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La politica a volte sa essere tremendamente semplice, come sa bene la nostra presidente del Consiglio. Ci sono momenti in cui le cose sono destinate ad andare in una certa direzione, qualunque cosa tu possa pensare di fare. Dopo la batosta al referendum sulla riforma della Giustizia, era piuttosto semplice prevedere mesi complicati per la maggioranza, al punto che aprire una crisi di governo non appariva idea così malvagia. Il ragionamento a Chigi era più o meno questo: la sconfitta ha aperto una falla non riparabile, non possiamo pensare di passare i prossimi mesi a svuotare l’imbarcazione dall’acqua, anche perché il rischio è che si aprano altri fronti, che sorgano nuovi problemi; meglio prendere atto della situazione e tornare in porto il prima possibile, tanto più che nessuno dei nostri avversari sembra avere una barca pronta a navigare. Che Meloni avesse davvero accarezzato l’idea di interrompere la legislatura e tornare al voto è confermato dalle cronache delle settimane successive al referendum. Meno conferme abbiamo sulle ragioni che l’hanno portata a fare una scelta diversa. Possiamo solo ipotizzare che un peso decisivo lo abbiano avuto le perplessità dei suoi alleati, la contrarietà del presidente della Repubblica e una certa ritrosia nell’interrompere “la legislatura dei record”.

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Il problema è che da quella batosta il governo non si è mai ripreso, incespicando un passo dopo l’altro e perdendo quell’abbrivio che sembrava inarrestabile. Non è una novità assoluta per la politica italiana, specie in tempi in cui la narrazione è tutto. Semplicemente, la sconfitta al referendum ha messo in crisi la narrazione della “luna di miele col Paese” e del “tocco magico” di Giorgia Meloni, mostrando con grande evidenza le lacune e i limiti di un’intera classe dirigente. Soprattutto, dando il coraggio necessario alle opposizioni, che siano a sinistra, al centro o a destra importa relativamente poco, per provare a fare quel passo in più che è necessario per mettere in crisi una maggioranza così solida e ripensare lo scenario nel breve e medio periodo. La compattezza (apparente) del campo largo, la crescita di Vannacci, la ristrutturazione (ancora in corso) di Forza Italia, la ridefinizione degli equilibri interni a Fdi sono fatti politici che vanno appunto inseriti nel nuovo contesto post referendum.

Aver scelto di proseguire la legislatura, dicevamo, ha obbligato Meloni a ridefinire completamente la propria strategia. Una sfida tanto più complicata perché in un contesto decisamente non favorevole per il suo governo e il suo progetto politico.

Nei piani iniziali, infatti, l’ultimo anno a Palazzo Chigi doveva essere interamente dedicato alla pianificazione delle Politiche del 2027, considerate lo snodo cruciale per il futuro del nostro Paese. Durante la prossima legislatura, sarà eletto il successore di Sergio Mattarella al Quirinale, come noto obiettivo irrinunciabile per la destra, non solo quella italiana. Già, perché conquistare il Colle e confermare Palazzo Chigi rappresentava, almeno prima del delirio di questi ultimi mesi, un tipping point per il progetto complessivo della destra identitaria di influenza trumpiana.

Prendere l’Italia, forse la Francia, caldeggiare l’apertura della Cdu ad Afd, sponsorizzare l’alleanza Ppe/Ecr a Bruxelles, erano considerati obiettivi strategici della nuova amministrazione americana e dei suoi fiancheggiatori (in particolare i tecnocapitalisti della sorveglianza globale) per indebolire la costruzione europea e cambiarne costitutivamente ruolo e funzione. In un mondo retto da autarchie e governi cesaristi, non c’è spazio per modelli alternativi come quello europeo, per di più contraddistinto da una tendenza regolatoria e da un apparato burocratico invisi a capitalisti e affaristi che stanno modellando il sistema in cui vivremo per i prossimi decenni, con l’aiuto e l’avallo (chissà quanto consapevoli) di Donald Trump e dei Maga.

È stato questo per mesi il ruolo che il presidente americano aveva immaginato e cominciato a costruire per Giorgia Meloni: quello di quinta colonna nell’Unione Europea, elemento in grado di minarne l’unità e ridurne la forza, soprattutto nei momenti in cui, peraltro in maniera del tutto legittima, perseguiva un’agenda completamente differente. Per mesi la leader di Fratelli d’Italia ha svolto egregiamente tale compito, risultando fedele, anzi fedelissima, alla linea anche in momenti oggettivamente imbarazzanti (ricorderete tutti i tentennamenti italiani di fronte alle minacce trumpiane alla Groenlandia o l’epocale comunicato con cui si giustificava il rapimento di Maduro parlando di “azione difensiva”). Non che Meloni non se ne rendesse conto, intendiamoci. Ma si trattava di una scommessa: ottenere dall’amico americano quella legittimazione internazionale necessaria per tutelare gli interessi italiani e portare a casa quella svolta in Europa tanto promessa ai propri elettori, soprattutto su immigrazione e politiche energetiche; il tutto a un costo tutto sommato contenuto, ovvero stressare all’estremo i rapporti con gli alleati storici (Francia e Spagna in particolare) e aprire un potenziale fronte di conflittualità con i piani alti di Bruxelles (scenario che contava di scongiurare in parte grazie al rapporto privilegiato con Ursula von der Leyen).

I fatti degli ultimi mesi, l’avventura in Iran di Trump soprattutto, si sono occupati di mostrare la pochezza di una simile strategia, rendendo evidente che quella del “ponte fra Usa e Ue, in nome dell’unità dell’Occidente” fosse poco più che una barzelletta. Il gigantesco fallimento della nostra politica estera, insomma.

La retromarcia di Meloni non è stata però priva di conseguenze sul piano interno. Perché si è incrociata con l’aggravarsi della crisi energetica, con il magro bilancio di quattro anni di governo e con un’oggettiva incapacità di riprendere il controllo della situazione. I piani, come detto, erano radicalmente diversi. Il referendum, la guerra totale in Medioriente e quella senza sbocchi in Ucraina, la mancata uscita dalla procedura di infrazione, l'inflazione, il ristagno della produttività, l'effetto pressoché nullo dei miliardi del Pnrr, le pressioni per il riarmo: elementi che riducono al minimo le possibilità di manovra per l'ultimo anno e che peseranno in modo decisivo sulla lunghissima campagna elettorale per le Politiche.

Sotto questo profilo, il calo di consensi registrato in queste settimane è allo stesso tempo causa e sintomo delle tensioni che hanno cominciato ad attraversare la maggioranza e che rendono il momento attuale decisamente peculiare. Così come in questo contesto nascono l'effervescenza in Parlamento (del disastro sulla legge elettorale avevamo parlato qui) e lo stillicidio di mezze minacce, polemiche, tensioni tra i partiti della maggioranza. E, a ben guardare, la stessa avventura di Vannacci non sarebbe stata possibile solo dodici mesi fa, o almeno non avrebbe avuto questo clamoroso successo tra l’elettorato del centrodestra.

Dunque, che fare? È l’assillo di Meloni e dei suoi fedelissimi: come uscire dall’impasse? Come dare un nuovo respiro a un progetto che sembra tramontato nelle sue premesse e sempre meno attrattivo per gli elettori? Come tirare avanti un altro anno, peraltro senza risorse e tra impegni cruciali e piuttosto impopolari, come l'aumento delle spese militari?

Il vero cruccio è che le risposte latitano e le opzioni sembrano ridotte al minimo (la polemica di queste ore sull'uso dei fondi del Safe è piuttosto indicativa). Quindi, in attesa di capire come risolvere il rebus Vannacci e come evolverà la questione non soltanto tecnica della legge elettorale, Meloni ha fatto quello che consiglia il manuale base della politica in situazioni del genere: cambiare discorso, bombardare l’opinione pubblica con argomenti distorsivi. Una lezione che la destra ha imparato da tempo, perfezionandola addirittura con la tecnica dei trial balloon e mettendola in pratica grazie alla compiacenza dei giornali di area e dei media controllati più o meno direttamente. Il dibattito pubblico delle ultime settimane ha un che di surreale. È il racconto di un Paese in mano ai violenti, di città in mano a bande di minorenni stranieri, di cittadini terrorizzati dai delinquenti al punto da rendere necessario cambiare la legge per consentir loro di potersi difendere da soli, di movimenti antagonisti risorti in tutta la loro pericolosità, di una resa alla colonizzazione culturale da parte degli islamici.

Emergenze in sequenza, di fronte alle quali il governo si mostra pronto e sollecito nelle risposte. Da qui il lungo elenco di decreti, interventi normativi, proposte di legge o anche solo dichiarazioni d'intento che riempiono le pagine dei notiziari. In questo contesto, la cronaca diventa il grimaldello con cui scardinare le naturali resistenze dell'opinione pubblica: fatti particolarmente eclatanti o argomenti intrinsecamente divisivi vengono enfatizzati, gonfiati e poi spolpati fino all'osso. Inutile dire che una tale manipolazione del dibattito pubblico produce effetti nefasti, persino sulle stesse vicende, a volte marginali, di cui si occupa. La gran parte degli interventi normativi è puramente "coreografica", incapace di incidere nei processi; il livello di odio e rancore che raggiungono le discussioni pubblici distrugge il tessuto sociale e crea fratture spesso insanabili; la polarizzazione dello scontro politico trasforma leader e parlamentari in influencer a tempo, con ulteriore perdita di fiducia da parte dei cittadini. Mentre, ovviamente, i veri problemi restano tutti sul tavolo.

Che poi, almeno giudicare dai sondaggi, non sta nemmeno funzionando…

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