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In un famoso video della sua campagna elettorale, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron utilizzava una lavagna per spiegare quale fosse il posizionamento della sua creatura politica, in altre parole per far capire agli elettori se il suo movimento fosse di sinistra, di destra o di centro. Con un gessetto, Macron scriveva il motto della Rivoluzione francese, Liberté-Egalité-Fraternité, per sottolineare come la parola Libertà fosse associata alla destra, quella Uguaglianza alla sinistra, mentre il suo progetto politico ruotava intorno al concetto di Fratellanza, considerato in qualche modo la sintesi fra le altre due parole. Ora, al di là di quella che con un francesismo potremmo definire una "paraculata",  l'estrema sintesi operata dal presidente francese è piuttosto utile sul piano interpretativo. Se non altro, serve a ribadire che, almeno sul piano concettuale, le differenze fra destra e sinistra esistono, così come esistono le sfumature ed esistono diverse lenti con cui guardare il mondo.

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Dai concetti base si diramano pensieri, riflessioni, idee, che si concretizzano in differenti opzioni politico-ideologiche, che poi dovrebbero guidare l'azione amministrativo-gestionale e la proposta programmatica in generale dei partiti che rappresentano quelle istanze. A sinistra, l'elenco di tali opzioni è bello corposo, e non mi sembra il caso di affrontarlo in questa newsletter, che già non brilla per capacità di sintesi. Nel nostro Paese, però, negli ultimi anni abbiamo assistito a una serie di eventi, che ha reso rappresentate soltanto alcune di esse nello scacchiere politico, meno ancora in quello parlamentare.

Sia pure con delle zone di sovrapposizione e dei confini sottili, a grandi linee potremmo dire che della famiglia post-socialista restano l’area progressista e quella riformista, da quella post-comunista (e più recentemente quella movimentista) discende la cosiddetta sinistra radicale, così come resistono formazioni eredi del cattolicesimo sociale e sono nati movimenti dalla galassia populista, che più o meno possiamo collocare a sinistra. Più o meno su questo schema insiste l’offerta politica della sinistra italiana, con oscillazioni che possono dipendere dagli equilibri interni ai partiti e dai cicli elettorali. È evidente, per fare qualche esempio, che Elly Schlein abbia scelto un posizionamento più radicale per il Partito Democratico, aprendo un fronte di grande conflittualità con la componente riformista (peraltro sull’abuso di questa definizione mi sento di consigliare l’intervista del nostro direttore a Pier Luigi Bersani). Così come è chiaro il tentativo di Giuseppe Conte di ripensare il posizionamento del M5s, sfruttando quel dualismo “Los de abajo" (la collettività esclusa, quelli che stanno in basso nella scala sociale) versus "Los de arriba" (l'oligarchia, la casta, le élite finanziarie e politiche), che per Laclau rappresenta il modo migliore di leggere una realtà in cui le distinzioni tra destra e sinistra sono sempre più sfumate.

La cosa davvero interessante è che a quasi tutti i partiti politici italiani di sinistra è possibile applicare la critica del filosofo canadese Deneault: ovvero quel tic verbale e concettuale per cui si depotenzia costantemente la propria posizione, in nome di non sempre chiarissimi obiettivi o ragionamenti strategici. È la trappola del “sono di sinistra ma…”, che negli anni leader e politici di primissimo piano hanno applicato praticamente a tutti gli ambiti e a tutte le grandi questioni, determinando un cortocircuito nel proprio elettorato. A furia di applicare il “sono di sinistra, ma”, al capitalismo, all’immigrazione, al mondo del lavoro, ai diritti civili, alla resistenza dei popoli oppressi, si è finito col concentrarsi solo su ciò che veniva dopo la particella avversativa, facendo perdere senso e significato alla premessa. Nelle parentesi in cui ha governato, la sinistra si è trasformata in quello che sempre Deneault chiama “estremo centro”, trincerandosi dietro concetti apparentemente innocui come “pragmatismo e buonsenso”, ma che in realtà sono serviti a depotenziare le istanze dal basso per sostituire la tensione ideale con la gestione burocratico-aziendale del potere. Mortificare la piattaforma ideologica significa arrendersi all’idea della politica come mera gestione tecnico-amministrativa, peraltro all’interno di un mondo determinato da altri ed eterodiretto da tecnocapitalisti e portatori di interessi economici. Lo scollamento con la base elettorale storica è la naturale conseguenza, proprio perché la funzione di un partito di sinistra è il cambiamento della società sotto la stella polare della giustizia sociale. Senza questa spinta, la sinistra si limita a slogan e provvedimenti coreografici, spesso provando a sussumere le grandi questioni ideali di uguaglianza e giustizia sociale in battaglie di posizionamento, spesso importanti ma di certo dalla portata più circoscritta (ad esempio sui diritti civili, l'inclusione e l'accoglienza).

Dove si è inceppata la gioiosa macchina del campo largo

Tutta questa premessa (sempre per quella cosa della sintesi…) era per introdurre il tema del momento: ovvero il tentativo, neanche tanto nascosto, del centrosinistra di perdere anche le prossime elezioni e consegnare il Paese e il Quirinale nelle mani della destra. Perché appunto sarebbe un errore leggere quello che sta succedendo senza inscriverlo nel più ampio discorso della perdita di orientamento degli elettori di sinistra, nella crisi di rappresentanza dei partiti di quell’area e nell’involuzione del concetto stesso di leadership politica. Quando ci si concentra sulle primarie, ad esempio, si lascia in secondo piano il discorso nodale: cosa dovrebbe guidare chi vince le primarie, per fare cosa e parlando a chi.

È l’insieme di questi elementi a rendere così complicata la costruzione di una vera e seria alternativa di governo, perché obbliga le formazioni politiche a scelte che spesso non hanno molto a che vedere con la piattaforma ideologica, le istanze dei propri elettori o i riferimenti culturali che le contraddistinguono, ma che rimandano a ragionamenti di altro tipo e di respiro ben più corto. È un teatrino a cui stiamo assistendo da anni. Di fronte alle sollecitazioni della cronaca e del dibattito pubblico, i leader del centrosinistra guardano ai sondaggi, al sentiment sui social, agli interessi da non toccare, agli equilibri interni ai partiti, prima di elaborare una risposta. Un’analisi costi-benefici del tutto normale, se nella gran parte dei casi non escludesse proprio quel retroterra politico-ideologico che rappresenta anche la “missione” storica di una formazione di sinistra. Ne nascono posizionamenti deboli, scelte di corto respiro, strategie inefficaci, ma soprattutto narrazioni che non fanno più breccia nell'opinione pubblica. Conformismo, velleitarietà, inautenticità, per farla breve.

Peccati capitali (l'incapacità dei partiti di incidere nei processi, la trasformazione della politica in gestione amministrativa, la perdita di centralità dei corpi intermedi, la destrutturazione culturale che impoverisce elettorato e classe dirigente) che non sono solo "italiani", ma che da noi hanno un che di strutturale e che in questa fase pesano molto sull'idea stessa di costruzione dell'alternativa alla destra identitaria che governa il Paese. Perché trasformano ogni decisione in uno stillicidio di polemiche, trattative, compromessi. Prendiamo qualche tema a caso, per spiegarci meglio.

Quale potrebbe mai essere la posizione di un partito di sinistra di fronte al tema dell'immigrazione? Cosa avremmo dovuto aspettarci da un governo il cui ministro degli Interni era un esponente del principale partito di centrosinistra d'Europa? Che trattasse con un governo che protegge e che probabilmente è infiltrato dai trafficanti libici, che cominciasse la lunga guerra alle Ong che salvano migranti in mare e che creasse un clima di tensione intorno a qualche decina di migliaia di disperati alla ricerca di una vita dignitosa nel nostro Paese? In teoria no. Invece è quello che è accaduto e hanno provato a spiegarci che si trattasse di realpolitik, di buonsenso, di Minniti come nuovo faro della sinistra concreta, che risolve i problemi eccetera. Mentre, in realtà, era solo un altro "ma" dopo "io sono di sinistra", che legittimava le politiche della destra, ampliava la finestra di Overton, radicalizzava le opinioni sulla questione immigrazione, trasformava il concetto di accoglienza in "rischio per la sicurezza" degli italiani. Macerie che sono ancora lì e che pesano ancora sulla credibilità dell'alternativa alla destra dei porti chiusi, della lotta alle Ong e della remigrazione.

Si è tanto parlato di patrimoniale, per citare un altro caso che ha determinato polemiche all’interno del campo largo. Anche qui, il problema è la prospettiva dalla quale si sceglie di affrontare un tema che interessa l’opinione pubblica. In altre parole, ci si concentra sulla soluzione tecnica, sulla formula da adottare, lasciando in secondo piano il principio. Che è quello della redistribuzione, che una forza di centrosinistra dovrebbe avere nel proprio DNA.

Discorso simile sul caso più complesso di tutti, quello che determina le polemiche più furiose e la frattura più evidente nell’intero campo del centrosinistra, ovvero il riarmo. Una forza che si candida a guidare il Paese non può avere posizioni ambivalenti o strumentali, né può nascondersi dietro supercazzole o formule vuote, su questo siamo tutti d’accordo. La risoluzione presentata in Parlamento sulla clausola di salvaguardia europea, frutto di un compromesso di corto respiro, ne è la dimostrazione più recente: come si può raccontare agli elettori che uno scostamento esclusivamente pensato per il riarmo possa essere riconvertito ad esempio sulla sanità pubblica? Non è serio, non è lungimirante, ma soprattutto non è efficace.

Ma per presentarsi agli elettori con un’idea chiara è necessaria una concertazione che deve partire dai principi e dagli obiettivi, non da una malintesa concezione della responsabilità, da una lettura strumentale del contesto, o, peggio ancora, da tatticismi ed equilibrismi. E ci sono degli elementi che, anche al netto delle strumentalizzazioni e dei piccoli calcoli di bottega, rendono molto complessa una sintesi, proprio perché i principi sono inconciliabili. Detto in altri termini, sono inevitabili le accuse reciproche all’interno dello schieramento di centrosinistra su un tema di questo tipo. Chiedere alla sinistra di rinunciare alla bandiera del pacifismo e arrendersi all’idea di un equilibrio globale fondato sulla deterrenza, o, di contro, spingere le formazioni centriste a rompere con l’approccio del loro gruppo di appartenenza in Europa, non sono operazioni semplici né di poco conto, proprio perché hanno conseguenze a lungo termine (ne parlavamo appunto prima in riferimento al caso immigrazione).

Ma è questa la vera scelta che devono fare i leader: tentare la strada della sintesi credibile o governare il pluralismo delle idee. Entrambe cose molto diverse dal “chi vince le primarie decide”, che francamente è una semplificazione piuttosto imbarazzante, nonché pericolosa per la tenuta stessa della coalizione. Non solo perché personalizza questioni che sono prima di tutto di principio. Ma anche perché porta a situazioni che hanno del paradossale, come dimostra la questione Ucraina, che altro non è che la manifestazione più evidente dell'assenza di una piattaforma comune e del dominio della contingenza nella comunicazione e nei posizionamenti dei singoli partiti.

Solo in questo contesto è pensabile il semplicismo con cui Giuseppe Conte parla del ricorso alla diplomazia e della limitazione degli aiuti all'Ucraina, brandendo la bandiera della pace ma svuotandola di senso. Perché impegnarsi per la pace non significa arrendersi alla prepotenza, ridare senso alla diplomazia non è compatibile con il fingere di non vedere le violazioni del diritto internazionale, lottare per la fine del conflitto non può significare sacrificare la libertà e le aspirazioni di un intero popolo. E se le accuse di putinismo lasciano il tempo che trovano, la minimizzazione della minaccia russa e l'incapacità di riconoscere il pericolo del neo-imperialismo sono un tentativo goffo e maldestro di posizionamento a scapito di quelli che dovrebbero essere i propri alleati, per mero calcolo elettorale. Fornendo, in scala, la plastica rappresentazione del problema: senza una piattaforma comune, senza unità d'intenti e collegialità nelle scelte, resta solo l'alterità a Meloni come collante. Pochino, in tutta onestà.

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