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Era il 9 gennaio 2026 quando la Presidente del Consiglio in conferenza stampa disse: "se c'è una chiusura dell'opposizione andremo avanti a maggioranza nel parlamento". Il tema era la legge elettorale della quale iniziavano a circolare le bozze, già molto criticate soprattutto per il super premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che vince con oltre il 42% dei voti. Un ricamo su misura per il centrodestra, in quel momento ancora lontano dall'emorragia vannacciana.
Meloni paga l'arroganza di questi mesi
Il governo ieri è stato sconfitto sull'emendamento chiave, quello delle preferenze, per un solo voto. Aprendo così "una riflessione", per usare le parole della stessa leader di Fratelli d'Italia. Meloni paga l'arroganza non solo nei confronti dell'opposizione che ieri ha giocato la carta del voto segreto, paga soprattutto l'arroganza nei confronti dei suoi alleati che negli ultimi mesi sono alle prese con le vicende interne e il calo di consensi, troppo deboli per contrastare il predominio dei Fratelli d'Italia su nomine nelle partecipate o in Rai. Tajani è un leader in scadenza: Marina e Piersilvio Berlusconi sono sempre più presenti nella politica italiana e provano a dettare la linea, Salvini è tra il fuoco di Vannacci e quello del Nord, che chiede il ritorno alla vecchia Lega. Meloni è salda al comando, nel partito non ci sono tensioni e nonostante i sondaggi mostrino un testa a testa tra le due coalizioni, il partito di Meloni resta il primo in Italia con consensi stabili.
La lunga trattativa
I segnali c'erano, bastava guardarsi attorno e ascoltarle le voci che arrivavano dai banchi della maggioranza. Questa generazione politica è cresciuta con le liste bloccate introdotte 21 anni fa dal Porcellum_ dell'highlander leghista Roberto Calderoli, attuale Ministro per gli affari regionali e le autonomie della Repubblica Italiana e all'epoca Ministro per le Riforme Istituzionali, quelle sulle quali il governo Meloni ha fallito. Dicevamo delle preferenze: questa classe dirigente non è abituata a cercarle, a prenderle. Molti dei Fratelli d'Italia hanno fatto un salto in Parlamento grazie all'exploit del partito, passati da 53 totali della passata legislatura ai 185 dell'attuale. Premiati per la fedeltà alla leader, esattamente come gli altri partiti tanto che spesso il collegio di elezione è un territorio sconosciuto per gli eletti, paracadutati dalle segreterie nazionali dove meglio conviene.
Forza Italia e Lega erano contrari alle preferenze, lo hanno detto in ogni modo in queste settimane, erano contrari i parlamentari e i leader sapevano che difficilmente avrebbero avuto la fedeltà degli eletti nel momento del voto. Eppure Meloni ha tirato dritto trovando un guazzabuglio normativo dove il capolista era bloccato, solo lui, l'unico con la certezza di passare con percentuali sotto il 20%, mentre gli altri avrebbero dovuto correre una gara al buio e senza nessuna assicurazione.
I badogliani di oggi
La retorica della destra post-fascista sul tradimento offre molti spunti, quello di ieri sembra un piccolo 8 settembre per il governo Meloni, che oggi forse punta alle elezioni il più velocemente possibile. "Hanno pugnalato alle spalle la Patria nel momento del massimo sforzo" disse Mussolini dei badogliani dopo la firma dell'armistizio, oggi la caccia agli almeno 30 franchi tiratori della maggioranza sembra un po' una caccia alle streghe per qualcosa, ripeto, di prevedibile. Meloni avrebbe voluto andare a votare dopo il referendum, dal suo entourage hanno provato a creare un caso con l'affaire Piantedosi e la sua amante, subito stoppati dal Quirinale. Che sarebbe stato un anno difficile lo sapevano, che lo sarebbe stato così tanto forse no. Adesso, per usare le parole di Pavolini sulla firma dell'armistizio l'8 settembre 1943, c'è da "riscattare l'infamia" di chi siede tra i banchi della maggioranza e ha votato contro il suo capo.