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Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

Finalmente siamo arrivati al tanto agognato traguardo: quello di Giorgia Meloni è il governo più longevo della storia della Repubblica. Un primato che la presidente del Consiglio ha sognato e inseguito, secondo alcuni al punto da condizionare le sue stesse scelte strategiche al raggiungimento senza scossoni della fatidica data. Chi segue questo spazio sa che non siamo mai stati teneri con l’attuale reggenza di Palazzo Chigi, ma è indubbia la portata storica del risultato che Fratelli d’Italia si appresta a celebrare. Vero è che Meloni a inizio legislatura poteva contare su un’ampia maggioranza, causata anche dalle scelte operate negli ultimi anni da un centrosinistra che definire autolesionista sarebbe riduttivo. Ciò non toglie che la stabilità dell’esecutivo, interessato solo da qualche marginale ritocco in questi quattro anni, sia un elemento piuttosto significativo e non di meno sorprendente. Così come estremamente rilevante è la vera anomalia dell'esperienza di Meloni alla guida del governo, ovvero il persistere di un gradimento piuttosto alto, tanto nei confronti del suo partito che della sua leadership. Se proprio non possiamo parlare di una perdurante "luna di miele con il Paese", di certo siamo in presenza di un matrimonio che dura, magari tra alti e bassi, ma insomma…
I risultati del governo Meloni
Nel documento realizzato per autocelebrarsi, la maggioranza prova a spiegare le ragioni di questo successo.
Essenzialmente il racconto dei quattro anni di governo, affidato a un documento e a un battage mediatico con pochi precedenti (che culminerà appunto con una copertura intensiva dell’evento celebrativo di Bari), è quello di una serie di successi indiscutibili, praticamente in ogni campo. Sul lavoro, ad esempio, Meloni rivendica il record storico di occupati a luglio 2026, il calo della disoccupazione e l’aumento dei contratti a tempo determinato (certo, i numeri andrebbero contestualizzati e spiegati…). Sul versante della finanza pubblica, in attesa di capire se l’Italia uscirà dalla procedura di infrazione (c’è grande ottimismo sulla “revisione” in corso da parte dell’Ue), la maggioranza ricorda la riduzione del rapporto deficit-Pil, la discesa e stabilizzazione dello spread, nonché il recupero dell’evasione fiscale. Capitolo a parte meritano le questioni tasse e pensioni: se i risultati si discostano ampiamente dalle promesse elettorali dei partiti della maggioranza (su taglio del cuneo, flat tax e quote di uscita dal lavoro), allo stesso tempo si calca la mano sui provvedimenti portati a casa (accorpamento delle aliquote Irpef, cancellazione del reddito di cittadinanza e rafforzamento di ADI e SFL, aumento delle pensioni minime a 616 euro). Anche sulla sanità i toni sono trionfalistici, con l’enfasi posta sui risultati del “decreto Liste d’attesa” e sull’aumento della quota totale del finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale (sul punto, c’è una lettura molto diversa da parte dell’opposizione e degli enti di monitoraggio indipendenti).
Tra le “cose per cui vale la pena festeggiare”, la maggioranza inserisce anche mirabolanti risultati in politica estera e, soprattutto, il “cambio di passo” sui settori della sicurezza e dell’immigrazione. Analizzare questo punto è particolarmente interessante, proprio perché ci aiuta a isolare la tecnica comunicativa e la cifra stilistica dell'intera questione dei "successi del governo Meloni". Uno dei cavalli di battaglia di Giorgia Meloni, ad esempio, è sempre stato quello del “blocco navale”. In campagna elettorale, tale slogan si teneva quasi perfettamente con il salviniano “porti chiusi”. Tale piattaforma programmatica ha aiutato la coalizione di centrodestra a fare il pieno di consensi su una certa base elettorale, peraltro sulla scia di un’incessante battage mediatico sui “pericoli dell’invasione” e grazie alla collaborazione involontaria (?) di un centrosinistra incapace di uscire da tale framing.
Di blocco navale e porti chiusi nemmeno l’ombra in questi quattro anni, come ampiamente prevedibile. Ma l’azione del governo è andata comunque nella direzione del contrasto alle Ong (ricordiamo la sequela di decreti e provvedimenti per ostacolare il lavoro delle ambulanze del mare) e della limitazione dei flussi irregolari verso il nostro Paese, soprattutto grazie al rafforzamento della collaborazione con le autorità del Nord Africa. Ciò ha prodotto risultati quantitativi puntualmente richiamati nei report del governo: calo degli sbarchi, diminuzione dei morti in mare, riduzione dei margini di operatività delle Ong.
Avessero raggiunto Palazzo Chigi con l’agenda di un Minniti qualsiasi, tutto sommato avrebbero potuto stare tranquilli. Il problema è che Meloni e i suoi avevano piazzato l’asticella molto, ma molto in alto. Incapaci di aumentare il numero dei rimpatri, impotenti di fronte agli sbarchi fantasma, arenatisi nella costosissima e inutile avventura dei centri in Albania, i meloniani hanno usato la carta che è il vero segreto del loro successo: quella del vittimismo.
Il vittimismo, la deresponsabilizzazione, il dualismo élite/popolo
Restiamo ancora sull'immigrazione e prendiamo la vicenda dei centri in Albania, per provare a capire come funziona la carta vittimista. A un certo punto, per ragioni di pura propaganda (e sempre a causa di quell'asticella di cui parlavo prima), Meloni annuncia la creazione di hotspot in territorio albanese per l'espletamento di procedure accelerate di frontiera. Come vi abbiamo raccontato, una scelta controversa e dispendiosa, ma soprattutto frettolosa e raffazzonata. A distanza di tempo, un flop conclamato, malgrado l'ostinazione della presidente del Consiglio (il suo "fun-zio-ne-ran-no!" è diventato un meme). Ma la comunicazione meloniana non prevede ammissioni di responsabilità o autocritica, tutt’altro: quando si è in difficoltà, prima bisogna individuare un capro espiatorio, poi rilanciare, rilanciare e rilanciare ancora. È esattamente quello che è avvenuto di fronte alle prime determinazioni dei giudici, che peraltro si erano limitati ad applicare la legge. Poi si è passati ad attaccare l’opposizione perché voleva “l’invasione” e "non tutelava l’interesse nazionale”. Infine, si è messo il cappello su un presunto “cambio di paradigma europeo” (vi invito a cercare sui motori di ricerca quante volte nel corso degli ultimi anni il governo ha trionfalmente annunciato di aver convinto le istituzioni europee a cambiare passo sull’immigrazione). Nel frattempo, i centri non funzionano e anche a pieno regime non avrebbero alcun impatto né sui flussi (chiaramente), né sul sistema dell’accoglienza, né ancora sul meccanismo dei rimpatri.
Lo schema vittimista (deresponsabilizzazione, individuazione del nemico, sollevamento dell'asticella) è stato applicato con una costanza e una dedizione davvero senza precedenti, anche grazie al controllo della quasi totalità dei mezzi di informazione. Con un po' di attenzione, è possibile rintracciarlo in ogni ambito della politica meloniana. Sulle promesse in materia fiscale avremmo potuto fare di più? Sì, ma è colpa del superbonus, delle regole europee e dei governi della sinistra; e comunque il prossimo anno cambieremo tutto. Sulle politiche industriali ed energetiche siamo fermi al palo? Colpa del contesto internazionale, ma vedrete che le cose miglioreranno non appena l'Europa metterà da parte la follia green. Sulla sicurezza non è cambiato nulla? Noi ci stiamo provando, ma è colpa dei giudici, della sinistra e dell'allineamento dei pianeti, però con il prossimo decreto sicurezza sarà tutta un'altra storia.
Badate bene, alcune delle lamentele della destra sono pienamente giustificate. Non sono stati anni semplici, perché Meloni si è trovata da un lato a fare i conti con una pesante eredità del passato, dall’altro a subire scelte maturate in altri luoghi e con altri obiettivi. Ma la presidente del Consiglio non può raccontarsi come vittima delle circostanze, come soggetto in lotta contro eventi imponderabili e nemici della patria, che hanno provato senza successo a boicottare la sua lunga e inesorabile marcia. Proprio perché ha avuto campo libero per quattro anni, sorretta da un’ampia maggioranza e da alleati intrinsecamente deboli, incapaci di impensierirla sul piano della leadership. Ha potuto governare sfruttando le divisioni dell’opposizione italiana e le contraddizioni di una governance europea in crisi di credibilità e alla impossibile ricerca di nuova centralità nello scacchiere globale. Ha avuto a disposizione le risorse del Pnrr, senza lasciare tracce apprezzabili. Ha potuto beneficiare di un credito importante da parte dei cittadini italiani e di un supporto costante (e per certi versi inatteso, almeno nelle proporzioni) della quasi totalità dei media.
Sotto questo punto di vista, il bilancio è magro. La prudente amministrazione del bilancio, il brodino caldo su pensioni e tasse, il fallimento di ogni tentativo di riforme strutturali (dal presidenzialismo alla riforma della giustizia), il tragicomico percorso di riposizionamento internazionale dell'Italia, l'incapacità di sfruttare le risorse europee, le difficoltà del settore industriale, ma anche gli errori di indirizzo politico-programmatico e i persistenti limiti di quella che doveva essere la nuova classe dirigente del Paese: insomma, siamo molto lontani da quella rivoluzione che la presidente del Consiglio aveva promesso, prima di tutto ai suoi militanti ed elettori. Basta, ad esempio, ricordarsi di un discorso di grande impatto che Meloni aveva tenuto ad Atreju alla fine del 2024, quello dei cuori puri e delle corse audaci, per capire la distanza fra intenzioni e fatti.
Lei, l’underdog per eccellenza, aveva promesso di trasformare l’Italia nel laboratorio politico-ideologico della destra identitaria, attraverso una grande stagione di mobilitazione che non si sarebbe affatto esaurita una volta occupati i palazzi del potere. “L’occasione è ora e non permette passi incerti, perché ha bisogno di corse audaci, non permette tentennamenti, perché ha bisogno di certezze, non permette debolezze perché ha bisogno di cuori puri e gambe ferme”, tuonava Meloni, ricordando che il cambiamento non si autoimpone, ma si persegue giorno dopo giorno, battaglia dopo battaglia. Quella pretesa egemonica, che si sarebbe concretizzata nella trasformazione reale del Paese e in un orizzonte chiaro e definito, è rimasta solo nella retorica della comunicazione e negli editoriali dei giornalisti amici, secondo cui la presidente domina, giganteggia, asfalta, rimette tutti in riga. E ciò è tanto vero se si considera che, di fronte al primo vero problema politico che si è venuto a creare, la crescita di Futuro Nazionale e l’emergere della figura di Vannacci, Meloni si sia trovata del tutto impreparata, costretta a ricorrere alla retorica del voto utile o a stratagemmi di natura tecnica. Un fallimento strategico, politico e culturale, che è davvero difficile da nascondere.
Dopo tutti questi anni e con tutta questa strada alle spalle, quindi, siamo ancora al punto in cui serve "rilanciare l'azione di governo", come scrivono oggi i giornali, non solo di area. Di più, siamo al punto in cui cerca di convincerci di aver "sempre detto" che sarebbero stati necessari altri cinque anni. Lo scrive su Libero Alessandro Sallusti, che rilancia proprio nel giorno del record un passaggio del libro intervista “La versione di Giorgia”: “Considero il tema della stabilità dei governi non un semplice vezzo, ma la più potente misura economica che si possa regalare all’Italia. Per questo mi do un obiettivo di legislatura, non perché io voglia per forza rimanere incollata alla poltrona per cinque anni, ma perché è l’unico modo di provare a far contare di più l’Italia nel mondo. E aggiungo: lavoro a una visione che vada anche oltre questi cinque anni, sperando che chi ci sarà dopo di me non ritenga di dover per forza distruggere tutto”.
La rivoluzione, insomma, è ancora una volta rimandata. E non è detto che sia un male.