
Votanti 375, maggioranza 188, favorevoli 187. Un voto, un singolo voto, che però potrebbe cambiare tutto. Così è finita la votazione più attesa dell’anno, quella sull’emendamento della maggioranza alla proposta di riforma della legge elettorale che introduceva parzialmente le preferenze. Uno snodo cruciale, una prova decisiva, che il centrodestra ha fallito clamorosamente, malgrado l’ampia e rassicurante maggioranza alla Camera dei deputati mostrata per tutta la giornata di votazioni sugli altri emendamenti.
Cos’è successo è presto detto: nel segreto dell’urna, una trentina almeno di deputati della maggioranza hanno votato contro le indicazioni ufficiali dei loro partiti. Lo hanno fatto consapevoli di aprire una crisi profonda nella coalizione di governo, con i leader che avevano impiegato settimane per trovare una quadra sulle preferenze. Lo hanno fatto nonostante la stessa presidente del Consiglio, che forse temeva l’imboscata, si fosse preoccupata di intervenire pubblicamente a discussione in corso, esprimendo perplessità rispetto al metodo del voto segreto. Lo hanno fatto, malgrado l’investimento in termini di credibilità dell’intera maggioranza di governo, pressata a destra da Futuro Nazionale e accusata di voler cambiare la legge elettorale “per paura di perdere”. Lo hanno fatto conoscendo le conseguenze del loro gesto.
Un voto, insomma, che sposta gli equilibri e rappresenta il segnale più chiaro della difficoltà in cui si trovano la presidente del Consiglio e i suoi fedelissimi. Perché non ci vuole certo un genio per capire su quali banchi siedano i franchi tiratori, così come non servono analisi di chissà quale complessità per inserire lo schiaffo odierno all'interno di un contesto complessivo di tensione e sfiducia. La maggioranza è a pezzi da mesi, i rapporti fra i leader sono tesissimi, le divergenze fra le diverse anime del governo sono enormi, la batosta del referendum mai completamente assorbita. Le prospettive, se possibile, sono ancora peggiori: in calo di consensi, con l'incubo Vannacci che continua a crescere, isolati sul piano internazionale dopo la sciagurata condotta trumpiana degli ultimi anni, con alle viste una legge di bilancio che definire complicata sarebbe un eufemismo. Il bilancio, dopo quattro anni di lavoro, è misero, malgrado il tentativo di accelerare in questi ultimi mesi, con il piano casa e il cosiddetto salario giusto. Le riforme scomparse.
La legge elettorale era una sorta di ultimo appello, non fosse altro per mettere la cosiddetta pistola sul tavolo e poter minacciare il ritorno alle urne in tempi brevi. Dopo il naufragio di oggi, sarà quasi impossibile far finta di nulla.