“È la nostra presa della Bastiglia”: i franchi tiratori festeggiano il voto che affossa il governo Meloni

"Allons enfants de la Patrie!", ci saluta canticchiando euforico un parlamentare della maggioranza, che incrociamo in un recondito corridoio di Montecitorio. Pochi minuti prima, a scrutinio segreto e per un voto, la maggioranza è andata sotto sull'emendamento più importante alla legge elettorale. "È il 14 luglio, la presa della Bastiglia" ironizza il deputato franco – decisamente franco – tiratore. E allora gli chiediamo: "Onorevole Franco Tiratore, adesso si può comunque andare avanti?" "Tecnicamente certo", risponde. "E politicamente?", "Bè politicamente è un altro discorso".
Sono le 19.08 quando sul tabellone dell'aula appare il risultato della votazione segreta sull'emendamento a prima firma del capogruppo di Fdi Galeazzo Bignami. Un testo teoricamente appoggiato da tutte le forze di governo e non solo. Risultato: 187 voti a favore, 188 contro. Un un punto di scarto che fa esplodere l'aula. La scena che rimarrà negli annali della politica è quella delle opposizioni che esultano, si abbracciano, urlano: "A casa! Dimissioni!". Ma quella politicamente più rilevante accade subito dopo.
La maggioranza sbanda. Invece che chiedere un'immediata sospensione dei lavori, i maggiorenti di Fratelli d'Italia e degli altri partiti di governo si guardano tra loro attoniti, si agitano, litigano. E intanto lasciano il microfono ai leader dell'opposizione. I ministri Foti e Ciriani discutono animatamente con Bignami, mentre Conte attacca: "Avete sfiduciato Meloni". Donzelli compulsa il telefono attorniato da colleghi che gli domandano cosa succede adesso, quando Schlein tuona: "Ora il governo vada a casa". Per tanto, troppo tempo, gli uomini e le donne della destra sembrano pugili suonati, che continuano a prenderle senza che nessuno suoni il gong.
Quando finalmente – ma è passata almeno mezz'ora – la seduta viene sospesa, parte la caccia a chi ha tradito, nel segreto dell'urna. Se le pareti del Transatlantico potessero parlare, racconterebbero di quante volte hanno visto indagini di questo tipo in passato, che non sono mai arrivate a una risposta definitiva. Ma nonostante tutti noi sappiamo che non troveremo la soluzione, non possiamo fare a meno di chiederci e chiedere. Innanzitutto, quanti sono i franchi tiratori dentro la maggioranza? Tra i trenta e i quaranta, è la stima più accreditata. Ma c'è chi alza l'asticella fino a cinquanta, perché almeno in teoria anche Italia Viva dall'opposizione avrebbe votato a favore. E pure i Vannacciani, che hanno filmato il loro voto (è proibito dal regolamento) per evitare speculazioni sul loro conto.
Chi ha tradito?
"Abbiamo proprio visto alcuni colleghi che scientemente non hanno votato", dice uscendo dall'aula il capogruppo di Fdi Bignami, che però intanto mette la mano sul fuoco sui suoi. Lo stesso però fanno i pari ruolo di Lega e Forza Italia. E allora – semi cit. del film Tre Uomini e Una Gamba – "se abbiamo giocato così bene, come abbiamo fatto a perdere?". Tradotto, chi ha votato contro le indicazioni ufficiali? Sicuramente la maggiore insofferenza alla vigilia si registrava tra i deputati di Salvini e Tajani, che solo all'ultimo minuto hanno dato il via libera alle preferenze "sostenibili" (copyright Donzelli). Quindi i parlamentari leghisti e forzisti sono da subito i più sospettati, anche perché da tempo i due partiti sono ingovernabili, dilaniati da lotte interne, che hanno indebolito la leadership dei rispettivi segretari.
Ma negli agguati del voto segreto, l'impronta non è mai una sola. Ci sono motivazioni politiche, lotte intestine, rancori personali che si saldano insieme, fino a rompere la diga delle indicazioni di partito, specialmente quando si va verso la fine della legislatura. Ci dice il viceministro degli Esteri in quota Fratelli d'Italia Edmondo Cirielli: "Chi non ha i voti, si è espresso contro perché pensava di non essere rieletto". Un'altra chiave di lettura è quella della rivolta delle donne, anche di centrodestra, penalizzate dal meccanismo di alternanza di genere previsto nell'emendamento di Fdi. Non è un caso che le proposte delle opposizioni sul tema – votate in aula prima del grande boom – avessero già riscosso consensi dentro la maggioranza. Tante istanze che si saldano insieme, appunto.
Un errore politico
Quello che rimane però è soprattutto il dato politico. "Hanno fatto un disastro", gongolano i parlamentari Pd in Transatlatico. Nota a margine, Elly Schlein è riuscita a tenere unito il gruppo su un argomento, come quello delle preferenze, che pure vedeva diverse sensibilità all'interno dei Dem. Sicuramente all'impresa ha contribuito il fatto che il governo abbia deciso, sorprendentemente, di intestarsi la battaglia. Eppure pochi minuti prima dell'inizio delle votazioni, la ministra per le Riforme Maria Alberti Casellati aveva detto ai nostri microfoni che non poteva esprimersi, perché "sulla legge elettorale il parlamento è sovrano".
Ma poi, nell'emiciclo di Montecitorio, la stessa Casellati a nome del governo ha dato parere favorevole all'emendamento Bignami, anziché rimettersi all'aula. Quindi, in sostanza, l'esecutivo si è intestato la proposta sulle preferenze. Come se non bastasse, negli stessi momenti, Giorgia Meloni ha messo il carico, con un post sui social in cui chiedeva alle opposizioni di rinunciare al voto segreto. In questo modo, la premier ha deciso di scendere in campo e investire lo scrutinio sulle preferenze di un significato politico più ampio.
Sul perché Meloni lo abbia fatto, ci sono due possibili interpretazioni. La prima – più semplice, ma più quotata – è che abbia semplicemente sbagliato i calcoli. Sicura di risultare vincitrice nel voto in aula, dopo l'accordo con le altre forze di maggioranza, la premier avrebbe deciso di esporsi in prima persona, per raccogliere un risultato politico, che invece non è arrivato. C'è però un altra ipotesi, minoritaria fra le fonti che abbiamo raccolto, ma che vale la pena riportare.
È quella per cui Meloni avrebbe messo in conto o addirittura cercato l'incidente così da avere un pretesto, per andare a elezioni già questo autunno. Una suggestione che al momento non trova riscontri nei Fratelli d'Italia, decisi ad approvare comunque una legge elettorale – anche se monca – e concludere la legislatura. D'altra parte, già poche ore dopo il voto, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha paventato l'ipotesi di ‘correggere' di nuovo il testo, nel passaggio a palazzo Madama, dove non c'è il voto segreto. Ma siamo sicuri che un'operazione del genere avrebbe successo? "Con il taglio dei seggi già i parlamentari hanno deciso di tagliarsi la testa – ci dice una fonte, che conosce le dinamiche delle Camere – Ora accetteranno di tagliarsi anche i c…?". Ghigliottina sì, ma fino a un certo punto.