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La presenza di Roberto Vannacci al Forum Ambrosetti e la crescita delle sue comparsate in televisione e sui giornali hanno riaperto una dolorosa ferita. Quello dello spazio concesso al generale sui mezzi di informazione è, infatti, un dibattito molto divisivo tra gli addetti ai lavori. Ciò su cui ci si interroga, in particolare, è sui confini del ruolo di gatekeeper che riveste chi fa il nostro mestiere. Quale sia, cioè, la responsabilità nello scegliere cosa riportare ai lettori/telespettatori, quale rilevanza dare alle uscite e agli slogan dei politici, come trattare le informazioni e gli stimoli che accendono il dibattito pubblico. Non è una discussione nuova, tutt’altro, però la sensazione è che in questa fase assuma contorni molto diversi e finanche più problematici.

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Gestire la robaccia post-fascista o neonazista è sempre stato in linea teorica abbastanza semplice, perché hai delle opzioni e puoi essere efficace. Pensiamo al modo in cui puoi scegliere di trattare un blitz neonazista, magari una manifestazione contro un centro di accoglienza con qualche decina di fessi che urla slogan improbabili. Una linea può essere quella di non riportarla, ovviamente ammesso che non ci siano elementi che configurino una notiziabilità intrinseca dell’evento (la cronaca è cronaca, diciamo che è un concetto che varrà per l’intero discorso che faremo). Oppure puoi scegliere di contestualizzare il racconto dei fatti, dando al lettore tutti gli elementi per capire ciò che è accaduto, incluse le coordinate per decodificare la propaganda. Entrambe le decisioni, a mio parere, possono avere un senso e non ci rendono un semplice amplificatore di messaggi, un microfono aperto attraverso cui far passare qualunque bestialità o una telecamera accesa semplicemente a documentare ciò che accade. Nel caso di specie, c’è un ulteriore elemento: sai quasi con certezza che quello che fai avrà un peso e che i confini sono più netti.

Non sempre è così semplice, però. Ci sono casi in cui è molto più complesso definire il bilanciamento tra il dovere del pluralismo, l’imparzialità che si deve adottare nella copertura della politica e quello che è un obbligo, morale e deontologico: difendere i valori democratici, non essere strumento di discriminazione e rispettare la dignità e i diritti umani. Il primo discorso da fare è sulla responsabilità che ha un giornalista, o comunque chi ha la possibilità di diffondere informazioni potenzialmente in grado di raggiungere un numero molto ampio di persone. In effetti, concedere o meno visibilità a un determinato messaggio non è un gesto privo di conseguenze, a prescindere dalle modalità in cui ciò avviene.

Spesso si tende a utilizzare come paravento per scelte di un certo tipo la questione della rappresentanza, quando non addirittura della libertà di espressione. È un argomento da maneggiare con cura, soprattutto perché implica che non si possano escludere a priori dal dibattito pubblico rappresentanti di istanze politiche, neanche se apertamente esterne al recinto democratico. In casi del genere, normalmente, il “cancello” viene chiuso solo di fronte a posizioni palesemente o esageratamente irricevibili per la comunità. È il modello cui siamo stati abituati per anni, quello in cui il paravento della libertà d’espressione e il “pericolo” della censura venivano sfruttati da movimenti di estrema destra per creare una breccia nel cancello e prendersi uno spazio che altrimenti non avrebbero mai avuto. I media e il sistema politico tradizionale, in questo caso, si limitavano a intervenire di fronte agli “eccessi”, ritenendo magari sufficiente, e prima ancora legittimo, il contraddittorio. Un crinale pericoloso, per la verità. Perché si scambia la libertà di espressione con il diritto di tribuna, ovvero la possibilità di professare le proprie idee (nei limiti consentiti dalla legge) pretendendo, in nome della forzatura di un principio astratto, di poter utilizzare i mezzi di informazione (che siano pubblici o privati cambia poco, in realtà) come un amplificatore di propaganda. In una simile visione, il ruolo dei gatekeeper cessa del tutto e gli stessi giornalisti finiscono per abdicare a quella funzione di gestione, verifica e controllo che è fondamentale nelle democrazie.

È un aspetto cruciale, a mio avviso, dell’intera questione. Ragioni complesse e che richiederebbero una discussione ben più approfondita, fanno sì che ci si muova in un contesto di crisi del rapporto di fiducia tra cittadini e mezzi di informazione, in cui sono in molti a pensare che la disintermediazione sia il futuro del giornalismo o comunque possa sussumere l’intero dibattito pubblico. Una pura (più o meno) illusione, che ha portato soprattutto tanta confusione. Avverso il "you are the media now", che implica la destrutturazione del mondo dell'informazione, c'è chi ribadisce come il ruolo dei giornalisti sia ancora fondamentale, a patto che abbracci quello di “reintermediatori”.

Di fronte alla mole di contenuti e di stimoli (on e offline), diventa fondamentale, in effetti, operare uno sforzo di contestualizzazione, spiegazione, elaborazione critica, verifica e divulgazione. Considerazione che è tutt’altro che un dato di realtà, ma un’ulteriore complessità di cui tenere conto, in un settore che è scosso da una crisi profonda e, nella sostanza, costantemente alla ricerca di una strada sicura da percorrere. Economicamente, idealmente e anche concretamente.

Prendiamo ad esempio una delle più celebri tecniche per contrastare la disinformazione, restituire in modo corretto le notizie e, appunto, tentare di risolvere il dilemma democratico del gatekeeping. Ovvero, quella del “Truth sandwich”, elaborata dal linguista George Lakoff (sì, quello di “Non pensare all’elefante”, altro concetto di cui dovremmo parlare), che prevede di “inserire” una notizia falsa (una bugia di un politico, ad esempio) metaforicamente all’interno di due fette di pane: nella sostanza, si tratta di spiegare subito i fatti per come sono davvero (la prima fetta), poi riportare la notizia falsa o tendenziosa (il centro del sandwich), e in chiusura ricordare nuovamente quale sia la verità e che conseguenze può avere la diffusione dell’informazione errata. Questo modello, che si basa sull’idea che sia possibile decostruire il framing della menzogna, è stato però fortemente contestato da alcuni studi nel campo della psicologia cognitiva, che hanno sostanzialmente evidenziato come il nostro cervello funzioni in maniera diversa (tendendo a ricordare l'informazione più vivida o scioccante anche quando è confinata al centro, o addirittura beneficiando di una smentita frontale e diretta, invece che di un "panino"). Adottare questa tecnica, insomma, non garantisce che un nostro contenuto non sia funzionale alla propaganda o alla circolazione di idee pericolose.

Discorso in parte simile potremmo fare per un altro caposaldo del discorso pubblico in materia di scelte editoriali (e non solo), ovvero il celeberrimo paradosso della tolleranza di Karl Popper, poiché anche in questo caso ci troviamo di fronte ad ampi margini di discrezionalità nel dirimere ciò che si colloca dentro o fuori i confini dell’accettabilità, e, soprattutto, siamo impotenti quando a muoversi lungo il margine è chi detiene il potere o chi, da solo, è in grado di bypassare completamente la copertura tradizionale (pensiamo ad esempio alle uscite di Trump). Ovviamente, si tratta di un discorso estremamente lungo e complesso, che chiama in causa anche il superamento e la perdita di centralità dei cosiddetti legacy media, la nascita di hub di informazione non tradizionali (il peso di influencer, podcaster e via discorrendo), la trasformazione della comunicazione politica, eccetera: temi su cui mi piacerebbe tornare nelle prossime puntate della newsletter.

Tornando a noi, direi che, anche con le buone intenzioni e con le migliori tecniche a disposizione, il rischio è quello di trovarsi di fronte allo stesso ordine di problemi. Nel caso della copertura dei movimenti della destra radicale e dell'estrema destra populista, peraltro, siamo in presenza di un rischio enorme, per la tenuta stessa dei sistemi democratici.

Dunque, che fare?

Il report The Oxygen of Amplification, scritto da Whitney Phillips per l'organizzazione di ricerca Data & Society, affrontava già qualche anno fa il paradosso di cui parliamo: il giornalismo di tipo tradizionale, anche svolgendo correttamente il proprio lavoro e limitandosi alla fredda cronaca, ha finito per diventare cassa di risonanza per estremisti di destra, manipolatori del dibattito pubblico, inquinatori di pozzi e persino veri e propri troll. I giornalisti hanno finito, come dice la collega Ashley Feinberg, per “costruire il mondo che gli estremisti dicevano che esistesse”, facendosi portare a spasso e diventando una sorta di ufficio stampa inconsapevole (si spera) di movimenti e istanze che pure si promettevano di contrastare. Ciò è accaduto (e sta accadendo ancora), per diverse ragioni e responsabilità: un po’ ci siamo trovati impreparati a cogliere messaggi e capire strategie di questo tipo, un po’ abbiamo pensato che tante scelte non avessero delle conseguenze, un po’ ci siamo trovati a confrontarci con un potenziale veicolo di traffico (click, interazioni eccetera), un po’ non siamo stati in grado di sottrarci al gioco de “lo stanno facendo tutti”, in larga parte ci siamo sentiti impotenti di fronte a contenuti che credevamo potessero auto-imporsi.

Da questo punto di vista, quello che dovremmo fare lo sappiamo, il problema è che non sempre lo facciamo. Bisognerebbe chiedersi quale sia il reale valore informativo per il pubblico dei singoli contenuti, ponderando anche le conseguenze della loro diffusione. Andrebbero sempre contestualizzati e, ove necessario, decostruiti i contenuti provocatori o manipolatori. Sarebbe importante disvelare la “tattica di manipolazione” dietro ogni dichiarazione d’impatto o slogan offensivo, piuttosto che riportare in modo acritico. Come spiega sempre Whitney Phillips, poi, andrebbe prestata particolare attenzione alla spettacolarizzazione delle figure controverse, proprio per evitare il “fascino del mostro”: il rischio è che un ritratto scandalistico o voyeuristico possa trasformare un manipolatore in "supervillain” affascinante agli occhi delle loro sottoculture, se non addirittura un martire sottoposto alla congiura dei mezzi di informazione mainstream.

Nel caso dei movimenti populisti di estrema destra, di cui Futuro Nazionale e Afd fanno parte, sia pure con qualche differenza, la questione è ancora più centrale. Il politologo Cas Mudde, ad esempio, parla di una specie di “relazione simbiotica” tra i mezzi di informazione mainstream e tali movimenti, che consente ai primi di ottenere traffico, buzz e interesse, agli altri di sfruttare il dualismo élite/popolo per posizionarsi e presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica come vittime di censura, ingiustamente ostracizzate dal potere. D’altro canto, non avrebbe nemmeno senso presentarsi come neutrali e “aperti al dialogo” (tipo andare a discutere di politica nella sede di Casapound, per citare un fatto realmente accaduto), proprio perché, oltre a regalare visibilità e opportunità, non può esserci alcun bilanciamento con posizioni antidemocratiche e illiberali.

Spesso, peraltro, ci si muove all’interno di frame e linguaggi imposti da tali movimenti, il che aiuta la penetrazione dei loro messaggi. E spiana la strada al vero problema strutturale della copertura mediatica: la sovrarappresentazione di istanze e movimenti, che magari sono marginali inizialmente.

Onestamente non so dirvi con precisione se, nel caso di Futuro Nazionale e di Vannacci, si sia verificata quest’ultima condizione. Gli elementi di notiziabilità erano abbastanza evidenti e la crescita di popolarità e impatto del generale ha subito un boost clamoroso quando Matteo Salvini ha deciso di regalargli un taxi per il Parlamento Europeo, credendo di poter lucrare sull’effetto novità e porre fine all’emorragia di consensi della Lega. Fatto sta che ora si è entrati in una dimensione nuova, con Futuro Nazionale intorno all'8%, Vannacci debordante nel dibattito interno alla politica, gli altri partiti costretti a inseguire la sua agenda.

Ignorarlo non è un'opzione. Applicare i vecchi schemi, nemmeno. Commettere gli errori di cui abbiamo parlato finora, men che mai. Soprattutto, non è pensabile avallare il processo di normalizzazione di un’esperienza politica che sembra avere contorni ancora poco chiari e un orizzonte (almeno nelle intenzioni) di rottura e sovvertimento dei meccanismi della democrazia (sulla proto-ideologia vannacciana avevo scritto qualcosa in una precedente newsletter). Funziona così, in effetti: quando un partito estremista entra nelle istituzioni, cresce nei consensi o in qualche modo viene legittimato dalla sfera politica, anche i media adottano un approccio più morbido, come se la radicalità delle istanze fosse immediatamente depotenziata dal solo ingresso nei Palazzi. Ammesso che avvenga, però, si tratta di un percorso lungo e tortuoso, che nel frattempo lascia strascichi considerevoli, a partire dalla normalizzazione per l’opinione pubblica delle istanze, del linguaggio e degli obiettivi degli estremisti. L’esempio più semplice che mi viene di fare è quello della “Remigrazione”: un’idea che solo qualche mese fa (non decenni!) veniva rigettata con sdegno da qualunque forza politica del recinto democratico e che invece ora è completamente assimilata dall’opinione pubblica, tanto da essere terreno di confronto a destra, soprattutto grazie alla normalizzazione del programma e delle proposte di Vannacci. E se anche il generale una volta al governo, in maggioranza o in Parlamento, dovesse trovarsi nell’impossibilità di portarla a compimento, resterebbe il problema di aver reso “accettabile” o addirittura possibile l’idea di deportare degli esseri umani.

C'è poi un altro aspetto che rende necessario riflettere su come seguire lo sviluppo della carriera politica di Roberto Vannacci ed è relativo alla sua comunicazione. Il generale si comporta, infatti, esattamente come un troll e come tale porta a spasso i mezzi di informazione. Utilizza meme e “goliardia da web” per far passare messaggi semplici, che finiscono per sedimentarsi nel terreno della discussione pubblica e far fiorire concetti e discorsi in grado di rafforzare le sue posizioni. Una tecnica che regala ampia visibilità a robaccia ideologica di basso valore, garantendo anche a Vannacci quella che in gergo si chiama “plausible deniability”, ovvero la possibilità di difendersi con il classico "stavo solo trollando/scherzando”, dopo aver creato incidenti che possono aver indignato l’opinione pubblica e i media tradizionali.

Di fronte a una simile operazione, che si nutre anche dei cosiddetti “trial balloon”, ovvero argomenti paradossali buttati nella mischia solo per registrare la reazione del pubblico e ricalibrare la strategia, è evidente che servano rigore e attenzione. Decostruire i messaggi di odio e le tattiche manipolatorie, porre grande attenzione alla realtà dei fatti, non alimentare la deriva del dibattito, prestare grande attenzione al linguaggio, non abdicare alla funzione di controllo: concetti che dovrebbero valere per la copertura di ogni fenomeno politico, ma che hanno un senso fondamentale quando si ha a che fare con istanze che mirano, più o meno apertamente, ad accelerare la crisi dei sistemi democratici.

Perché gli appelli al boicottaggio possono essere consolatori, ma non hanno grande senso in questa fase.

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