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Provate a fare un piccolo esercizio di memoria e tornate indietro di trent’anni. Nel 1990 la Germania Est e Ovest si riunivano, in Francia si progettava il tunnel della Manica e l’Italia era ancora la quinta potenza industriale del mondo.
Da quel momento le cose sono andate molto diversamente per i lavoratori dei tre Paesi.
I dati OCSE dicono che tra il 1991 e oggi i salari reali in Germania e Francia sono cresciuti di oltre il 30%. In Italia, nello stesso periodo, sono scesi del 3,4%.
Com’è possibile che, dentro lo stesso mercato unico e con la stessa moneta, sia successa una cosa del genere?
La risposta che sentiamo più spesso è che "non cresce la produttività". Ma siamo sicuri che la colpa sia dei lavoratori e non di un sistema che ha scelto deliberatamente di competere al ribasso? Quando siamo entrati nell’euro, non potendo più svalutare la lira per vendere all'estero, la nostra classe imprenditoriale – con la complicità della politica – ha deciso di svalutare il lavoro.
Trent'anni di leggi sulla flessibilità, dal Pacchetto Treu al Jobs Act, non hanno creato più occupazione, hanno solo legalizzato la precarietà. Oggi in Italia più del 60% dei contratti a tempo parziale è part-time involontario: persone che vorrebbero lavorare a tempo pieno ma non possono. A questo si aggiunge la giungla dei contratti pirata, firmati da sindacati di comodo per pagare i dipendenti una miseria, soprattutto nei servizi e nella logistica.
A certificare questo disastro strutturale è arrivato proprio ieri il Rapporto annuale dell'Inps. L'istituto mette in fila i numeri dell'ultimo anno e fotografa una contraddizione clamorosa: siamo al record storico di occupati (27,2 milioni), ma i salari restano drammaticamente fragili e poveri. La retribuzione media lorda annua si è fermata a 27.649 euro. Ma il dato vero è un altro: tra il 2019 e il 2025 i salari nominali sono cresciuti del 10,8%, ma nello stesso periodo l'inflazione ha corso al 18,2%. Significa che il costo della vita ha letteralmente divorato le buste paga, e i lavoratori italiani si sono risvegliati più poveri di prima. E dove cresce il lavoro? Soprattutto nei servizi, dove i contratti sono intermittenti, precari e i salari ancora più bassi.
Qualcuno diceva che la lotta di classe fosse morta con il Novecento. Guardando i dati dell'Inps, viene il sospetto che non sia affatto finita, ma che la stiano facendo solo i padroni. E che la stiano vincendo, schiacciando la quota di ricchezza che va ai salari per tutelare i propri profitti, senza investire un euro in innovazione o tecnologia. Perfino il presidente dell'Inps ha dovuto lanciare un allarme chiaro: se il lavoro oggi è debole e precario, domani le pensioni saranno inevitabilmente fragili e insufficienti.
Siamo l'unico grande Paese europeo senza un salario minimo legale e con un potere d'acquisto che è ancora sotto di sette punti rispetto al 2021. Di fronte a questo scenario, la domanda che dobbiamo porci è molto semplice: un sistema economico che si regge sul lavoro povero, certificato persino dai dati ufficiali dello Stato, ha davvero un futuro, o sta solo programmando il proprio declino?
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