Come da tradizione di fine estate, in questi giorni i diversi partiti del centrosinistra sono impegnati a pieno regime a litigare su alleanze, leadership e programma comune. Il nodo del contendere è costituito in particolare dalla possibilità, per alcuni una necessità, di tenere le primarie di coalizione per scegliere chi si troverà a sfidare Giorgia Meloni alle cruciali elezioni Politiche del 2027. Opzione che sta letteralmente lacerando l’opposizione e trascinando a riva le tante altre contraddizioni su piattaforma ideologica, impianto programmatico e collocazione internazionale di un campo che una volta era larghissimo, poi largo, ora chissà.
Se Atene piange, Sparta non ride. Perché la situazione nel centrodestra è ancora più complessa. Da quelle parti, la leadership non sembra essere in discussione, con Giorgia Meloni pronta a tentare la riconferma e a cercare di ottenere una maggioranza necessaria per scegliere il (o la) prossimo/a presidente della Repubblica e portare a pieno compimento il progetto di trasformare l’Italia nel laboratorio della destra identitaria mondiale. Il tema centrale, quello dell'alleanza con il partito del generale Vannacci, ne sottende in realtà uno ancora più complesso: quello degli equilibri interni ai partiti che compongono la maggioranza di governo. In altre parole, non si può capire la partita Vannacci senza aver chiara la situazione di Lega e Forza Italia, nonché le ambizioni della stessa Giorgia Meloni e del suo cerchio magico. Ed è anche per questo che le reazioni al trial balloon di Cirielli, la mezza apertura a un Vannacci nella coalizione di governo, sono state così nette e decise.
Il no a Vannacci di Forza Italia
Da anni Antonio Tajani è considerato un leader precario, sempre sul punto di essere sfiduciato dalla famiglia Berlusconi o abbandonato definitivamente dagli elettori. Per i suoi detrattori, poi, il suo operato da vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri è estremamente deficitario: tra gaffe e scelte sbagliate, l’accusa più frequente è quella di aver avuto atteggiamento piuttosto remissivo nei confronti di Meloni, al punto da aver subito lo spostamento a destra del governo a scapito delle istanze liberali e moderate. Come il Renè Ferretti de Gli Occhi del Cuore, però, Antonio Tajani pare non affondare mai e dimostrare una straordinaria resilienza, dopo aver incassato le interviste di Marina e le dichiarazioni di Pier Silvio, la sostituzione dei capigruppo, il commissariamento da parte di Meloni e via discorrendo. La nuova grana ora sembra arrivare dal ministro Zangrillo, chissà magari in asse col governatore Occhiuto, per quella che potrebbe essere un’opa sul partito, per di più benedetta dai fratelli Berlusconi.
Vedremo, quello che è certo è che in questa situazione l’attuale leader forzista non può permettersi tentennamenti e sull’eventuale alleanza con Vannacci proprio non può cedere: non se ne parla, per ragioni politiche più che strategiche, ne va di quello che resta del “sogno liberale” di Silvio Berlusconi.
Salvini fa muro: mai più col generale
Per ragioni diverse e con premesse diverse, neanche la Lega, al momento, vuole saperne dell'alleanza con Futuro Nazionale. O meglio, questa è la linea di Salvini, uno dei grandi benefattori del generale Vannacci, avendogli pagato il taxi che lo ha portato a Bruxelles/Strasburgo e garantitogli ampi margini di manovra all'interno del partito. Il ministro dei Trasporti, al pari del suo omologo agli Esteri, deve fare i conti con la fronda interna (che potrebbe erodergli il fondamentale supporto degli amministratori locali al Nord), ma deve anche capire come frenare l'emorragia di consensi verso Futuro Nazionale. Ecco, spalancargli le porte della coalizione, col rischio di farsi prosciugare eletti e iscritti in questi mesi di lungo avvicinamento alle Politiche, sembra proprio la peggiore delle opzioni.
La strategia di Giorgia Meloni
Ufficialmente la presidente del Consiglio non ha mai preso in considerazione l’idea di aprire a una convergenza con Futuro Nazionale. Le motivazioni sono principalmente di ordine politico (Vannacci “vota con la sinistra”, “attacca il governo”, ecc.) e di posizionamento strategico, ma tengono conto anche della grande incertezza del quadro complessivo. I flussi di consenso, in effetti, sono ancora in evoluzione e il “peso” di Vannacci cambierà in base a elementi che ancora non conosciamo con precisione, come la composizione del campo largo, lo “stato di salute” della maggioranza, i margini di manovra del governo (soprattutto se dovessimo uscire dalla procedura di infrazione Ue). Soprattutto, sarà decisiva la legge elettorale con cui si tornerà alle urne. Ed è su questo terreno che Meloni ha scelto di fare la propria mossa, concretizzando ciò che da settimane girava tra i corridoi di Palazzo come un semplice rumor. Ovvero, un sistema a doppio turno, con un ballottaggio tra coalizioni (a quanto pare ci si orienterà verso una soglia del 38/40%, dopo la quale scatterà il secondo turno). La tesi è che in questo modo si possa fare a meno dell'alleanza con Futuro Nazionale, con la certezza che, al secondo turno, pur di non far vincere il centrosinistra gli elettori del generale convergeranno su Meloni e i suoi. Una strategia ugualmente rischiosa, intendiamoci, considerando che Vannacci potrebbe godere dell'effetto "isolamento" e fare il pieno di consensi al primo turno. Ma che al momento è vista come il minore dei mali, anche perché toglierebbe all'opposizione un formidabile collante interno, quello dell'allarme democratico.