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Come è finita lo sappiamo un po’ tutti: la rottura del “rapporto speciale” tra Donald Trump e Giorgia Meloni, a colpi di interviste, video sui social e meme più o meno riusciti; le trattative sottobanco per ricucire lo strappo e mettere in sicurezza rapporti e relazioni diplomatiche, cui corrispondono interessi e rendite di posizione; la conferma degli impegni già presi e la prosecuzione della linea dell’appeasement nei confronti dell’amministrazione trumpiana. Il vertice NATO di Ankara, in effetti, sarà ricordato come quello in cui sono state ratificate tutte le richieste avanzate dal tycoon newyorchese, senza peraltro che quest’ultimo se ne sia rallegrato. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, in predicato di diventare la nuova grande passione politica di Giorgia Meloni, ha parlato apertamente di “nuova era per la sicurezza europea”, ribadendo che gli Stati si impegneranno a raddoppiare la spesa per la difesa e impostare le strategie di sviluppo economico intorno all’industria bellica. L’Italia, in tal senso, appare pienamente allineata, al netto dei soliti trucchetti fiscali e della prevedibile richiesta di consentirci di sforare i limiti di spesa nella prossima manovra.

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Anche per questo, alcuni analisti e autorevoli esponenti dell’opposizione si stanno spendendo per spiegare agli italiani come lo scontro tra Meloni e Trump non sia stato che un teatrino privo di effetti concreti, una svolta più coreografica che di sostanza. È una lettura interessante e non priva di elementi sostanziali, che però va integrata con alcune considerazioni. Al netto delle parole di circostanza usate ad Ankara da entrambi, la frattura tra la nostra presidente del Consiglio e il reggente a Washington è profonda e difficilmente ricucibile. Se è vero che ad aggravare la crisi è stata la superficialità (o l’aggressività, dipende) con cui i rispettivi staff hanno gestito la comunicazione dei due leader, resta d’altro canto indiscutibile che la ragione dello scontro fosse reale e piuttosto rilevante. È noto che Trump si aspettasse ben altro supporto alla sua scriteriata avventura contro l’Iran, ma questo è solo un tassello della vicenda. Qualche settimana prima c’era stata la polemica col Pontefice, su un tema peraltro carissimo tanto a lui quanto alla sua protetta italiana. Prima ancora, a Washington si erano irritati non poco di fronte al traccheggiare italiano su quell’obbrobrio del Board of Gaza (e no, non poteva bastare l’immagine di Tajani col cappellino in mano…).

Ora, mettetevi per un attimo nei panni di Donald Trump, o almeno provate ad abbracciarne il punto di vista. Sul profilo internazionale di Giorgia Meloni aveva investito molto, immaginando potesse essere la sua quinta colonna all’interno dell’Unione Europea. Del resto, oltre all’affinità personale, c’è una comunanza ideologica profonda, una visione del mondo condivisa. Ed è stata proprio la leader italiana a lavorare perché questa vicinanza potesse tradursi in un progetto a un tempo politico e personale: quel ruolo di ponte fra le due sponde dell’Atlantico mai così lontane nelle strategie globali, mai così distanti nella lettura della contemporaneità, mai così in rotta di collisione sul piano ideologico-culturale. Insomma, un rapporto che faceva comodo a entrambi: Trump ne ricavava l’unico grimaldello per scardinare il fortino del “vero nemico” (ci torneremo), Meloni riconoscibilità internazionale e peso politico da rivendersi in patria.

Non che il tycoon non avesse messo alla prova il rapporto, diciamo. I trial balloon con cui aveva testato la fedeltà dell'amica italiana erano stati piuttosto impegnativi, dal Venezuela alla Groenlandia, prima ancora mandando il suo vice Vance a insultarci direttamente in Europa. Meloni non aveva vacillato ed era rimasta fedele alla linea, anche a costo di coprirsi di ridicolo, come nel caso dell'intervento "difensivo" degli Usa in Venezuela, o di inimicarsi gli alleati europei, come nel goffo tentativo di proporsi come negoziatrice nella vicenda dei dazi. Evidentemente, dopo tali prove di fedeltà e ossequio, Trump immaginava di poter contare su Roma per tirarsi fuori dal pantano iraniano, o meglio, per ottenere quella legittimazione cambiare la sostanza di quella che era subito sembrata un'operazione militare avventata e gravida di conseguenze. Così non è stato, per ragioni piuttosto complesse da riassumere in poche righe, ma che si intersecano anche con ragionamenti di politica interna.

Quello che è interessante sottolineare, però, è che in questo bailamme di polemiche, dichiarazioni, botta e risposta, allusioni e tentativi di manipolare la narrazione, sembra essere passato in secondo piano il punto centrale: la consonanza fra il progetto trumpiano e quello meloniano, ovvero la condivisione della piattaforma politico-ideologica della destra identitaria, che è poi la ragione alla base dell'intera questione. Detto in altri termini, la rottura dei rapporti personali tra i due non può cancellare la responsabilità tutta politica di aver tenuto per anni l'Italia nella scia di un progetto tanto ambizioso quanto incompatibile con i nostri modelli e principi. Con la scusa dell'unità dell'Occidente, Meloni è fra coloro che hanno permesso all'amministrazione americana di perseguire un progetto neo-imperialista, che immagina un mondo retto da autocrazie e governi cesaristi, in cui i nuovi padroni del vapore, i tecnocapitalisti e i signori della sorveglianza globale, hanno campo libero e margini di manovra pressoché illimitati. Un mondo in cui non c’è mai stato spazio per modelli alternativi, come quello europeo, che, pur con tutti i suoi limiti, resta fondato su principi e regole, sulla preminenza del diritto internazionale e dei trattati, su logiche di mutuo soccorso e di rispetto degli individui. Per anni la nostra presidente del Consiglio ci ha raccontato una favoletta, quella del "comune sentire", delle stesse radici, dell'unica missione, fra le due sponde dell'Atlantico, omettendo di considerare quanto fosse radicale e pericoloso il progetto trumpiano di trasformazione del quadro globale.

La comunanza di spirito e intenti è, del resto, innegabile. E si è tradotta nel tentativo, rivendicato più o meno esplicitamente, di fare dell’Italia il laboratorio europeo della destra identitaria. La madre di tutte le battaglie comuni è certamente quella sull’immigrazione, su cui le convergenze sono evidenti e drammaticamente efficaci. Su questo punto, in particolare, è interessante notare come sul piano comunicativo la destra meloniana abbia finito per scimmiottare quella trumpiana, utilizzando gli stessi argomenti, le stesse fallacie logiche, lo stesso approccio "realista". Che Meloni ha tradotto nella battaglia in Ue per ottenere un nuovo regolamento rimpatri che va proprio nella direzione suggerita da Vance e dagli altri MAGA/MEGA, sconfessando quella che è sempre stata una vocazione “storica” dell’Europa, terra di accoglienza, solidarietà e inclusione. Discorso simile per quanto concerne la lotta alla crisi climatica, pesantemente ridimensionata dal cambio di paradigma della nuova amministrazione statunitense, particolarmente apprezzato dalla destra italiana, in prima fila nel denunciare "la follia green dell'Ue". È cosa nota, inoltre, che il piano statunitense preveda di ostacolare la maggiore integrazione politica della Ue, in modo da indebolire la sua possibilità di adattamento ai rapidi cambiamenti dello scenario globale e di diminuire la capacità di ostacolare gli appetiti e delle grandi aziende statunitense, che peraltro già da tempo lavorano in proprio per favorire la deregulation in settori strategici. Linea di condotta che si è già esplicitata nella demolizione di tutti gli organismi sovranazionali, nella delegittimazione del diritto internazionale, nella ridefinizione delle relazioni diplomatiche.

Meloni, in tale contesto, si è mossa come una pedina, "la" pedina, di Trump sullo scacchiere continentale. Ne ha condiviso scelte e intenzioni. Ha avallato abusi e minacce. Una colpa storica che non si cancella con qualche video su Instagram o con qualche sguardo truce a favore di telecamera.

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