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Quando la nebbia sulla nuova legge elettorale sembrava essersi diradata, con la maggioranza che era finalmente riuscita a trovare un’intesa per superare lo scoglio delle preferenze (e non solo), ecco arrivare l'ennesimo colpo di scena. Come vi abbiamo raccontato, infatti, l'Aula della Camera dei deputati ha bocciato una delle proposte cardine della legge, quella che prevedeva l'introduzione delle preferenze, seppur con i capilista bloccati e senza alternanza di genere. Un naufragio vero e proprio, con conseguenze tutte da valutare, proprio in ragione della scelta di Giorgia Meloni di metterci la faccia e chiedere una "prova di lealtà" ai suoi alleati. Prova fallita, a causa di almeno una trentina/quarantina di franchi tiratori.

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Giunti a questo punto, la sensazione è che la leader di Fratelli d'Italia non possa far finta di nulla e proseguire come se nulla fosse accaduto. Dopo i primi attimi di comprensibile sbandamento, l'ordine inviato ai suoi è stato quello di procedere nell'approvazione alla Camera dello Stabilicum, facendo però un piccolo passo indietro: il governo si rimetterà all'Aula sugli altri emendamenti che reintroducono le preferenze e che ancora devono essere votati, invece di esprimere un parere. Su cosa accadrà poi, possiamo solo azzardare delle ipotesi.

L'idea di sfruttare l'incidente per aprire una vera crisi di governo ha un certo fascino tra il cerchio dei fedelissimi di Giorgia Meloni. Recarsi al Quirinale, descrivere la situazione a Mattarella, spiegare agli italiani di aver provato fino in fondo a cambiare il Paese ma di essere stata bloccata dalla "palude", può essere una strategia interessante. Il Capo dello Stato, con ogni probabilità, potrebbe chiederle di parlamentarizzare la crisi, o almeno di verificare in Parlamento se sussistano le condizioni per andare avanti. Un passaggio che servirebbe a ottenere una nuova legittimazione (sulla carta non ci sono possibilità che la maggioranza possa cadere in un eventuale voto di fiducia), che Meloni potrebbe a quel punto interpretare come un lasciapassare per completare la legislatura e giocarsi il tutto per tutto con la legge di bilancio. L'opzione B, quella delle dimissioni, è meno attraente e politicamente più complessa: i tempi per riportare il Paese al voto in una finestra "utile" sono molto ristretti, Mattarella non sembrerebbe disponibile a correre rischi in una fase così complessa sul versante geopolitico, la storica ritrosia dei parlamentari a rinunciare a mesi di legislatura è nota. Certo, votare il prima possibile taglierebbe le gambe al progetto di Vannacci e metterebbe l'opposizione in grande difficoltà, considerando l'assenza di un leader unico e di un programma condiviso. Ma poi, appunto, con che legge elettorale?

Nell'idea dei leader della maggioranza, che avevano lavorato a lungo all'intesa sull'emendamento Bignami, intestarsi la reintroduzione delle preferenze e portare a casa lo Stabilicum in tempi brevi sarebbe servito a dare il via ufficiale alla lunga campagna per determinare chi succederà a Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e, con molta probabilità, per capire il profilo di quello che fra qualche anno sarà il nuovo inquilino del Quirinale. La nettezza con cui, nelle ore immediatamente successive alla batosta parlamentare, il governo ribadisce di voler andare avanti per approvare la legge e respinge l'ipotesi di anticipare la fine della legislatura, non è una reazione istintiva, ma una scelta coerente con quella che era la strategia a lungo termine. In effetti, votare con un sistema elettorale prevalentemente proporzionale, corretto e integrato da un premio di maggioranza a quota fissa, è allo stesso tempo una sfida e un'opportunità, proprio perché vincola la coalizione a uno sforzo di unità, nella consapevolezza che dividersi significherebbe perdere. Con lo Stabilicum, dunque, Meloni avrebbe non solo "costretto" i suoi alleati a scendere a più miti consigli, ma anche messo Vannacci nella difficile condizione di presentarsi agli italiani come colui che "regala il Paese alla sinistra".

È molto interessante, in questo contesto, il lavoro fatto da Youtrend sugli scenari eventuali in relazione alle diverse alleanze possibili. Analizzando quattro diverse configurazioni delle alleanze e tenendo conto degli attuali livelli di consenso, Youtrend mostra come si definirebbero gli equilibri in Parlamento con la nuova legge elettorale. Con Vannacci nella coalizione di centrodestra non ci sarebbe partita né per il centrosinistra senza IV e +Europa, né per il campo larghissimo. Con Futuro Nazionale in solitaria, invece, il centrosinistra vincerebbe solo tirando dentro anche i renziani e gli ex radicali, mentre perderebbe ugualmente nel caso in cui alle urne si presentasse un’unica grande alleanza centrista. Decisivo, ai fini del risultato, più il premio di maggioranza che una reale distanza sul piano del consenso tra i cittadini.

Ed è questo, se vogliamo il fatto politico più interessante dell’intera discussione sulla legge elettorale. Se il Rosatellum non era riuscito a bilanciare in modo pienamente corretto governabilità e rappresentanza, ma in qualche modo si era mostrato efficace nel fotografare con equilibrio la situazione, lo Stabilicum “forza” la creazione di maggioranze stabili con un premio in entrambe le Camere. È stato uno dei temi più rilevanti della discussione nell’Aula della Camera dei deputati: in effetti, la nuova legge elettorale, combinata con la prevedibile massiccia astensione, regala una maggioranza consistente pur in assenza di una vera legittimazione popolare. Del resto, l'assillo della maggioranza, ripetuto come un mantra in ogni talk show da mesi a questa parte, è sempre stato quello di "sapere chi ha vinto la sera delle elezioni", un obiettivo difficilmente inquadrabile nelle tradizionali dinamiche politiche. Come forse saprete, c’è stata polemica anche sulla scelta di cambiare la legge con le elezioni piuttosto vicine. Non è un caso che Commissione Europea per la democrazia attraverso il diritto, promossa dal Consiglio d’Europa, nel suo codice di buona condotta in materia elettorale abbia fissato dei principi di garanzia minima, cui ogni governo dovrebbe attenersi, tra cui quello di non poter modificare “il sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni nell’anno che precede l'elezione”.

Quanto ci dobbiamo fidare dei sondaggi

Dunque, nel caso in cui davvero si votasse con lo Stabilicum, il centrosinistra deve solo sperare che il generale Vannacci non trovi l'accordo con l'attuale coalizione di centrodestra? No, o almeno, non proprio. Perché la questione è molto più complessa e i dati dei sondaggi, ancorché attendibili e precisi, non dicono tutto. In questa fase, anzi, i sondaggi politici vanno maneggiati con estrema cura. Vanno contestualizzati, pesati, reintermediati, inseriti in un ragionamento più ampio che tenga conto dello scenario politico attuale, delle proiezioni sul futuro e delle tante possibili opzioni ancora sul tavolo.

In primo luogo, c’è da considerare il tempismo. I sondaggi fotografano la situazione del momento, ma le cose in politica cambiano velocemente e sulle intenzioni di voto ha un peso determinante la situazione contingente. Una larga fetta di elettori, soprattutto di quelli orientati ad astenersi, decide nelle ultime settimane prima del voto, basandosi sul clima del momento, sulla campagna elettorale, su elementi cogenti nel dibattito pubblico. Spesso il come si arriva è più importante del come si parte. Gli esempi degli ultimi anni sono piuttosto indicativi. Nel 2018 il rush finale del Movimento 5 Stelle fu impressionante: un’onda difficilmente preventivatile qualche mese prima, come conseguenza della capacità grillina di intestarsi quasi in solitudine l’opposizione a un governo debole e privo di qualunque legittimità popolare. Chi segue la politica ancora si interroga su cosa sarebbe accaduto se la campagna elettorale fosse durata anche solo qualche settimana in più. Nel 2022 il trionfo di Giorgia Meloni, diverso per struttura e proporzioni, fu reso possibile anche da una campagna elettorale stanca e priva di qualunque spinta propulsiva di avversari divisi e lacerati, in larga parte privi di leadership riconoscibili.

Il quando e in che modo si arriverà al voto, insomma, conta. Al pari del “come”, ovvero dell’offerta politica agli elettori. Alleanze ed equilibri interni alle aree politiche hanno un peso determinante nella scelta degli elettori, finendo col determinare il consenso specifico per i singoli partiti. Sommare algebricamente i voti dei singoli partiti, ipotizzando che il risultato finale sia quello della coalizione nel suo complesso, è operazione da fare con grande cautela. Perché funziona una sorta di "dimmi con chi vai e ti dirò se ti voto", molto banalmente. Ma anche perché essere o meno in una coalizione definisce quali sono i reali margini di manovra di una formazione politica.

Il caso Vannacci è esemplificativo (ma potremmo fare lo stesso discorso per i centristi del campo largo, per l'estrema sinistra eccetera). Una rilevazione Ipsos sulla base elettorale di Futuro Nazionale mostra come gran parte degli elettori potenziali del generale si collochi a destra (56%) e nel centrodestra (22%), mentre solo il 7% nell’area di centrosinistra (un 15% non si colloca politicamente). Attenzione, però, perché oltre un terzo di chi si dichiara pronto a sostenere Vannacci proviene dall’area dell’astensionismo. Ciò vuol dire che il generale pescherebbe in larga misura in un elettorato già orientato a votare la coalizione di centrodestra, ma anche che potrebbe riportare al voto persone disilluse e sfiduciate. Quante di queste lo seguirebbero se decidesse di entrare in una coalizione a cui non hanno voluto dare sostegno in passato? E quanti elettori di Fratelli d’Italia, della Lega e dei Forza Italia accetterebbero invece di sostenerlo nel caso in cui scegliesse di andare alle urne da solo?

Questo accade (non solo, ma soprattutto) perché ci sono da considerare gli obiettivi. Gli elettori vogliono sapere “per cosa” stanno votando, per regolarsi di conseguenza. A pochi piace avere la sensazione di sprecare il proprio voto, magari in avventure politiche velleitarie o senza alcuna possibilità di poterli rappresentare in Parlamento. È il principio alla base della logica del voto utile, che ha un impatto decisivo e che condiziona le campagne elettorali dei partiti. In questo senso, Giorgia Meloni ha già cominciato, con l’obiettivo di drenare consenso da Futuro Nazionale. Suona un po’ come la mossa della disperazione a qualcuno, ma è la politica.

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