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In una vecchia puntata di questa newsletter vi avevo raccontato del cambio di strategia di Fratelli d’Italia in vista di quella che si annuncia come la campagna elettorale più lunga di sempre. Dopo la conferma della mancata uscita anticipata dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo e nel contesto di una sempre più complicata crisi energetica (con la prospettiva di ulteriori rincari e del persistere dell’incertezza in Medioriente), Giorgia Meloni è perfettamente consapevole di quanto siano ristretti i margini di manovra nella prossima legge di bilancio. Il problema è che la presidente del Consiglio non solo deve preparare il terreno per la rielezione (e comunque controllare la prossima maggioranza, quella che eleggerà il nuovo presidente della Repubblica), ma deve anche guardarsi dall’aggressività di Roberto Vannacci, che col suo Futuro Nazionale rischia di limitare il bacino elettorale potenziale del centrodestra. Messa da parte l’ipotesi di un’alleanza (qui vi ho raccontato le tre ragioni ostative), si apre la vera partita per il consenso a destra, con tutto ciò che comporta.

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Meloni sta scegliendo consapevolmente di inseguire il generale su un terreno che conosce molto bene, quello dei temi di alto allarme sociale, in larga parte dei casi collegati al più generale concetto di sicurezza. Ne abbiamo parlato più volte in questo spazio, la novità del momento è la decisa sterzata sul topic "religioso", con provvedimenti mirati e una campagna di comunicazione molto aggressiva su quella che, evidentemente, si ritiene essere una vera emergenza: l'estremismo islamico. Il primo passo è stato l'intervento sulla scuola, in una forma piuttosto discutibile (quali siano i presupposti di necessità e urgenza ce lo dirà il Quirinale, vogliamo sperare), che tiene insieme misure diverse, tra cui il "tetto agli studenti stranieri che hanno difficoltà con la lingua nelle classi", le sanzioni per le famiglie e il divieto di indossare il burqa o il niqab a scuola, utilizzando come filo conduttore l'idea di contrastare l'estremismo religioso. Poi è partita la campagna comunicativa di Fratelli d'Italia sul separatismo religioso ed è ripartito il dibattito sulle "ulteriori misure" contro i maranza, da integrare nel ddl predisposto a luglio dal governo. Insomma, per la maggioranza è necessario ridefinire il quadro normativo per far fronte a quella che viene considerata una vera emergenza, inasprendo sanzioni e pene.

Intendiamoci, il tema sarebbe serissimo, altroché, soprattutto se si considera la situazione nelle periferie. Siamo in una fase particolarmente complessa, ovvero il momento in cui le seconde e terze generazioni di immigrati cominciano a diventare un “attore sociale”, riproponendo una situazione che è simile a quella determinatasi in Francia qualche decina di anni fa. Ragazzi nati in Italia, che hanno introiettato comportamenti, bisogni e aspirazioni di coetanei, compagni di scuola e ambiente circostante, che però restano in qualche modo esclusi de facto dalla società. In larga parte dei casi, finiscono per scontrarsi con una discriminazione sistemica, dettata in primo luogo dalla condizione economica delle famiglie e dall’ambiente in cui vivono, che si traduce in una sensazione di invisibilità o esclusione dai processi, cui va ad aggiungersi lo stigma della profilazione razziale e, in generale, la percezione di “non essere i benvenuti”.

La lezione francese sulle banlieue

Il sociologo Didier Lapeyronnie, parlando della Francia, aveva raccontato il processo che ha portato le banlieue a essere una specie di contro-società, un mondo chiuso, con regole proprie, un’economia parallela e una forte solidarietà interna, di contrapposizione “al mondo degli altri”. La fuga della classe media dalle periferie, unita al peggioramento dei servizi come segnale più evidente dell’uscita dai radar dell’intervento pubblico, ha determinato la nascita di veri ghetti urbani. Parallelamente, le disuguaglianze e le marginalità sociali si sono sostanzialmente “etnicizzate”, al punto che una fascia sempre più ampia di popolazione “autoctona” a basso reddito è diventata permeabile alla propaganda razzista e ai messaggi di odio. Quelli che una volta erano per eccellenza i luoghi del conflitto di classe sono diventati i luoghi del conflitto razziale. Stiamo semplificando, chiaramente ma è importante capire che, lo ripeto, servirebbe maggiore criterio prima di speculare su una situazione complessa e ricca di sfaccettature.

È evidente che il caso francese abbia delle specificità e non possa essere traslato con leggerezza, soprattutto se consideriamo il peso del passato coloniale. Tuttavia la lezione francese, rompicapo del quale ancora non si trova la soluzione, ci interessa particolarmente, poiché sembra aprire una sorta di finestra temporale in grado di mostrarci cosa potrebbe accadere in Italia e cosa stiamo contribuendo a determinare con idee vecchie e provvedimenti che puntano esclusivamente alla pancia dell'elettorato.

Soprattutto se l'attenzione della politica cade sulla questione dell'estremismo religioso che affascina le giovani generazioni. Nei contesti di cui parliamo, infatti, la religione diventa uno strumento di auto-affermazione pubblica, un vero e proprio collante sociale laddove regnano esclusione e conflitto. Ci sono due grandi linee di pensiero sulla radicalizzazione dei giovani musulmani europei.

La radicalizzazione religiosa

La prima è quella del politologo francese Oliver Roy, sviluppata nel famoso saggio “Generazione Isis”. Roy analizza il fenomeno della fascinazione per la propaganda dello Stato islamico di giovani e giovanissimi europei di seconda e terza generazione, giungendo a delle conclusioni particolarmente interessanti. Nella sua lettura, non è corretto parlare di adesione consapevole e profonda a un Islam radicalizzato, quanto piuttosto di islamizzazione della radicalità. In altre parole, l’estremismo religioso islamico restituirebbe a giovani esclusi ed emarginati una sorta di orizzonte comunitario, un destino di senso, un ruolo riconoscibile e riconosciuto. Giovani destrutturati culturalmente e non integrati scelgono più o meno consapevolmente quello che è il messaggio più di rottura che è “sul mercato”, più aderente alla loro concezione nichilista del mondo. Uno degli elementi che rafforza la tesi di Roy è la conoscenza superficiale, quando non addirittura inesistente, di norme e precetti religiosi. Sostanzialmente, non parliamo di ferventi credenti che scelgono di mettersi al servizio di una causa o che, a ogni modo, di vivere secondo rigidi precetti dettati, ma di giovani nichilisti e marginalizzati che trovano nei precetti religiosi uno schema nel quale inserirsi e grazie al quale dare senso alle loro esistenze. Non è un caso che, accanto all'Islam, le giovani generazioni abbiano sviluppato una fortissima cultura di strada, spesso mediata dalla musica e dalla moda, che in qualche modo sembra aiutarli a trovare una propria identità nella comunità.

Il problema, in soldoni, è nella marginalità e nell’esclusione sociale, cui non sembrano esserci alternative pensabili. E se la causa è una società che esclude, incapace di valorizzare il multiculturalismo o semplicemente di abbattere barriere razziali, allora le campagne di Fratelli d’Italia contro l’estremismo islamico e le ricette del governo sulla scuola sono destinate a peggiorare le cose. Men che meno lo stigma contro "i maranza", alimentato dal solito approccio panpenalista dell'esecutivo e dal ministro Nordio.

Ciò, badate bene, è evidente anche sposando un approccio molto diverso da quello di Roy. Prendiamo ad esempio la lettura che Gilles Kepel, arabista di chiara fama, fa dell’islamizzazione dei giovani francesi. Kepel ricostruisce un lavoro lungo e continuo di infiltrazione dell’Islam radicale (nella corrente salafita) nelle periferie, che si è tramutato nella trasformazione delle banlieue da “rosse” (politicamente connotate) a “verdi”. Il salafismo, con i suoi rigidi codici e un’apparente inconciliabilità con i valori repubblicani e democratici, avrebbe riempito il vuoto sociale e politico determinato dalla deindustrializzazione e dalla trasformazione urbana delle maggiori città. In questa lettura, i giovani che si formano all’interno di comunità chiuse (con un forte legame organico con il Medioriente, che si nutre anche di reti economiche e centri culturali), sarebbero naturalmente disposti a una radicalizzazione che risponderebbe a una sorta di progetto politico alternativo. Anche in questo caso, però, è evidente che il compito dello Stato non può essere quello di alimentare ghettizzazione e creare contrapposizioni, ma di creare le condizioni per un dialogo che consenta di abbattere muri creati da fanatismo e intolleranza.

Kepel è considerato uno degli ispiratori del controverso provvedimento di Macron sul separatismo islamista (le cui suggestioni hanno ispirato anche la linea di Fratelli d’Italia, anche se Meloni si guarda bene dall’ammetterlo). Tra l'altro, ci sono studi che criticano fortemente l'approccio francese, contestando la discriminazione di fatto dei musulmani e un clima tossico nei confronti delle loro comunità. Lo stesso Kepel, accanto a ricette piuttosto radicali (la chiusura delle moschee a rischio integralismo e un serrato controllo su imam e centri culturali), sottolinea la necessità di “riconquistare” il territorio non alla maniera di Adinolfi e Carabella, ma con la presenza delle istituzioni. Ovvero, con un grosso investimento in servizi e infrastrutture, a testimoniare la presenza attiva e concreta dello Stato nelle periferie, in modo da spezzare quella sorta di welfare parallelo dei centri islamisti. Insistendo in particolare sull’idea che la sola repressione non sia sufficiente, un concetto in qualche modo ripreso in Italia anche da Renzi con il suo “un euro in cultura, un euro in sicurezza”, che certamente aveva accenni retorici, ma che rappresentava una visione un minimo più articolata della sicurezza.

L’approccio che il governo intende adottare è molto diverso e decisamente più miope. Basta considerare la campagna “Nessuna resti nascosta”, per “vietare il velo integrale e fermare l’integralismo islamico”, su cui Fratelli d’Italia sta puntando soprattutto sui propri social. Il contesto da cui partono i meloniani è quello di “vere e proprie società separate in cui i precetti religiosi finiscono per sovrastare le leggi nazionali” che si sarebbero sviluppate negli ultimi anni nelle grandi città europee. In tale lettura il “separatismo religioso rappresenta una minaccia: emarginazione, chiusura sociale e disprezzo dei valori occidentali costituiscono, infatti, il terreno fertile per l’integralismo e il terrorismo”. Se l’analisi non si discosta in modo eccessivo da quella di Kepel, noterete come la risposta sia esclusivamente di tipo repressivo: “Una proposta di legge per chiedere di vietare il velo integrale in tutti i luoghi pubblici, più controlli e trasparenza sui finanziamenti dall’estero per la realizzazione di edifici di culto, pene più severe per il fenomeno dei matrimoni combinati, il divieto di rilascio dei certificato di verginità, se non per motivi sanitari, la possibilità di procedere alla chiusura temporanea dei luoghi di culto in cui si propagandano idee fondate su superiorità e odio di natura religiosa”.

La proposta di Fratelli d'Italia di togliere ai sussidi ai familiari dei ragazzi condannati per reati gravi (anche in questo caso noterete l’uso ossessivo della parola “maranza”), ad esempio, lungi dal “rafforzare la sicurezza e la responsabilità familiare anche attraverso percorsi educativi per i genitori”, va nella direzione esattamente opposta, rischiando di peggiorare condizioni economiche che sono già una concausa (se non la causa principale) della devianza.

È una visione semplicistica e banalizzante di un problema complesso. Utile forse a raggranellare qualche voto, magari a strapparlo a Vannacci, che rischia di lasciare macerie dietro di sé. Altre macerie.

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