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Spesso tendiamo a liquidare il dibattito sulla legge elettorale come una questione per addetti ai lavori. Si tratta di temi giudicati troppo “tecnici”, quando non noiosi, che nella copertura mediatica vengono nella migliore delle ipotesi banalizzati o mescolati con notizie di maggiore appeal per i lettori e gli ascoltatori. Di legge elettorale, cioè, si parla quasi esclusivamente in relazione allo scontro politico o agli equilibri interni alle coalizioni. Del merito, poco o nulla, ed è un vero peccato. Perché il sistema elettorale determina il funzionamento di una democrazia, costruendo il mezzo attraverso cui si calibra la rappresentanza e si influenza la governabilità.

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In questo spazio, dunque – vi ricordo che potete ricevere questa newsletter direttamente nella casella di posta cliccando qui – proverò a spiegarvi in modo sintetico non solo qual è la posta in gioco, ma anche in cosa consiste l’attuale dibattito sulla legge elettorale. E perché dovremmo seguire con grande attenzione il percorso a tappe forzate che comincia oggi in Commissione Affari Costituzionali alla Camera dei deputati e che vedrà nel voto di fine mese uno snodo cruciale.

La legge attualmente in vigore: il Rosatellum

Se si votasse oggi, il sistema applicato sarebbe quello conosciuto come “Rosatellum”, dal nome dell’allora parlamentare del Partito democratico, Ettore Rosato, poi passato a Italia Viva e infine approdato in Azione, di cui è attualmente vicepresidente. La legge, che fu approvata definitivamente nel 2017 al termine di un lunghissimo iter cominciato dopo che la Corte Costituzionale aveva fatto a pezzi il Porcellum di Roberto Calderoli, ha disciplinato le Politiche del 2018 e quelle del 2022, che hanno avuto esiti molto diversi. Nel primo caso, come ricorderete, nessuno dei tre schieramenti più rappresentativi ottenne la maggioranza dei seggi né alla Camera né al Senato: fu necessario che la Lega rompesse l’unità della coalizione di centrodestra e si alleasse con il Movimento 5 Stelle affinché nascesse il governo Conte I; un ribaltone parlamentare determinò poi il Conte II, che lasciò il passo al Draghi, a seguito di un'ulteriore operazione politicista. Nel secondo caso, la netta affermazione del centrodestra a trazione Fratelli d’Italia ha garantito e sta garantendo al governo guidato da Giorgia Meloni un’ampia maggioranza.

Questa comparazione mostra già alcune peculiarità del Rosatellum, che è un sistema misto, con una quota di seggi attribuita con il sistema maggioritario e una (circa i 5/8) con il sistema proporzionale, sia alla Camera che al Senato. Come forse saprete, 147 deputati e 74 senatori sono eletti con l’uninominale, ovvero in quanto vincitori in un singolo collegio elettorale. I restanti (esclusi quelli eletti all’estero) sono eletti con il metodo proporzionale dei quozienti interi e dei maggiori resti. La ripartizione di questi seggi è diversa tra Camera e Senato: per Montecitorio la ripartizione è prima su base nazionale e poi nelle 28 circoscrizioni regionali o infraregionali previste; per Palazzo Madama la ripartizione è su base regionale in 20 circoscrizioni. Tanto alla Camera che al Senato le coalizioni possono accedere alla ripartizione dei seggi solo se raggiungono il 10% dei voti (mentre le liste, coalizzate o no, il 3%), fatta eccezione per le formazioni che rappresentano minoranze linguistiche o, al Senato, per liste in grado di raggiungere il 20% in una singola Regione. Non vi è possibilità di indicare preferenze e i candidati della quota proporzionale sono eletti in base all’ordine di presentazione in lista. Non vi è possibilità di utilizzare il voto disgiunto (per un candidato all’uninominale e per una lista non a egli collegata al proporzionale, ad esempio), mentre vi sono norme per l’equilibrio di genere nei listini plurinominali per la quota proporzionale e nelle candidature nei collegi uninominali.

È una buona legge?

La risposta è “dipende”. Se dovessimo valutarla in base ai due criteri fondamentali di cui parlavamo in premessa, allora dovremmo avere più di qualche dubbio, perché, come plasticamente dimostrato nel 2018, non “garantisce” la governabilità e determina anche alcune anomalie nella rappresentanza. Di contro, come dimostra il dato del 2022, il Rosatellum fotografa abbastanza bene il risultato delle urne e sembra funzionare nel caso in cui gli elettori siano in grado di esprimere una netta preferenza in termini di consenso.

Sul piano tecnico, però, c’è qualche stranezza determina dal meccanismo scelto per distribuire i seggi, che ha un “momento” nazionale e uno circoscrizionale. Emanuele Bracco lo spiega bene in questo pezzo su LaVoce:

Il meccanismo di distribuzione proporzionale dei seggi è il cosidetto metodo Hare (o largest remainder). Immaginiamo ci siano 15 elettori che devono eleggere 5 deputati. Ogni partito riceverà un deputato ogni tre voti. Immaginiamo di avere tre partiti: il partito A riceve 8 voti, il partito B ne riceve 3 e il partito C ne riceve 4. Assegniamo quindi un deputato ogni tre voti, e ci ritroviamo con due seggi al partito A (8 voti), un seggio al partito B (3 voti) e un seggio al partito C (4 voti). Il quinto seggio sarà attribuito al partito che ha più voti “avanzati”, in questo caso il partito A (più precisamente al partito con il maggiore resto del quoziente tra voti e divisore, in questo caso pari a tre). Ci ritroviamo quindi con il partito A che ha avuto un po’ più seggi del dovuto (grazie ai resti), il partito B che ha avuto esattamente il numero di seggi spettanti, mentre il partito C ha avuto un po’ meno seggi del dovuto (a causa di un “resto” troppo basso).

Questa operazione viene effettuata sui voti dei singoli partiti a livello nazionale per distribuire i 245 seggi tra le liste a livello nazionale. Viene poi ripetuta a a livello di ogni circoscrizione. Proprio per questi giochi di resti, il conteggio a livello di circoscrizione potrebbe assegnare a un partito più o meno seggi di quelli spettanti secondo il conteggio nazionale. Ci ritroviamo quindi con dei partiti “eccedentari” (troppi seggi assegnati nel conteggio circoscrizionale) e dei partiti “deficitari” (l’opposto).

Il calcolo dei resti, insomma, non è semplicissimo (ci sono ulteriori passaggi del meccanismo di compensazione che appunto serve a “sanare” il problema) e determina grande incertezza nel prevedere chi sarà eletto in ciascuna circoscrizione, ma soprattutto un effetto paradossale per cui un buon risultato di un determinato partito in una singola circoscrizione potrebbe penalizzare un altro partito non in quella coalizione, ma in una diversa circoscrizione.

Conclude sempre Bracco:

Il risultato è devastante per il corretto funzionamento di un sistema elettorale: gli elettori (ad esempio, ndr) di Milano con il proprio voto (marginale) non contribuiscono all’elezione dei candidati nella propria circoscrizione e quindi non hanno modo di utilizzare il loro voto per punire o premiare chi gli è messo di fronte. Il candidato locale non ha alcun incentivo a cercarsi voti nel proprio collegio, se a trarne beneficio saranno candidati di chissà quale altra parte d’Italia. Da ultimo, è molto complicato per i partiti prevedere quali sono i posti il lista sicuri e quali no. Il risultato potrebbe essere di vedere inavvertitamente eletti i “riempilista”.

Ulteriori elementi di problematicità sono dati dalle liste bloccate, da sempre vissute come un problema dall'opinione pubblica, perché, di fatto, trasferiscono la sovranità nelle stanze dei partiti politici, le cui segreterie indicano gran parte degli eletti sicuri con la quota proporzionale; nonché dall'assenza del voto disgiunto che porta all'anomalia per cui scegliere un singolo candidato nel collegio uninominale significa sostenere automaticamente i partiti a esso collegati nell'uninominale.

Quello che dovremmo chiederci, però, è se la decisione di cambiare legge elettorale nasca dalla volontà di migliorarla, di sanare un vulnus democratico e di ridare pienamente senso alle scelte dei cittadini. O da altre ragioni, più politiche e strategiche.

La proposta della maggioranza Meloni

La proposta di riforma della legge elettorale avanzata maggioranza, con ogni probabilità, nasce da altre riflessioni. La versione ufficiale è che sia necessario intervenire sul Rosatellum per evitare che si determini una situazione di stallo e che sia possibile individuare un chiaro vincitore subito dopo lo spoglio dei voti. Lo scenario che si vorrebbe scongiurare, per dirla in altri termini, è quello del 2018, che poi finì per determinare la nascita di tre governi sostenuti da tre maggioranze diverse, nonché una prematura interruzione della legislatura. Certo, si tratta della stessa legge che ha garantito un’ampia maggioranza a Giorgia Meloni, ma il mantra che si ripete nei Palazzi è che “le condizioni ora sono diverse”. In effetti, ci sono diverse simulazioni che confermano come la partita attuale possa essere molto aperta, con un esito finale piuttosto incerto.

E qui entra in gioco la versione non ufficiale.

La Commissione Europea per la democrazia attraverso il diritto, promossa dal Consiglio d’Europa, nel suo codice di buona condotta in materia elettorale ha fissato dei principi di garanzia minima, cui ogni governo dovrebbe attenersi. Uno degli aspetti più interessanti è quello che torna nel nostro discorso:

Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l'elezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o a ad un livello superiore a quello della legge ordinaria

Cambiare la legge elettorale in vista di un imminente ritorno alle urne, dunque, è sempre una scelta sbagliata. A maggior ragione se, come prevedibile, le modifiche avverranno senza un ampio accordo parlamentare e con ritmi serrati.

Nella lettura delle opposizioni e della gran parte degli analisti politici, in effetti, la scelta di modificare la legge elettorale sarebbe indicativa di due cose: la volontà della maggioranza di andare alle urne il prima possibile, o almeno di poter mettere sul tavolo la cosiddetta “pistola carica”; la consapevolezza di non essere favoriti se si dovesse votare con il Rosatellum. A rafforzare la prima tesi c’è l’inusitata fretta con cui i partiti di governo stanno gestendo la discussione parlamentare, con sedute notturne e nei fine settimana volte ad accelerare i lavori preliminari nelle Commissioni. La seconda questione è più complessa, ma si ricollega direttamente alla struttura della proposta che porta la firma del capogruppo di Fratelli d’Italia Bignami. La gran parte delle simulazioni, in effetti, mostra come, per effetto del vantaggio nei collegi uninominali (soprattutto nel Sud Italia), il campo largo avrebbe maggiori possibilità di ottenere la maggioranza nei due rami del Parlamento. La vittoria diventerebbe praticamente certa nel caso in cui Futuro Nazionale, la creatura del generale Vannacci, dovesse decidere di correre da sola.

Dunque, davvero il centrodestra sta tentando di approvare una legge elettorale per evitare di perdere le prossime elezioni?

Le cose sono più complesse e, per districare la matassa, è necessario analizzare nel dettaglio qual è la proposta Bignami. Che, nel frattempo, è già diventata Bignami-bis e su cui la maggioranza ha già proposto quattro emendamenti correttivi.

Andiamo con ordine e partiamo dal dato politico più rilevante: la Commissione Affari Costituzionali comincia lunedì 15 giugno l'esame degli emendamenti sulla seconda versione della legge elettorale, che la maggioranza intende portare in Aula entro la fine di giugno. Lasciando sostanzialmente inalterato l'impianto di una proposta che sarà il Parlamento a definire in aspetti cruciali.

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Lo Stabilicum, o Melonellum, o Bignamellum (neanche qui si capisce molto), originariamente nasce come sistema prevalentemente proporzionale, corretto e integrato da un premio di maggioranza a quota fissa. La proposta prevede, tra gli aspetti più rilevanti: l’abolizione dei collegi uninominali (a eccezione di quelli di Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige); l’introduzione di un premio di governabilità, ovvero una quota fissa di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, che scatterebbe solo nel caso in cui una lista/coalizione riuscisse a ottenere almeno il 42% dei voti validi in entrambi i rami del Parlamento; l’obbligo di indicare formalmente il nome del leader che si intende “proporre per l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri”; una soglia di sbarramento del 3% per l’ingresso in Parlamento (con il recupero del “miglior perdente”, ovvero l’ammissione al riparto dei seggi della prima lista sotto il 3%); un tetto massimo di seggi per impedire maggioranze troppo sbilanciate.

Inizialmente, i collegi del Trentino non avrebbero dovuto contribuire al premio di maggioranza, ma i partiti di governo hanno presentato un emendamento per sanare questo aspetto. Così come la prima versione prevedeva un turno di ballottaggio, poi eliminato.

La scheda elettorale, dunque, prevederà la possibilità per l’elettore di votare esclusivamente il partito o la coalizione, mostrando sia la lista bloccata dei candidati al proporzionale nella propria circoscrizione, sia, in calce, un ulteriore listino (parte di esso, almeno), quello dei candidati che entreranno in Parlamento solo nel caso in cui scattasse il premio di maggioranza. Premio che, come specificato da un emendamento della maggioranza, sarà diviso fra le singole liste circoscrizionali. Sempre tramite un emendamento, poi, è stabilito l’obbligo di candidarsi sia nel listino del premio, sia nelle liste del collegio. Un elemento che si annuncia problematico è quello della "non conoscibilità" per l'elettore di tutti i candidati che potrebbero essere eletti col proprio voto, per effetto del premio.

Modello di scheda elettorale – Fonte: Pagella Politica
Modello di scheda elettorale – Fonte: Pagella Politica

Ci sono diverse questioni considerate piuttosto controverse in relazione allo Stabilicum. L’indicazione del capo della coalizione (o meglio, del nome proposto per la presidenza del Consiglio), per cominciare, è considerata problematica, in primo luogo perché finirebbe per limitare le prerogative del presidente della Repubblica in merito all’attribuzione dell’incarico di formazione del governo. Sul punto la maggioranza sta lavorando per trovare una quadra, con una formulazione diversa rispetto alle prime versioni circolate, ma non è chiaro quale sarà l’output finale. Il problema vero nasce dal fatto che si tratta di una mossa strategica per mettere in difficoltà gli avversari politici, più che di una reale necessità. Come noto, mentre Meloni ha saldamente le redini del centrodestra, nel campo largo la contesa per la leadership è aperta e destinata a creare frizioni. È evidente che costringere gli avversari a una conta interna a ridosso delle elezioni aiuterebbe la propaganda di chi invece punta sulla stabilità e la compattezza. Non in subordine, va considerato che l’indicazione del(la) premier in pectore sembra aprire la strada al premierato, modifica sostanziale del processo democratico che è fortemente osteggiata dall’opposizione, ma che resta ancora il sogno proibito di Meloni.

Sul premio di maggioranza, poi, c’è un ampio dibattito in corso. Oltre agli aspetti tecnici, alcuni dei quali in corso di definizione, i dubbi vertono anche sulla soglia individuata (il 42%), che secondo alcuni è del tutto arbitraria, e sul rispetto della famosa pronuncia con cui la Consulta smontò il Porcellum. La quantificazione del premio è centrale, anche perché da essa dipende la possibilità di una coalizione di essere più o meno autonoma nella nomina di tutta una serie di figure di garanzia, non da ultimo nella partita per l'elezione del Capo dello Stato.

Sull'equilibrio fra rappresentanza e governabilità, del resto, la discussione è complessa e certamente non è nuova: fino a che punto possiamo spingerci nel garantire una solida maggioranza in entrambi i rami del Parlamento a una coalizione che non solo non è maggioranza nel Paese, ma che magari sopravanza quella avversaria di poche decine di migliaia di voti? Di contro, fino a che punto si può esporre il Paese all'instabilità e alla precarietà, adottando un sistema elettorale che non garantisce maggioranze in Parlamento e rende inevitabili accordi dopo le elezioni? Detto in altre parole: fino a che punto il sistema elettorale deve supplire all'assenza di una chiara legittimazione popolare per l'una o l'altra coalizione?

La questione delle preferenze

Il testo unificato in Commissione Affari Costituzionali non prevede per l’elettore la possibilità di esprimere preferenze. Come per il Rosatellum, ai fini dell’elezione sarà dunque determinante “la posizione” occupata dal candidato nelle liste bloccate. Che per lo Stabilicum sono addirittura due: il listino proporzionale e quello del recupero nel caso dovesse scattare il premio di maggioranza. Dopo una serie di schermaglie, la maggioranza ha deciso di spostare in Aula la discussione sull'inserimento delle preferenze.

In una recente intervista a La Stampa, il ministro dei Rapporti col il Parlamento Luca Ciriani si è detto “favorevole e contento” nel caso di una eventuale introduzione, specificando però che “esistono posizioni differenti” e assicurando che Fdi non tenterà colpi di mano. Contrari, come noto, sono Lega e Forza Italia. L’opposizione, invece, ha già presentato diversi emendamenti che mirano a introdurle, così come hanno fatto i parlamentari vannacciani. È anche per questo motivo che la scelta dei partiti di centrodestra di lasciare la scelta all'Assemblea è piuttosto strana.

Tecnicamente, in effetti, ci sarebbe una maggioranza parlamentare a favore della preferenze, trasversale agli schieramenti. Ma è piuttosto difficile ipotizzare che la coalizione che governa il Paese possa presentarsi con posizioni così distanti a uno snodo di tale rilevanza e centralità, magari facendo passare un emendamento dell’opposizione, nel caso anche col voto segreto. Tra quelli che solitamente si definiscono “i bene informati”, in effetti, la voce che circola è che Fratelli d’Italia alla fine dei conti non appoggerà nessuno degli emendamenti che introducono le preferenze, in ragione di un accordo con gli altri partiti che compongono la maggioranza di governo. Il problema per il partito di Meloni è che se dovesse saltare l’accordo con Fi e Lega (in particolare) sui listini bloccati, allora l’intero impianto della nuova legge potrebbe essere esposto al fuoco amico, con effetti non facilmente prevedibili o circoscrivibili.

La questione non è però soltanto di natura politicista. Le preferenze sono da sempre l’argomento retorico di maggiore presa sull’opinione pubblica, perché costituiscono la critica perfetta a qualunque proposta di riforma della legge elettorale. Senza preferenze, dicono, i cittadini sono privati del diritto di scegliere i propri rappresentanti e le decisioni finiscono per essere in capo alle segreterie di partito. Senza preferenze, spiegano, si disincentiva la partecipazione, perché da un lato si conosce già gran parte degli eletti, dall’altro i candidati in basso nei listini non hanno alcuno stimolo a spendersi in campagna elettorale. Senza preferenze, assicurano, si crea un rapporto di eccessiva sudditanza fra i parlamentari in carica e le segreterie di partito, che possono decidere del loro futuro semplicemente inserendoli in posizioni "sicure" nei listini, annullando l'accountability e rendendo gli eletti che sperano in una ricandidatura meno liberi di esercitare il loro mandato senza vincoli. Inoltre, bisogna considerare che l'eliminazione dei collegi uninominali toglie effettivamente la possibilità per l'elettore di scegliere direttamente il proprio rappresentante a livello territoriale.

Tutto più o meno vero, ma non esaustivo. Quelli appena citati sono problemi strutturali della nostra democrazia, non determinati esclusivamente dall'assenza del meccanismo delle preferenze. Le quali, del resto, non sono necessariamente garanzia di "democratizzazione" del processo e pongono una gamma di altri problemi di non poca rilevanza: incentivano meccanismi di tipo clientelare, premiano il candidato che può attingere a maggiori risorse economiche, determinano una competizione interna che fa passare in secondo piano la proposta politica complessiva dei partiti.

Va infine detto che la battaglia sulle preferenze di alcuni partiti è profondamente ipocrita. Negli ultimi anni, praticamente tutti i partiti che ora si dicono favorevoli hanno avuto la possibilità di introdurle e non lo hanno fatto. In gran parte dei casi, perché la possibilità di controllare le dinamiche interne è il tesoretto di ogni leader o segreteria di partito.

Vedremo se anche in questo caso andrà a finire così.

Piccola informazione di servizio: come spero avrai notato, questo episodio della newsletter è piuttosto diverso dai precedenti, ho cercato di prendermi più tempo e spazio per spiegare nel dettaglio uno dei grandi temi della discussione politica. Nella mia idea, sarà il primo di una lunga serie di spiegoni, o in generale di racconti lunghi, con cui cercherò di darti informazioni e spunti di riflessione, per fare un po' di chiarezza e fermarci insieme a riflettere. Fammi sapere che ne pensi, scrivendomi al solito indirizzo: eveningreview@fanpage.it.

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