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Da mesi, c’è uno spettro che si aggira nei corridoi dei palazzi del potere, anima le discussioni nei talk show televisivi, affolla le pagine dei giornali e attira le attenzioni di analisti politici e sondaggisti. Una presenza costante, quella del generale Roberto Vannacci, che è cresciuta in maniera esponenziale dopo la sua uscita dalla Lega e ha contribuito alla crescita vertiginosa del consenso per la sua creatura politica, Futuro Nazionale. Che, se in un primo momento era sembrata essere una scatola vuota, uno dei tanti contenitori di nomi più che di istanze, ora ha assunto più compiutamente l’ambizione del progetto di più ampio respiro.

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Tappa fondamentale del percorso di Futuro Nazionale è stata sicuramente la presentazione della piattaforma programmatica, arrivata al termine di un percorso piuttosto complesso e non privo di contraddizioni. In questo nostro approfondimento ne abbiamo parlato a lungo, quello che proverò a fare in questo spazio è individuare qualche riferimento più preciso rispetto alla collocazione politico-ideologica del partito di Vannacci, un aspetto spesso liquidato in modo frettoloso come inessenziale o superato, ma che invece dice molto su quella che è la vera ambizione del generale. In effetti, si è dato, anche legittimamente, ampio risalto alle proposte più eclatanti o decisamente impresentabili, lasciando che passasse in secondo piano il quadro generale. Il dito e non la luna, per capirci. E se concentrarsi sul particolare per poi risalire fino al generale ha un senso sul piano dell'analisi, il rischio è che si crei una cortina fumogena di sciocchezze (ho usato un eufemismo), che finirà per nascondere la vera sostanza del progetto del generale.

Dunque, basandoci sul programma, che partito sarà Futuro Nazionale?

Cominciamo con una considerazione solo apparentemente banale. Futuro Nazionale è una forza politica che si colloca nell’alveo della destra patriottica e identitaria, con una piattaforma che incrocia una serie di istanze del campo che viene genericamente definito come populista. L’insistenza con cui vengono richiamati concetti come “tradizione”, “patria” e “buonsenso” sembra collocare Fn all’interno della corrente reazionaria più che conservatrice, ipotesi avvalorata anche dall’utilizzo strumentale dei richiami alla “vitalità” e al “cambiamento”, come trait d’union generazionale.

In tal senso, la creatura vannacciana si pone in forte contrapposizione non solo con la sinistra e l’universo liberale, ma anche con le tante correnti che in qualche modo stanno innovando il pensiero di destra. C’è una certa ritrosia tanto verso la destra moderata (quella teoricamente liberale, in Italia molto teoricamente…), quanto verso ipotesi più moderne, come quelle dell’accelerazionismo, del libertarismo di destra o dell’ultraliberismo caldeggiate soprattutto Oltreoceano. È interessante il richiamo (peraltro in un passaggio non proprio lucidissimo del programma, in cui si parte dal Sacro Romano Impero e si arriva a Dugin, passando per la Pace di Vestfalia e la Guerra Fredda in circa 50 parole) al concetto di Katechon, inteso come “potere che frena disordine e dissoluzione”. In questa lettura, Vannacci immagina un rafforzamento importante delle strutture statali, in chiave ultranazionalista e reazionaria. In altre parole, il sovranismo e il nazionalismo diventano una forma di “resistenza alla dissoluzione globalista”, che negli ultimi anni sarebbe stata resa possibile anche dal mutamento di indirizzo delle istituzioni sovranazionali, che avrebbero smesso di valorizzare le identità nazionali e tentato di sopprimerle (è il motivo per cui Vannacci plaude alla scelta di Trump di delegittimare gli organismi sovranazionali e il diritto internazionale). Sul piano interno, peraltro, rafforzare il presidio dell’ordine statale sarebbe operazione necessaria per fermare le pulsioni disgregative della civiltà, “restaurando l’ordine” per impedire il collasso del sistema, attraverso un massiccio rafforzamento degli apparati sanzionatori e di pubblica sicurezza.

Complessivamente, dunque, abbiamo di fronte un ritratto a tinte fosche della contemporaneità: Vannacci disegna una società in piena disgregazione, in cui regnano caos e disordine morale come conseguenza della dittatura globalista/progressista che ha allontanato le persone dalla tradizione in nome di una malintesa concezione di benessere e inclusione. La via d'uscita è una terapia d'urto (il ricorso alla parola "shock" è estremamente frequente nella comunicazione di Futuro Nazionale), che si concretizzi nella restaurazione di una presunta età dell'oro per il tramite della "reconquista" di quegli spazi (fisici e ideali) sottratti ai cittadini dai "barbari" che hanno preso il potere negli ultimi decenni. A guidare la reconquista non può che essere un uomo forte, che non si faccia scrupolo di forzare meccanismi democratici rivelatisi inefficaci o superati. Insomma, l'approdo definitivo è sempre lo stesso: una specie di bonapartismo (si spera non in camicia nera), che guidi il Paese fuori dall'emergenza e lo prepari al nuovo mondo multipolare dominato da altre autocrazie.

Il racconto dell'emergenza è funzionale all'adozione di misure straordinarie, alla delega sostanziale di funzioni e poteri verso "l'uomo forte", quello in grado di prendere decisioni che riporteranno l'ordine e la disciplina. In questo processo, non è un'eresia parlare di superamento della democrazia liberale, proprio perché, nella lettura dei vannacciani, a essa viene sovrapposta l'immagine della truffa ai danni degli italiani: i meccanismi democratici per come li conosciamo vengono descritti nella migliore delle ipotesi come un'inutile perdita di tempo (il peso della burocrazia, le lungaggini della pubblica amministrazione, le infinite discussioni parlamentari e via discorrendo), nella peggiore come metodi per bypassare la volontà popolare e imporre decisioni prese in altre sedi.

Comincia a ricordare qualcosa, in effetti. Ma è interessante scendere ancora un po’ in profondità, perché tra le righe del programma di Futuro Nazionale emerge anche un’idea non esattamente nuovissima del rapporto fra Stato, Nazione e Società. Vannacci contesta l’idea della destra liberale che non esista più la società (“esistono solo gli individui”, per citare Thatcher), ritornando alla tesi che il popolo italico sia una “comunità di diritto e di sangue fondata sulla famiglia”, la quale a sua volta costituisce la base dell’idea di Patria. Risvegliare e affermare questo legame tra nazione e popolo, che le élite globaliste rinnegano, che la destra liberale non riconosce fino in fondo e che la destra attualmente al governo ha in qualche modo tradito, è il compito principale del movimento e del suo leader. Che, appunto, si propone di rompere con l’intera classe politica attuale, di riaffermare la primazia del popolo sulle élite, di mettere in campo una proposta “sostanziale e non estetica” che sia in grado di ricucire quel tessuto che unisce nazione e collettività. A tale scopo, Vannacci immagina un modello istituzionale che ridefinisca l’architettura dello Stato, rafforzi il potere centrale e riscopra il “principio cristiano e classico della sussidiarietà verticale”, che dia maggiore potere agli enti locali (Sindaci, in particolare), ma con un patto di subordinazione rispetto al governo nazionale (che ne limiti l’azione su principi cardine allo scopo di non “sovvertire l’ordine naturale” e conformarsi alla cultura nazionale).

Concetti che vengono veicolati da una tecnica comunicativa ormai rodata, che prevede l'utilizzo di trial balloon in modo da testare la reazione dell'opinione pubblica e capire fino a che punto spingersi di volta in volta. La maggior parte delle volte lo scudo dietro cui si celano le proposte più retrive è la parola "buonsenso". Un'operazione di logoramento che ha allargato ulteriormente la finestra di Overton, fino a rendere accettabile agli occhi dell'opinione pubblica ciò che solo qualche anno fa sarebbe stato considerato improponibile o finanche pericoloso. Come ad esempio il cesarismo quale opzione politica estremamente concreta o addirittura auspicabile. Una roba da anni '20. Del secolo scorso, però.

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