Abbiamo letto tutto il programma di Vannacci: cosa c’è dentro, dall’invasione ottomana al linguaggio da Ventennio
Per capire fino a che punto si spinge la proposta politica di Futuro nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci, non bastano le uscite nei talk show o le sparate social. Bisogna fare un gesto faticoso ma davvero rivelatore: leggere le centinaia di pagine del suo programma ufficiale. Lo abbiamo fatto, e quello che emerge fin dalle prime righe non è semplicemente un manifesto della destra conservatrice, ma una vera e propria operazione di risignificazione del lessico di regime, adattata al formato dei nostri tempi. Un'operazione di retorica violenta, che sdogana odio e oppressione, e che peraltro cade nel vuoto quando si tratta di fare proposte politiche concrete per migliorare la vita dei cittadini.
- 1La grammatica del regimetto: ardore, virtù e patriarcato mediterraneo
- 2La remigrazione, la “invasione maomettana” e una storia insensata dell’Italia
- 3Il dogma cristiano e la trappola sull'aborto
- 4Tutte le volte che Vannacci cita la Russia
- 5Il vuoto delle proposte economiche: su lavoro e pensioni niente di nuovo
- 6Nostalgia d’altri tempi: cosa resta del programma
La grammatica del regimetto: ardore, virtù e patriarcato mediterraneo
A colpire al primo impatto è la forma, che in politica è sempre sostanza. Il testo è letteralmente intriso di un linguaggio guerresco e volontaristico che attinge a piene mani dall'immaginario del ventennio e della destra controrivoluzionaria più radicale. Si parla di sfide da affrontare con “ardore, virtù e sacrificio”, del dovere di “scegliere adesso per che cosa vivere e morire”, di un'Italia che deve muoversi con la “schiena dritta” e guidata dalla “dignità della forza”. E se il dubbio sull'ispirazione potesse sfiorare il lettore, il programma si incarica di dissiparlo con una chiusura che non lascia spazio all'immaginazione: di fronte a chi critica l'identità del movimento, la risposta ufficiale messa nero su bianco è “noi tireremo dritto”, ripescando parola per parola il celebre motto mussoliniano.
Ma dietro la maschera di uno stile enfatico e nostalgico c'è un'impalcatura teorica precisa, che fonda la propria retorica sull'ordine morale rigido e sulla militarizzazione della società. Il programma rifiuta la visione dello Stato di diritto liberale, bollato come "iper-garantista" e paralizzato dalla "paura di intervenire", per proporre uno Stato forte, etico e punitivo. È la negazione stessa del concetto di libertà borghese e democratica: la libertà non è più un diritto individuale inalienabile, ma il mero "frutto dell'agire buono" deciso dall'autorità pubblica.
La vera perla ideologica di questo preambolo culturale emerge però quando il manifesto si addentra nelle dinamiche familiari e di genere. Nel rigettare quella che definisce la "follia dell'ideologia femminista" e la "lotta al patriarcato", il programma si spinge a rivendicare con orgoglio il modello del “patriarcato mediterraneo”. Secondo il testo, la società non deve criminalizzare la figura paterna e maschile, ma proteggerla per formare “maschi forti, capaci di dominare le passioni, proteggere le donne e offrire se stessi per la difesa della Nazione”.
Un passaggio che svela una parentela diretta con l'ideologia del regime: riabilitare il maschio "protettore" e la donna come soggetto da tutelare significa riesumare il mito della virilità del civis-miles (il cittadino-soldato) e ripristinare la logica sociale che ha sorretto per gran parte del Novecento istituti come il delitto d'onore e il matrimonio riparatore.
Si delinea così, fin dall'introduzione, la cifra dell'intero documento: un mix di estetizzazione della forza, moralismo d'altri tempi e rigido disciplinamento sociale, dove la retorica dell'onore fa da copertura a una visione profondamente autoritaria.
La remigrazione, la “invasione maomettana” e una storia insensata dell’Italia
La cosiddetta “remigrazione” è il tormentone che l’estrema destra europea ha usato negli ultimi anni per portare avanti teorie del complotto più o meno esplicite sulla sostituzione etnica e proporre politiche che vanno dal rimpatrio delle persone immigrate illegalmente alla deportazione di massa di tutti gli stranieri considerati “incompatibili” (ovvero, solitamente, musulmani e non bianchi).
Al punto 5 del programma si legge che l’Italia deve respingere la “immigrazione di soggetti caratterizzati da culture incompatibili con i valori fondamentali della nostra civiltà”. Quali sono questi valori e queste culture? Chi lo decide? Per dare un fondamento a queste idee, segue una una lunga e paradossale ricostruzione della storia d’Italia, che avrebbe sì visto l’unione di culture diverse ma in modo “organico e omogeneo”, non “per caotica combinazione”. L’Italia avrebbe accolto “quel completamento della civiltà romana che è il cattolicesimo” e avrebbe “acquisito anche l’eredità della filosofia greca come più perfetta espressione in verbi umani delle cose del Logos (Verbo) che si è fatto carne”.
L’invasione longobarda diventa un fatto da nulla, dato che i Longobardi rappresentavano appena “il 4%” della popolazione dell’intera penisola ed erano cristiani, “sebbene nella variante eretica ariana”. I bizantini? Cristiani anche loro. I normanni? “Assimilati alla religione cattolica”, quindi cristiani, quindi nessun problema. Gli “arabi maomettani”, infine? Non fecero nulla, “furono cacciati dai normanni proprio ripristinando l’identità cristiana della Sicilia”.
Al di là delle inesistenti giustificazioni storiche, il messaggio di allarme del programma politico emerge chiaro. Bisogna avere paura, il nemico è la “invasione maomettana”. Poco importa che secondo le stime più affidabili la popolazione musulmana in Italia sia circa il 4% del totale – proprio quanto gli innocui longobardi, con la differenza che questi erano una popolazione armata dedicata alla conquista militare e politica del territorio, nel contesto storico e sociale di 1.500 anni fa che non ha praticamente nulla a che fare con quello attuale.
Le proposte per la remigrazione sono riassunte in 22 punti, quasi tutti irrealizzabili o in linea con le politiche che l’Italia porta avanti già da tempo. Ciò che importa veramente è ribadire che “dobbiamo difendere le nostre frontiere”. La retorica è sempre quella dell’invasione che la politica di destra ha sdoganato da decenni, ma il partito di Vannacci la rilancia con una lente nostalgica di un passato artificioso, inesistente (strategia ben nota al ventennio fascista): ad esempio, la cittadinanza italiana si può ottenere solo firmando una “dichiarazione formale di accettazione e avvenuta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana”. Il motivo? Il dovere di un cittadino è “difendere la Patria” (come recita la Costituzione, si affrettano a sottolineare i vannacciani), quindi chi è italiano deve essere pronto a prendere le armi per la civiltà greco-romana-cristiana.
La promessa è bloccare quasi del tutto la possibilità di ottenere la cittadinanza, non solo richiedendo la firma di surreali dichiarazioni ma soprattutto inserendo tra i requisiti “vent’anni di residenza regolare e continuativa”. La popolazione italiana bianca deve chiudersi nella paura, mentre lo Stato si occupa di cacciare chi è straniero: essere entrato regolarmente nel Paese non dà garanzie, e neanche aver ottenuto la cittadinanza, che può essere revocata al primo reato.
Il dogma cristiano e la trappola sull'aborto
Un altro pilastro fondamentale dell'architettura di Futuro nazionale è il costante richiamo alla già citata identità cristiana e al diritto naturale, sbandierati come una vera e propria corazza etica.
Nel preambolo del programma la "difesa della vita dal concepimento alla morte naturale" viene scandita con toni solenni, definita un "valore non negoziabile" e una "linea rossa che non può essere valicata, costi quel che costi". Una proclamazione di intenti che, in teoria, dovrebbe costituire il cuore pulsante dell'azione politica del movimento, traducendosi in una battaglia frontale contro l'interruzione volontaria di gravidanza e il suicidio assistito.
Eppure, man mano che ci si addentra nei dettagli delle centinaia di pagine del testo, emerge un meccanismo strano e sottilmente calcolato. Il tema del suicidio assistito scompare del tutto dai radar, mentre quello dell'aborto non viene mai affrontato sul piano della legislazione interna: non c'è una sola proposta concreta per abrogare o riformare la legge 194, né una linea d'azione diretta sul sistema sanitario nazionale.
Dove finisce allora la tanto decantata "linea rossa"? Viene spostata interamente sul piano della propaganda geopolitica. L'aborto viene citato esclusivamente per attaccare l'Unione europea, accusata di volerlo includere "tra i diritti fondamentali" in aperta contrapposizione alla "nuova linea di politica culturale USA" firmata da Donald Trump e J.D. Vance. Nella visione del programma, questa deriva dell'UE si configura come un atteggiamento "completamente avverso all'interesse del nostro Paese".
Siamo davanti a un classico meccanismo di dog-whistling (il messaggio in codice). Verso l'interno si pronuncia la formula magica ("vita dal concepimento") per rassicurare il mondo tradizionalista, i circoli pro-life e la destra cattolica più radicale, garantendo loro che il movimento condivide la medesima visione etica. Verso l'esterno ci si guarda bene dallo scrivere nero su bianco l'intenzione di abolire la 194 o vietare l'aborto in Italia, consapevoli che una posizione del genere risulterebbe indigesta per la stragrande maggioranza dell'elettorato, storicamente impopolare e politicamente suicida. L'etica cristiana diventa così un semplice clava ideologica da usare contro Bruxelles e la cultura progressista, svuotata di qualsiasi reale coraggio politico sul piano nazionale.
Tutte le volte che Vannacci cita la Russia
Non è un mistero che Futuro nazionale abbia una linea politica molto più favorevole alla Russia di Vladimir Putin rispetto alla gran parte delle forze politiche italiane – con l’eccezione della Lega e, con diverse sfumature, del Movimento 5 stelle. D'altra parte, il sostegno alla creatura politica del generale arriva anche da quegli ambienti imprenditoriali che hanno molto da guadagnarci con un riavvicinamento a Mosca. La Russia è citata per ben tredici volte nel programma, molte più degli stipendi (tre volte) e delle pensioni (sette volte), per esempio.
La prima volta riguarda il gas, come era facile aspettarsi. Nonostante i tecnici abbiano chiarito che non si risparmierebbe molto tornando a importare metano da Mosca e finanziando quindi l’invasione in Ucraina, per Futuro nazionale tra le priorità c’è la “riapertura della possibilità di acquistare il gas a prezzi vantaggiosi dalla Russia”, perché “la sicurezza energetica non si costruisce con isolamenti ideologici”.
Naturalmente la causa russa trova ampio spazio quando si parla di politica estera. I vannacciani non perdono occasione di citare Aleksandr Dugin, politologo di estrema destra le cui posizioni sono il fondamento ideale della politica militare di Vladimir Putin. “Non condividiamo l’idea di un mondo unipolare USA”, affermano, quindi bisogna dialogare “con gli Stati Uniti, in posizione eretta e perseguendo l’interesse nazionale”, cosa che sicuramente non prevede “la prosecuzione del conflitto russo-ucraino”.
Una parentesi necessaria sulla politica estera: Futuro nazionale sostiene che l’Italia abbia una forte “sintonia valoriale” con Paesi come “Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia”, e quindi debba consolidare le alleanze con loro, perché sono Stati “fortemente radicati nel cristianesimo” e “culturalmente terzi” rispetto alla Russia e al “modello occidentale americano e anglofrancese”. Si tratta di Paesi – qui ritornano i deliri storici – che sono anche in una “posizione migliore” per la “lotta all’invasione maomettana” perché sono stati “contrassegnati storicamente da un maggior contatto diretto con l’invasione ottomana e dunque dotati degli anticorpi culturali di reazione”.
L’altro grande ambito in cui Futuro nazionale parla della Russia è, ovviamente, la guerra in Ucraina. L’Italia deve “rifiutare in modo netto una strategia espansiva o, peggio, offensiva della NATO”, cosa che avrebbe potuto “evitare il disastro dell’operazione militare russa in Ucraina”. È interessante notare che, in un programma così dedicato alla “invasione” di persone migranti”, non si scelga mai di parlare di “invasione” della Russia in Ucraina: è sempre una più neutra “operazione”, peraltro causata dalla NATO. Sulla guerra, la posizione è generica: agire “con la schiena dritta” e “evitare un’escalation militare”.
L’ultima menzione della Russia è anche la più esplicita: il partito di Vannacci dice che bisogna avere “un atteggiamento disteso con la Federazione Russa”, con “l’auspicio” della “pace in Ucraina” per “ripristinare normali rapporti diplomatici e commerciali con Mosca”.
Il vuoto delle proposte su tasse, lavoro e pensioni
Un tema poco citato finora è anche tra quelli che solitamente interessano di più gli elettori nel corso della legislatura: l’economia. Stipendi, pensioni, tasse. Su questo fronte Futuro nazionale mantiene una retorica altisonante, ad esempio attaccando la sinistra “che vuole tutti proletari” e promettendo di “riconquistare spazi di sovranità economica e fiscale rispetto all’incombente presenza dell’Unione Europea”. Si contesta la firma da parte del governo Meloni del Patto di stabilità europeo e si prendono le distanze dalle politiche industriali di riarmo. Nella sostanza, però, le proposte sono tutte piuttosto in linea con le promesse elettorali del centrodestra che governa il Paese da quattro anni.
Quando si parla di tasse, alcune delle promesse principali sono: tagliare il cuneo fiscale ridurre le aliquote IRPEF, cosa che hanno fatto i governi Draghi e Meloni; alzare il “limite del regime agevolato per le partite IVA”, anche questo già fatto (e rivendicato a più riprese soprattutto dalla Lega); “razionalizzazione delle agevolazioni fiscali frammentate”, un’iniziativa che quasi tutte le compagini di governo degli ultimi anni hanno inserito nel proprio programma elettorale.
Ci sono anche i richiami ad alcune bandiere del centrodestra. L’abolizione del bollo auto e dell’IMU sulla seconda casa è descritta, paradossalmente, come una misura per aiutare i meno benestanti (“chi non ha entrate, come può pagare tasse e bolli legati alla mera proprietà della motocicletta, dell’automobile, della seconda casa ereditata dal nonno”?). C’è l’innalzamento del tetto del contante a 10mila euro, c’è la “definizione agevolata dei contenziosi fiscali pregressi”, che sarebbe poi la rottamazione delle cartelle. E ancora, il “quoziente familiare” per le tasse e una politica fiscale che spinga alla natalità. Per molti versi pare di leggere i programmi di Meloni, Salvini e Tajani nel 2022.
Le poche novità che ci sono spesso sono vaghe o superficiali. Creare un “Fondo Sovrano per la Crescita Nazionale” per investire in settori strategici o creare le “‘quote azzurre’ nei concorsi pubblici” per i genitori di famiglie numerose.
Anche sulle pensioni, la linea è sostanzialmente identica al centrodestra. La promessa di Quota 41 (mai mantenuta dalla Lega perché è economicamente insostenibile) si affianca alla previdenza complementare. C’è anche Opzione donna, che il governo Meloni aveva promesso di rafforzare e poi ha cancellato.
La storia si ripete quando si parla di lavoro. Futuro nazionale promette sostegno e fondi a tutti, dai dipendenti agli autonomi, dagli artigiani e le microimprese familiari alle grandi aziende tech. Si può segnalare che, quando si parla di sostegno alla disoccupazione, i vannacciani citano “il principio economico di San Paolo: chi non vuol lavorare neppure mangi”. È interessante notare che lo stesso ragionamento si trovava all’articolo 12 della Costituzione di Stalin del 1936: “Il lavoro in URSS è un dovere e una questione d'onore per ogni cittadino capace secondo il principio: ‘Chi non lavora, non mangia’”.
C’è un ultimo punto che vale la pena di descrivere: quando Futuro nazionale parla dell’uscita dall’Euro. Il programma elettorale qui si lancia in lunghe valutazioni generiche e alla fine decide di non prendere posizione: “Vi sono stati anche alcuni effetti positivi”, che però “non hanno controbilanciato il prezzo economico e politico”; ma ormai ci siamo dentro, e c’è un “prezzo che pagheremmo per una uscita dalla moneta unica europea fatta a prescindere e senza strategia”. Dunque? L’Italia deve essere “capace tanto di permanere nell’area euro ridefinendone i perimetri di politica monetaria quanto di opzionare l’uscita, secondo le condizioni, il contesto, i tempi”. Come a dire, restiamo dentro ma chissà, prima o poi, potremmo anche forse valutare di minacciare l’uscita.
Nostalgia d’altri tempi: cosa resta del programma
Insomma, il programma di Futuro Nazionale sembra la costruzione a tavolino di un "mondo al contrario" in cui le risposte a problemi complessi, come la crisi demografica, la gestione dei flussi migratori o le sfide dell'economia globale, vengono sistematicamente affidate al mito dell'autorità, al ritorno del sangue e del suolo, e alla promessa di un'ennesima quanto improbabile "rivoluzione" contro le élite. Ma grattando via la patina guerresca, l'ardore delle citazioni mistiche e il costante richiamo alla romanità, ciò che rimane è una contraddizione di fondo: un impianto che vuole apparire eversivo e anti-sistema, ma che sui temi chiave dell'economia e dei diritti finisce per muoversi nel solco del più classico populismo di destra. Un movimento che sbandiera battaglie culturali d'altri tempi per compattare l'elettorato più radicale, salvo poi tirarsi indietro quando si tratta di assumersi la responsabilità di riforme davvero impopolari o di spiegare dove trovare le coperture finanziarie per le proprie promesse.
Quello che Vannacci offre agli elettori, insomma, non è il futuro dell'Italia, ma un lunghissimo viaggio all'indietro. Un'ipotesi di Paese blindato, militarizzato e impaurito, dove l'appartenenza a una civiltà viene misurata con i test di lingua e i tratti somatici, e dove la libertà individuale viene sacrificata sull'altare dell'ordine di Stato. Una proposta che vale la pena conoscere a fondo per sapere esattamente cosa c'è in ballo quando la nostalgia prova a farsi politica.
a cura di Francesca Moriero e Luca Pons