogenea, obiettivi distinti e non facilmente identificabili.

In questo contesto, il provincialismo con cui gran parte dell’ecosistema mediatico ha affrontato e sta affrontando le proteste è francamente imbarazzante. Di fronte a situazioni multiformi e complesse, le spiegazioni semplici possono essere consolatorie e rassicuranti sul momento, ma non aiutano a capire cosa sta accadendo. Nelle piazze di questi giorni ci sono gli studenti, ad esempio, con rivendicazioni di ampio respiro e allo stesso tempo tremendamente concrete, come le condizioni materiali in cui si trovano a dover studiare. È un fiume che attraversa l'Europa e, quando anche si frammenta in mille rivoli, contiene un potentissimo messaggio politico, che funge da collante per le nuove generazioni: quello della visione di una società che esclude, di un mondo pensato per pochi, in cui la politica continua a "subire i diktat dell'economia" e chi ha potere e rendite di posizione lotta strenuamente per conservare il suo status. Ci sono autotrasportatori, contadini, piccoli e medi imprenditori, che protestano per il carovita, in particolare per l'aumento dei prezzi del carburante, risultato visibile e diretto delle fallimentari politiche dell'amministrazione statunitense, cui il nostro governo è andato dietro per anni. Certo, con loro opinione pubblica e media sono sempre più benevoli, perché il framing è quello, in larga parte corretto, dei "lavoratori e padri di famiglia" cui la politica non sa dare risposte e che dunque sono in qualche modo costretti a protestare, bloccare le strade, interrompere servizi pubblici.

Se provassimo a fare uno sforzo di lucidità, però, potremmo adottare la stessa carità interpretativa anche nei confronti dei casseur e delle centinaia di ragazzi che nelle ultime ore hanno occupato le aperture dei telegiornali. Una vetrina spaccata o qualche scaffale rovesciato hanno un grande impatto emotivo, ma non sono la malattia, sono il sintomo di un disagio più profondo. Di qualcosa che ci sfugge. Dicevamo, in piazza si sono riversate migliaia di persone, tra cui anche tantissimi giovani delle periferie dei grandi centri urbani. A tal proposito, si è parlato molto di "protesta nichilista" e personalmente mi trovo molto d'accordo. C'è evidentemente una parte di giovani destrutturati culturalmente e/o non integrati che finiscono per scegliere quello che è il messaggio più di rottura che è “sul mercato”, o almeno quello più aderente alla loro concezione del mondo. Capisco che possa sembrare spiazzante, ma prima o poi toccherà fare i conti con la realtà.

Ne avevo già parlato qui, ma forse è il caso di tornarci. Didier Lapeyronnie, parlando della Francia, aveva raccontato il processo che ha portato le banlieue a essere una specie di contro-società, un mondo chiuso, con regole proprie, un’economia parallela e una forte solidarietà interna, di contrapposizione “al mondo degli altri”. La fuga della classe media dalle periferie, unita al peggioramento dei servizi come segnale più evidente dell’uscita dai radar dell’intervento pubblico, ha determinato la nascita di veri ghetti urbani, nelle maggiori città europee. Parallelamente, le disuguaglianze e le marginalità sociali si sono sostanzialmente “etnicizzate”, escludendo decine di migliaia di persone dai processi sociali. In Italia, la questione dell'emergere sulla scena politica (già, politica) delle seconde generazioni di immigrati cui la politica ha negato presente e futuro è un tema serio, con cui prima o poi bisognerà fare i conti. Per questo credo che la mobilitazione delle classi escluse e delle giovani generazioni alla ricerca del loro posto nella società continuerà in modi che non conosciamo, per un tempo che non ci è dato sapere, seguendo un percorso che fatichiamo a vedere. Ma che dobbiamo impegnarci a comprendere, rifuggendo da chi propone soluzioni semplici, che si traducono ancora una volta con la parola repressione.

Dobbiamo, tutti, essere preparati.

Ci si stupisce del fatto che la rabbia iconoclasta si riversi sui simboli di un sistema che ha marginalizzato e ghettizzato l'esistenza di un'intera generazione? Si rabbrividisce vedendo che alcuni ragazzi abbiano portato via degli oggetti dai negozi, dopo che per decenni "l'accesso" a un certo mondo è stato possibile solo tramite l'acquisto dei beni di consumo? Si rimane interdetti nel vedere che una generazione stia costruendo la propria identità intorno a messaggi di rivolta e di rifiuto di uno schema predeterminato, che la vuole esclusa dai processi? Si trasecola perché sembra possa avvenire la saldatura di tali istanze confuse e complesse con altre più chiare e nette da parte di gruppi sociali che credono nel conflitto come motore del cambiamento e forse hanno la capacità di far convergere rivendicazioni diverse in piattaforme unitarie e con uno scopo più netto? Beh, benvenuti nella realtà.

Immagine

Iscriviti a Review.
Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

api url views
Immagine
Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi