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Vannacci vuole abolire il programma Cecchettin nelle scuole perché criminalizza i maschi: l’abbiamo letto e non è vero

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L’attacco della destra di Valdegamberi e Vannacci alla Fondazione Cecchettin accusa l’educazione affettiva a scuola di “criminalizzare” i maschi. Insegnavate il rispetto non è però una condanna biologica, ma l’unico modo per smontare la cultura del possesso e togliere agli uomini l’alibi della neutralità davanti alla violenza.

Nelle stesse ore in cui dal Salento risuonava l'appello accorato di Franco Isceri, padre di Lorena, ennesima vittima di femminicidio ammazzata da un uomo che l'ha gettata da un viadotto come si fa con una cosa di cui disfarsi, che chiedeva alle istituzioni di intervenire nelle scuole per educare i ragazzi ed evitare altre tragedie, una parte della nostra politica produceva il suo immancabile riflesso condizionato. Di fronte alla richiesta disperata di un genitore che chiede aiuto all'istruzione per spezzare l'infinita catena della sopraffazione maschile, il consigliere veneto Stefano Valdegamberi e la truppa sguinzagliata dal generale Roberto Vannacci hanno risposto con la solita, stancante chiamata alle armi contro la fantomatica "rieducazione dei maschi".

La favola della "demonizzazione biologica"

Il bersaglio dell'ennesimo attacco è il protocollo d'intesa siglato tra il Ministero dell'Istruzione e la Fondazione intitolata a Giulia Cecchettin. Valdegamberi, politico veronese di lungo corso, oggi vicino a Futuro Nazionale, lo ha bollato come un "cavallo di Troia" ideologico. L'accusa è una solfa polverosa: la storiella del bambino costretto a sentirsi colpevole soltanto perché nato con il cromosoma Y.

Ma basterebbe davvero sfogliare le carte di quel testo prima di agitarsi davanti a un microfono. In quelle pagine non c'è infatti alcuna condanna biologica, né di tribunali dell'inquisizione per preadolescenti: c'è, se mai, l'insegnamento minimo del consenso, la cura delle parole, il rispetto della vita e la decostruzione di quella grammatica del possesso che trasforma il "no" di una donna in un affronto da punire con la morte.

Togliere i maschi dall'alibi dell'innocenza

È il solito espediente retorico: sventolare la minaccia del complotto per non dover guardare dentro casa. Derubricare l'educazione al rispetto a una fantomatica "guerra ai maschietti" è infatti il riflesso condizionato di chi cerca una scorciatoia politica per anestetizzare la discussione prima ancora che cominci. Il pensiero femminista e il lavoro della Fondazione Cecchettin non trascinano lo studente di quattordici anni sul banco degli imputati, ma pongono al genere maschile una questione ineludibile: farsi carico di una responsabilità culturale collettiva e smettere di girarsi dall'altra parte mentre si riproduce una grammatica del possesso. La retorica del maschio perseguitato serve a un unico scopo: derubricare la violenza contro le donne a una sequenza accidentale di raptus o alla deviazione di poche mele marce, restituendo agli uomini il conforto dell'innocenza e della neutralità.

In altri termini, sbandierare la difesa dei figli maschi non significa proteggere la loro infanzia, ma difendere l'inviolabilità di un sistema che rifiuta di guardarsi allo specchio. Significa sostenere che la violenza sia sempre una faccenda altrui, una follia privata che non ci riguarda mai da vicino, pur di non ammettere che il dominio nasce e si nutre del nostro silenzio quotidiano.

Il manifesto del patriarcato come valore

Ma sarebbe fin troppo ingenuo considerare la sortita di Valdegamberi un'uscita estemporanea o un banale incidente di percorso. Non c'è quasi nulla di scioccante in quello che dice, se non il fatto stesso che lo si possa sostenere senza vergogna in un'aula consiliare. Le sue parole sono semplicemente l'applicazione fedele di una visione del mondo scritta nero su bianco nella "Base Ideologica e Programmatica" che Roberto Vannacci ha depositato per la sua Futuro Nazionale: un testo che noi di Fanpage.it abbiamo letto e analizzato punto per punto, svelandone ogni ingranaggio reazionario. In quel documento si teorizza apertamente la tutela del cosiddetto "patriarcato mediterraneo", rivendicato come un presidio d'ordine da difendere contro l'isteria della critica femminista, e si arriva persino a contestare la parola femminicidio, preferendo la comoda neutralità di omicidio. Viene naturale ricordare, allora, la lezione limpida che ci ha lasciato Michela Murgia: la parola femminicidio non serve a indicare il sesso della vittima, serve a nominare il motivo per cui è stata uccisa. Cancellare quella parola significa voler cancellare la matrice stessa del problema.

Così, scorrendo quelle pagine, si rispolvera davvero di tutto: dal mito del maschio custode e protettore, dimenticando che la protezione che esige l'esclusiva non è tutela, ma soltanto la prima stanza del dominio, fino all'attacco frontale all'autodeterminazione. Lo stesso impianto in cui l'aborto viene dichiarato "non un diritto" e si ipotizza di imporre alle madri l'ascolto del battito del feto prima dell'interruzione di gravidanza, riducendo i corpi delle donne a materia da disciplinare e il maschio a figura d'autorità inviolabile.

Insomma, la sintesi del pensiero di Vannacci sta tutta qui: l'idea che la società possa reggersi solo sul ripristino delle vecchie gerarchie, dove l'uomo comanda per natura e la donna accetta la tutela per necessità.

La risposta della scuola e il nodo del referendum

In questa architettura ideologica, la pretesa di un'educazione sessuo-affettiva laica e strutturale diventa una minaccia mortale, perché rischia di svelare e smontare il privilegio della forza fin dai primi anni di scuola. È su questo terreno che la controriforma della destra ha provato a blindarsi con la legge Valditara, vietando i percorsi sulla sessualità alla materna e alle elementari e imponendo il consenso informato con l'allontanamento dall'aula degli studenti privi di autorizzazione. Ma la società civile ha già risposto. Il superamento delle 500mila firme per il referendum abrogativo della norma risponde esattamente alla necessità di restituire alle scuole l'autonomia didattica e i PTOF, garantendo percorsi inclusivi sul consenso e sulla dignità affettiva. Perché, come ricordano i promotori, l'educazione sessuo-affettiva non è una soluzione magica, ma è l'unico cantiere indispensabile per smontare l'analfabetismo emotivo prima che si trasformi in sopraffazione.

Un "mondo al contrario" per davvero

È indicativo come perfino all'interno del centrodestra diversi esponenti si siano affrettati a prendere le distanze dalla crociata di Valdegamberi, ricordando che insegnare la parità nelle aule scolastiche costituisce l'abc della convivenza civile. Una presa di distanza che rivela quanto sia profondo il solco tra chi cerca di misurarsi con la realtà e chi si arrocca nella propaganda: sottrarre i ragazzi alla cultura machista non è un'inquisizione o un'espiazione, ma l'unico vero atto di emancipazione possibile per restituire loro un'umanità complessa, liberata dalla gabbia della prestazione e del dominio.

Una prospettiva che incontra ahimè la naturale resistenza di Roberto Vannacci e dei suoi fedelissimi, il cui orizzonte resta l'architettura reazionaria di un vero e proprio mondo al contrario: un posto dove le donne tacciono, i ruoli restano incisi nel marmo e gli uomini continuano a scambiare il controllo sull'altro con la misura della propria libertà.

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Genovese trapiantata a Roma. Ho lavorato per Class Editori e Radio3 e ho frequentato la scuola di giornalismo Lelio Basso. Per molti anni, come freelance, mi sono occupata di politica nazionale e internazionale, realizzando reportage sul campo in Paesi come Turchia, Siria, Albania, Bosnia. Ho collaborato con Domani, Internazionale, il manifesto, Lifegate e Tpi. Oggi a Fanpage scrivo di politica e tematiche sociali. 
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