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Il 15 luglio la Corte di Cassazione deciderà sul ricorso presentato dalla difesa di Mario Roggero, il gioielliere condannato in Appello a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori e tentato di uccidere un terzo. Si tratta, come forse ricorderete, di un caso che ha profondamente scosso l’opinione pubblica e acceso lo scontro tra le forze politiche. Non è difficile prevedere che, comunque si esprimerà la Suprema Corte, del caso Roggero si tornerà a parlare in chiave polemica e, nuovamente, assisteremo a tentativi più o meno efficaci di strumentalizzare una vicenda che è in primo luogo tragica.
Sul caso si è appunto espressa la Corte di Assise di Appello di Torino il 3 dicembre 2025, con una sentenza che ricostruisce la responsabilità del gioielliere. Roggero è stato condannato perché, citiamo, “ha esploso più colpi di arma da fuoco, tutti diretti al corpo dei rapinatori che stavano cercando di allontanarsi, colpendoli tutti e tre, in assenza un concreto ed attuale pericolo di offesa per l’incolumità personale dei presenti”. La circostanza che ha indotto i giudici a “escludere la ricorrenza degli elementi costitutivi dell’esimente della legittima difesa reale” è risultata evidente dall’analisi delle camere di sorveglianza, che hanno mostrato come “i rapinatori stavano salendo sull’automobile, per allontanarsi, situazione, quest’ultima, che avrebbe certamente dovuto tranquillizzare l’appellante circa l’assenza di un pericolo attuale”.
Roggero, si legge sempre nella sentenza, “soltanto in un secondo tempo ha sostenuto di avere temuto che i rapinatori potessero tornare, che avessero portato via la moglie e che poi, subito dopo il primo sparo, gli avessero puntato contro l’arma”. Tale linea difensiva è stata ritenuta “illogica e smentita in più punti dai filmati”: sulla possibilità che ci fosse un “pericolo di un ritorno dei rapinatori”, infatti, i giudici non rilevano elementi oggettivi; così come considerano “non verosimile” che il gioielliere avesse pensato che la moglie corresse il rischio di essere rapita, dal momento che “c’è una parte del filmato, antecedente all’uscita di Roggero dalla gioielleria, in cui si vede chiaramente che, dopo avere preso la pistola, si scontra con la moglie”.
La dinamica, per come ricostruita, e le prime dichiarazioni del gioielliere, escludono la possibilità che si possa riconoscere la causa di giustificazione della legittima difesa, anche per come riformulata dall’intervento normativo del 2019, ai tempi del governo Conte I. Questo perché, osservano sempre i giudici, anche dopo le modifiche “l’uso di un’arma può essere ritenuto reazione sempre proporzionata nei confronti di chi si sia illecitamente introdotto, o illecitamente si trattenga, all’interno del domicilio o dei luoghi a questo equiparati, a condizione che: i) il pericolo di offesa sia attuale; ii) l’impiego dell’arma sia necessario a difendere l’incolumità propria o altrui, ovvero i beni; iii) non siano praticabili altre condotte alternative lecite o meno lesive; iv) con specifico riferimento alle aggressioni a beni patrimoniali, ricorra un pericolo di aggressione personale".
Questi sono i fatti accertati dai giudici, ora capiremo quale sarà l'orientamento della Cassazione. Non conta molto come la pensi io personalmente sulla legittima difesa, perché non è di questo che voglio parlare (vi lascio un paio di link, qui e qui, per approfondire). C'è una questione che mi preme ribadire, però: questa è una storia tragica, anche se la si guarda dal punto di vista di Roggero e della sua famiglia. Così come tragiche sono le reazioni e tragica è la trasformazione del caso in un'arena in cui trovano post sciacalli e speculatori, alchimisti che giocano con le reazioni della gente per mero calcolo elettorale, influencer o aspiranti tali che cavalcano i bassi istinti e le angosce delle persone comuni. Dovremmo sempre tener conto che le paure delle persone certamente non vanno assecondate o alimentate, ma vanno ascoltate, comprese. Proprio per impedire che inquinino i pozzi, intossichino l'aria, rendano impossibile qualunque ragionamento di senso, distruggendo il tessuto sociale e alimentando conflitti che poi allontanano le persone, costruiscono muri, lacerino la nostra società.
Voglio, appunto, raccontarvi una storia di cui si è parlato molto poco. Ma che a suo modo è esemplare di come funzionino certi processi e di quanto serva un approccio diverso per governarli.
Come nasce la paura
Io sono cresciuto in un piccolo paesino di neanche 5mila abitanti, incastonato nell’Appennino. Non è un posto tranquillo, di più. Da che ho ricordi, non ho mai visto mio padre chiudere con le mandate la porta di casa, o mia madre togliere le chiavi dalla macchina. A cinque o sei anni già mi mandavano a fare le compere da solo dalla salumiera, o a comprare le sigarette a mia madre, senza che mio nonno lo venisse a sapere. Da adolescente non ho mai avuto un coprifuoco e le “brutte compagnie” al massimo erano quelle dei ragazzi più grandi che fumavano qualche canna sul muretto dietro la scuola. Nel tempo, le cose non sono cambiate più di tanto: criminalità praticamente inesistente, qualche denuncia per piccoli furti, una comunità tutto sommato unita, in cui la conflittualità era limitata ai due mesi di campagna elettorale per la scelta del Sindaco. Certo, sarebbe impreciso raccontare di un’isola felice completamente immune alle fobie, alle nevrosi e alle paure del mondo contemporaneo (e qualche telecamera qui e lì potevamo trovarla già una decina di anni fa), ma tutto sommato nulla in confronto alla psicosi dell’insicurezza che ha attanagliato le città e non solo negli ultimi decenni.
Finché… “Non sono arrivati gli immigrati”, diranno subito i miei piccoli lettori vannacciani. No, non proprio, non del tutto, almeno. Ma le cose sono cambiate ed è possibile individuare un momento preciso. Siamo a fine 2018 quando si cominciano a registrare diversi furti nelle abitazioni, in particolare in alcune villette isolate. La voce corre piuttosto velocemente, nelle chat delle parrocchie, nei gruppi Facebook e, ovviamente, davanti ai bar, il vero social di paesini di questo tipo.
Allo stupore iniziale fa seguito la grande preoccupazione di fronte al continuare delle ruberie, che crescono di numero e di consistenza. In un caso, si racconta, i ladri hanno svaligiato l'abitazione di una famiglia che dormiva al piano di sopra, portando via contanti e preziosi per una decina di migliaia di euro di valore. Una signora dice di essere rientrata dalle compere e di aver trovato la casa sottosopra, giurando di essere stata via solo pochi minuti. Insomma, non sembra esserci uno schema ben preciso: in qualche caso sembra che i ladri abbiano preso di mira case disabitate, quelle di emigranti di lungo corso che tornano al paese per le vacanze; in altri, sono entrati in pieno giorno, con i proprietari in giardino o al lavoro.
I rappresentanti delle forze dell'ordine, come si suol dire, brancolano nel buio. Del resto, chi potrebbe incolparli? Sono pochi, impreparati per gestire una tale mole di segnalazioni su un territorio così ampio. E, per giunta, episodi simili sembra si stiano verificando anche nei piccoli comuni confinanti, rendendo impossibile chiedere l'aiuto dei colleghi. Dalle sedi centrali dovrebbe arrivare supporto, ma figurarsi. Nei bar, le lamentele sono tutte simili: ho chiamato per segnalare una macchina sospetta, sono arrivati dopo quattro ore; li avevo visti, nessuno ha risposto al telefono, c'è un solo posto di blocco, chi vuoi che prendano. La pressione sui rappresentanti dello Stato è enorme, finanche spropositata.
Quello che mi sembra evidente, leggendo i gruppi su whatsapp, partecipando alle discussioni su Facebook, sentendo amici e familiari, è che comincia a formarsi una specie di nube tossica, che finirà inevitabilmente per avvelenare l’aria che tutti poi respireranno. Gli elementi sono diversi: la paura di fronte all’idea di poter perdere i frutti del proprio lavoro; l’angoscia di trovarsi di fronte un nemico sfuggente, o comunque in una situazione mai vissuta prima; la sensazione di essere abbandonati dalle istituzioni, di essere soli nel momento di maggior bisogno; il rischio, percepito con estrema concretezza, per la propria incolumità personale e per quella dei propri cari.
Ecco, non dobbiamo commettere l’errore di banalizzare questo tipo di percezione. Lo dico pur essendo convinto di quanti danni abbia fatto e stia ancora facendo l’enfatizzazione della percezione dell’insicurezza.
In quei giorni, io e “quelli come me” abbiamo fatto esattamente quello che ci si aspettava facessimo. Abbiamo invitato alla calma, abbiamo scritto belle parole su quanto fosse necessario non perdere di vista le cose importanti, ci siamo azzardati a dire che l’isteria collettiva non avrebbe aiutato. In una discussione in un gruppo di amici stretti mi sono spinto fino ad affermare, con granitica certezza, che se mi fossero entrati in casa avrei urlato “prendete tutto, basta che non ci facciamo male”.
Tutte cose, sia chiaro, che penso e rivendico (assieme a tutta un’altra serie di questioni sulla proprietà privata, sul sistema penale, sull’uguaglianza). Ma che non hanno aiutato, né avrebbero potuto farlo. Perché poi queste persone nelle case degli altri entravano davvero. Portavano via beni e oggetti a chi magari aveva lavorato duramente per comprarli. Entravano nell’intimità delle case, violando anche il “luogo sicuro” per eccellenza. Ed erano pericolose, a quanto si diceva. Il problema c'era eccome, predicare calma sembrava un semplice esercizio retorico di presunta superiorità morale e intellettuale.
La cosa più triste è che avevo ragione. Nel senso, che non vi era, non vi è, un’alternativa di senso rispetto al fare esattamente quello che mi sembrava logico fare: mantenere la calma, confidare nelle forze dell’ordine, non fare sciocchezze. Non che mi inventassi chissà cosa, ovviamente: sui trigger che si attivano e sui meccanismi psicologici che determinano le azioni di gruppi di persone c’è un’ampia letteratura. Interpretando il pensiero di Marcuse vediamo come gli individui che sono paralizzati dalla percezione di un pericolo costante tendano a perdere la capacità di esercitare il pensiero critico e si affidano più o meno consapevolmente a soluzioni autoritarie, il più delle volte semplicemente coreografiche, prive cioè dei requisiti minimi per incidere sugli stessi processi che promettono di gestire. Peraltro, in situazioni simili, si attiva una sorta di bias di conferma: se introiettiamo l’idea che la nostra comunità sia insicura, tenderemo a notare e memorizzare solo gli eventi che rafforzano tale tesi, ignorando segnali di normalità e tranquillità.
Soprattutto, la psicologia sociale ci dice una cosa fondamentale: se l'insicurezza percepita è alta, l'ambiguità diventa intollerabile e le persone tendono ad appoggiarsi a risposte chiare, o almeno presentate come tali. Chi, come me e altri all'interno della comunità, predicava calma e lucidità, era percepito come ambiguo, incapace di dare risposte, dunque inutile.
Così, le cose hanno cominciato a prendere una piega diversa. Le persone sono diventate molto più sospettose, il clima è cambiato radicalmente. Non parlo delle mandate alle serrature, o di qualche improvvisato sistema di videosorveglianza o di allarme. Parlo di qualcosa di molto diverso e decisamente più pericoloso. Tra l'altro, i furti continuavano, le segnalazioni si moltiplicavano e si ipotizzava che "la banda" usasse come nascondigli proprio le case disabitate degli emigranti. Mentre le forze dell'ordine facevano il possibile, ma si dimostravano totalmente incapaci di gestire un aspetto molto importante: la comunicazione con i cittadini, che fosse per il tramite delle istituzioni o della stampa (ricordo in modo molto nitido la sfuriata che un presunto addetto stampa provinciale mi fece al telefono per aver osato chiedere informazioni sulle indagini, al grido di "qui siamo in pochi e abbiamo da fare, non perdiamo tempo con queste sciocchezze").
Come cambia per sempre una comunità
Nel clima da caccia alle streghe, il sospetto diventa la regola. Chiunque non sia parte integrante della comunità è potenzialmente un problema. Ogni macchina sospetta viene prontamente segnalata nelle chat, ogni movimento giudicato strano diventa motivo di approfondimento. Detective improvvisati si premurano di andare "a controllare", di chiedere spiegazioni a ignari forestieri, di indicare ai compaesani i metodi più sicuri per individuare possibili intrusioni. Il ragazzo nordafricano che consegna i volantini per una catena di mobilifici della regione, l'ambulante di un'altra regione che vende mozzarelle e formaggi, il motociclista solitario in libera uscita: tutti vengono sottoposti al vaglio della comunità, nessuno riceve la solita accoglienza.
Ma non basta. Perché al vuoto dell'autorità si risponde cercando altre forme di autorità, si organizzano gruppi di "volontari" per perlustrare le strade, si mettono in piedi vere e proprie ronde, con tanto di posti di blocco improvvisati. C'è poi un altro problema, non di poco conto. Ve l'ho detto, questa è una zona di montagna e per decenni ha ospitato un poligono di tiro: il risultato è che, tra cacciatori, sportivi, allevatori e altri casi, in tanti sono armati.
La situazione diventa davvero incandescente, ci sono diversi gruppi che si ritrovano per fornire un improvvisato servizio di sicurezza e che coordinano i loro "interventi" in base alle segnalazioni. Le conversazioni Whatsapp di quei giorni hanno del surreale: decine di persone che si scambiano informazioni più o meno attendibili, registrano le targhe sospette, rincorrono ignari automobilisti, tentano irruzioni o arresti. Se vi state chiedendo dove fossero le istituzioni, beh, anche in questo caso la risposta è piuttosto complessa. Ci sono amministratori locali che coordinano direttamente queste operazioni, a fin di bene, a loro dire. "Meglio che ci sia io a gestire il tutto", mi dice uno di loro, "prima che qualcuno faccia qualche sciocchezza". Quanto alle forze dell'ordine, c'è una sorta di ambivalenza: da un lato c'è il sacrosanto tentativo di arginare questa deriva, dall'altro c'è tanta accondiscendenza e fin troppa comprensione. C'è da considerare, però, che parliamo di membri della stessa comunità, di persone che sono nate in queste zone o che qui hanno costruito la loro vita: non sempre è semplice scindere l'aspetto professionale da quello emotivo. Soprattutto quando hai migliaia di occhi puntati addosso, in attesa di una tua mossa decisiva che li liberi dalla paura.
Sia come sia, ciò che si fa strada con forza è l'idea che sia lecito e giusto difendersi con qualunque mezzo e in qualunque modo. La difesa è sempre legittima, si sente ripetere nei talk show televisivi di quei giorni, per una strana coincidenza occupati dal dibattito su una riforma fortemente voluta dalla Lega di Matteo Salvini. Qui non potrebbero essere più d'accordo e a nulla valgono le prime segnalazioni e denunce delle forze dell'ordine di normali cittadini trovati a girare armi in pugno. C'è un pericolo, nessuno ci difende, lo facciamo da soli: è un pensiero che contagia quasi tutti e che sembra annullare qualunque dibattito. Non c'è rischio potenziale che tenga, sono in tanti a pensare di potersi "fare giustizia da soli", in un crescendo di emotività che, facile prevederlo, non può portare a nulla di buono.
Nel frattempo, quasi incredibilmente, le segnalazioni di furti continuano e, come detto, si estendono ai paesi del circondario. A rileggere le chat di quei giorni, ci sarebbe una vasta casistica di episodi da enumerare: c'è chi giura di aver quasi acciuffato i malviventi, c'è chi racconta di aver evitato per pochi metri di finire in una scarpata durante un inseguimento, c'è chi afferma di aver fatto desistere i ladri dall'ennesimo furto sparando in aria, c'è chi accusa i vicini di poca collaborazione. Una comunità completamente impazzita, insomma.
La cosa va avanti ancora per qualche settimana, con picchi di emotività e attività piuttosto randomici. Finché una pattuglia della polizia intercetta una delle targhe segnalate, viene disposto un posto di blocco nell'unico accesso alla strada che collega la zona al capoluogo, il conducente dell'auto non si ferma all'alt e prova a darsi alla fuga. Ne nasce un inseguimento, su una strada dove il traffico è sempre tremendo. L'autista dell'auto a un certo punto perde il controllo e finisce contro un tir, dopo aver urtato un'altra macchina che transitava in senso opposto: lo schianto è tremendo, l'auto è ridotta a un rottame, ci vorranno ore per liberare i corpi dalle lamiere accartocciate. Sul mezzo viaggiavano in cinque, quattro moriranno sul colpo, uno verrà ricoverato in condizioni gravissime nell'ospedale della zona: nel bagagliaio vengono ritrovati contanti e gioielli, cosa che avvalora l'idea che si trattasse della "banda" che aveva terrorizzato la zona. Le vittime verranno identificate qualche giorno dopo: sono giovani di origine serba, uno nato in Italia, tutti senza fissa dimora, provenienti da un campo rom del capoluogo. Le indagini sulla dinamica dell'incidente assolveranno i poliziotti da qualunque responsabilità, la notizia scivola rapidamente nei notiziari, secondo un copione classico per cui alcune vite pesano più di altre per il sistema informativo.
Una tragedia che assume contorni ancor più disumani, se possibile. Perché nelle chat cominciano a circolare le immagini del post incidente, riprese dagli automobilisti di passaggio. Si vedono corpi dilaniati, privati persino della dignità del consueto lenzuolo bianco; i commenti che si susseguono, dalle piazze reali a quelle virtuali, sono terribili, ve lo lascio immaginare. Va in scena quel processo di deumanizzazione che annulla il valore delle vite, che umilia persino i corpi. Come accaduto per le vittime di Roggero, private di qualunque dignità e diventate semplicemente "i rapinatori", ora e per sempre. È un esempio di come una comunità, che sia piccola come nel caso del mio paesino o grande come l'Italia intera nel caso Roggero, di colpo si trovi a considerare accettabile o quantomeno non biasimabile l'idea che si possa gioire per la morte di altre persone. O meglio, non più persone, ma ladri, rapinatori, criminali.
Non è un esito casuale, ma il frutto di un clima avvelenato. Se solo immaginiamo che sia "possibile" che un gruppo di cittadini possa sostituirsi a chi detiene il monopolio della forza, acquisendo compiti di protezione e controllo, allora lo stiamo rendendo "probabile", infine "giusto". Se solo iniziamo a concepire come possibile l'idea di punire con la morte chi commette una rapina, cominciamo a renderla accettabile, per alcuni auspicabile. Il risultato è quello di incrinare il patto sociale, di rimettere in discussione le fondamenta di una comunità e di relativizzare il valore stesso della vita. In contesti simili, non è pensabile un'analisi più profonda sulle ragioni che spingono le persone a delinquere, su quanto incidano le condizioni di emarginazione sociali nelle scelte di vita, su quanto anche la componente "razzismo" abbia un ruolo nelle reazioni dell'opinione pubblica (per non parlare nemmeno dei ragionamenti sulle percentuali, sui tassi di criminalità e via discorrendo).
Questo allargamento della finestra di Overton ha conseguenze enormi, perché non è più possibile tornare indietro. La sola idea di considerare accettabile per l'opinione pubblica una discussione sul valore della vita, parametrandola alle azioni che si compiono, o meglio alla peggiore cosa fatta, è una sconfitta. È un veleno anche il collegamento della "fine della tranquillità" con l'irruzione dello straniero, perché è un'immagine che si insinua profondamente nella mente delle persone, cancellando ogni dibattito, ogni ragionamento di senso. E tutto questo rimane nel tempo, segna in modo profondo e irreversibile l'opinione pubblica. Non in subordine, ci impedisce di migliorare concretamente la situazione: perché una società più sicura non è quella in cui la devianza è punita in modo più severo e inflessibile, dove le pene sono più rigide e rapide; è quella in cui ci si assume il compito di prevenire la devianza, di curare, di riabilitare, di intervenire sui processi che la determinano.
Il punto vero, in tutta questa storia tragica di paura, angoscia e punizioni pretese, è che non ci sono mai risposte semplici, che non bisogna mai rinunciare allo sforzo della complessità. Non banalizzare, non semplificare, non sminuire, ma non enfatizzare o strumentalizzare. Capire la situazione, accogliere le preoccupazioni, curare il sintomo, disinnescare l’odio, semmai.
E comunque, oggi nel mio paese si discute dei ritardi con cui la nuova amministrazione sta implementando il nuovo piano per installare le telecamere di sorveglianza.