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Aboliremo l’ICI, avete capito bene, aboliremo l’ICI sulla prima casa per tutte le famiglie. In questi cinque anni abbiamo lavorato bene, ma l’Italia è un Paese complicato”. Era il tre aprile del 2006 quando, sfruttando gli ultimi secondi del confronto elettorale con Romano Prodi e il fatto che non ci fosse più spazio per il contraddittorio, Silvio Berlusconi fece quella che è probabilmente la più grande promessa elettorale della storia recente del nostro Paese. Un vero colpo di teatro, che lasciò basito il leader dell’opposizione e che diede uno slancio incredibile agli ultimi giorni di campagna elettorale della Casa delle Libertà, che sembrava molto indietro nei sondaggi e che invece riuscì ad arrivare a un’incollatura dagli avversari de L’Unione. I quali, alla fine, riuscirono a governare (per poco) solo grazie alle assurdità della nuova legge elettorale, il famigerato Porcellum, che regalò la maggioranza alla Camera dei deputati (nonostante il distacco fosse solo di qualche decina di migliaia di voti) e un leggerissimo vantaggio al Senato, malgrado la coalizione guidata da Silvio Berlusconi avesse preso più consensi in termini assoluti.

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Ora vi chiederete perché io sia andato a ripescare questa storia di più di venti anni fa, peraltro dopo avervi detto più volte in questo spazio come sia sempre complesso fare delle analogie fra consultazioni elettorali in scenari differenti e con protagonisti di altre epoche. Il punto è che l’annuncio dell’abolizione, o meglio della sospensione per un anno, del bollo auto per una buona fetta di italiani, segue esattamente le stesse logiche adottate da Silvio Berlusconi nel 2006 e si inserisce in un contesto che sembra ricalcare uno schema classico della politica italiana. Come per l’ICI, quella sull’auto è da tempo considerata, cito, “una tassa particolarmente odiosa”. È evidente che abolirla (ehm, sospenderla per un anno) determini un immediato beneficio in termini di immagine per chi è in grado di intestarsela, in questo caso Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, malgrado i goffi tentativi di Tajani e Salvini di rivendicare i meriti di Fi e Lega. Ora come nel 2006, è prima di tutto il timing dell’annuncio a farci riflettere.

Già, la domanda è questa, in effetti: perché ora e perché in questo modo?

Solo qualche giorno fa, Giorgia Meloni aveva riunito il suo popolo a Bari per celebrare il record di longevità del proprio governo. Era stato un appuntamento sottotono (ne abbiamo parlato a lungo qui), se non altro perché era mancato, appunto, quel “momentum” in grado di ridare slancio a un’esperienza che mostra una certa stanchezza, piuttosto comprensibilmente. Giorgia Meloni, in effetti, non attraversa un momento semplicissimo. Dopo il flop al referendum e il temporaneo stop sulla legge elettorale, si era trovata a gestire una situazione complessa, determinata anche dalle angosce in cui si trovavano e si trovano tuttora i suoi due vicepresidenti del Consiglio. Tajani e Salvini sono, infatti, leader più che dimezzati e alle prese con battaglie interne il cui esito è tutt’altro che scontato. Su Forza Italia grava l’ombra dei Berlusconi, da tempo perplessi sull’operato del ministro degli Esteri e preoccupati di ulteriori scivolamenti a destra della coalizione di governo. La Lega, invece, è un partito che potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro, a causa delle spinte dall’esterno di Vannacci e dell’insofferenza della componente nordista per alcune scelte del segretario (che per la verità pure sta cercando di fare il possibile per comporre i dissidi interni). Ad aumentare angosce e incertezze, come vi raccontavamo, è soprattutto la crescita dei consensi per futuro Nazionale e il grande attivismo di Roberto Vannacci. Il generale ha destabilizzato il quadro politico, diventando il convitato di pietra di ogni decisione cruciale tra Chigi e le segreterie di partito.

Ecco, dopo una prima fase di sbandamento e di posizionamenti piuttosto contraddittori, la presidente del Consiglio sembra aver preso una decisione e scelto la strategia da adottare. Il rilancio dell’azione di governo per il tramite di provvedimenti di grande impatto per l’opinione pubblica, per cominciare. L’intervento sul bollo auto si inserisce perfettamente nell’idea di cambiare la percezione di un governo timido e “soltanto” attento ai conti, sfruttando peraltro il lavoro di contenimento e gestione fatto dal ministro Giorgetti in questi anni. E se il 22 settembre, come sembra altamente probabile, dovessero arrivare buone notizie per l’Italia sul fronte dei conti, con l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, il governo avrebbe a disposizione importanti margini di manovra per alimentare ambizioni e necessità (in particolare sul versante del taglio dell’Irpef e sulle pensioni, su cui già ci sono interessanti anticipazioni). Si tratterebbe della “finanziaria elettorale” tanto desiderata e allo stesso tempo temuta, che potrebbe lanciare compiutamente il rush finale per elezioni magari in primavera (anche se, per dovere di cronaca, va registrata l’ennesima conferma esplicita sulla volontà della maggioranza di terminare la legislatura).

Il secondo tassello è, appunto, aver blindato le regole del gioco in vista delle Politiche del 2027. Salvo clamorosi e piuttosto improbabili colpi di scena, infatti, si voterà con lo Stabilicum: una legge che, al di là della propaganda e del discutibile compromesso sulle preferenze, serve soprattutto a depotenziare la forza del centrosinistra negli uninominali nel Centro-Sud e a lasciare intatto l’enorme potere delle segreterie dei partiti, garantendo un finale di legislatura “ordinato”, con centinaia di parlamentari costretti alla fedeltà dalla necessità di riavere un posto al sole. Anche in questo caso, l'analogia con il 2006 ha senso: un centrodestra in crisi di consenso e indietro nei sondaggi, virò su una campagna molto aggressiva e spinse sul tasto delle promesse elettorali, peraltro dopo aver cambiato le regole dei gioco con il famigerato Porcellum. Allora come adesso, cambiare la legge elettorale era solo in apparenza una mossa difensiva e, cosa non secondaria, funzionò: perché Berlusconi sfiorò una clamorosa vittoria alla Camera e al Senato rese praticamente impossibile governare al centrosinistra, che infatti si sfasciò in meno di due anni.

Nel 2006 non c'era nulla di simile a Futuro Nazionale, certo. Non c'era, cioè, una formazione politica in grado di erodere consensi da destra, al punto da costituire il principale ostacolo per la vittoria elettorale della coalizione di governo. In tal senso, i sondaggi parlano chiaro: al momento, senza Roberto Vannacci, non ci sono possibilità che Giorgia Meloni rivinca le elezioni e sia in grado di confermarsi a Palazzo Chigi. Per settimane il generale è stato dunque un rebus, al punto da spingere autorevoli esponenti della maggioranza a caldeggiare un accordo elettorale che impedisse al centrosinistra di vincere le elezioni. Soluzione che però Meloni sembra aver definitivamente scartato, consapevole delle resistenze nel suo partito, dell'opposizione di Forza Italia, della contrarietà dei salviniani e, non in subordine, del fatto che Vannacci ha già dimostrato di saper sfruttare con grande scaltrezza i passaggi gratis che le forze politiche tradizionali gli hanno concesso (vero Salvini?). Insomma, non se ne può fare nulla.

Di più, come ci confermano fonti informate, la direzione è proprio quella di attaccare il generale in ogni spazio e modo. I più attenti di voi avranno già notato il cambio di passo dei giornali di area, sui quali sono comparse addirittura delle inchieste su passato e presente di Vannacci. Così come non è un caso che la "pregiudiziale antifascista" e la tesi dell'opposizione alla "deriva estremista" siano concetti che stiano circolando con una certa insistenza anche negli ambienti centristi in predicato di allearsi (o comunque di confrontarsi) con il centrodestra. Quella che solo qualche mese fa sembrava un'operazione impossibile, ovvero la costruzione di una sorta di cordone democratico per limitare il peso dei vannacciani (a cominciare dal dibattito pubblico), ora comincia a essere un'opzione. Complessa, certo, ma si sa come vanno queste cose.

Soprattutto, il tema di una possibile alleanza è sparito dai radar della discussione interna, sostituito dalle due paroline magiche: voto utile. Sarà il canovaccio della campagna meloniana contro Futuro Nazionale: convincere gli elettori che appoggiare il generale significherà aprire le porte di Chigi "alla sinistra".

E qui c'è l'ultima analogia con il 2006 che voglio proporvi. Anche vent'anni fa, l'opposizione al governo Berlusconi era costituita da un cartello elettorale, più che da una coalizione organica con programma comune e obiettivi realistici. Le differenze ne L'Unione erano considerevoli, al punto da contribuire a determinarne il flop dopo pochi mesi di governo. Un campo largo ante litteram, diciamo. Non un precedente incoraggiante (ma ne parleremo nella prossima newsletter…).

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