L’ex premier israeliano Olmert: “So che Netanyahu fu avvertito del 7 ottobre. E c’è un testimone importante”

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L’ex premier dice a Fanpage.it di aver appreso da una fonte indipendente che Netanyahu fu avvisato dell’attacco di Hamas. “Ero con una figura israeliana molto rilevante”. In Cisgiordania “è pulizia etnica” e un nuovo esecutivo “dovrà come prima cosa fermare i coloni”.
Intervista a Ehud Olmert
Ex Primo ministro di Israele

Ehud Olmert sa che Bibi sapeva. La sua fonte è indipendente dall’inchiesta di Haaretz. E c’è un altro testimone. Un israeliano “molto importante” era con lui quando l’ex premier apprese che Benjamin Netanyahu era stato avvertito delle intenzioni di Hamas prima del 7 ottobre. “Non ero solo”, rivela a Fanpage.it. Non fa il nome dell’uomo, né di chi gli passò l’informazione. Dice che l’allarme era abbastanza serio da richiedere una reazione.

La rivelazione apre una pista per la commissione d’inchiesta proposta dall’opposizione: quel testimone potrebbe confermare che cosa fu detto a Olmert, e da chi.

Secondo Haaretz, il presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed avvertì Netanyahu circa dieci giorni prima dell’attacco. Il premier nega che la conversazione sia avvenuta. Due fonti, una delle quali parlò direttamente con il leader emiratino, hanno però confermato al New York Times l’avvertimento di un “grande attacco”.

E non fu l’unico allarme. Il 15 settembre, riferisce Haaretz, il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, informò Netanyahu della minaccia. Due giorni dopo, i vertici della difesa ne discussero senza prendere decisioni concrete. Il 26 settembre, secondo The Atlantic, arrivò in Israele anche il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel: disse che Hamas preparava qualcosa di grosso.

Olmert ritiene che anche il capo della CIA possa aver allertato i vertici israeliani.

In vista delle elezioni del 27 ottobre, l’ex premier afferma che se i partiti arabi venissero esclusi, “sarebbe la fine” di quella che definisce “una democrazia traballante”.

In Cisgiordania, denuncia “l’azione concertata, estesa e costante per una pulizia etnica”. Difende però il suo operato nel 2008, quando gli insediamenti continuarono di fatto a espandersi. E non si pente dell’operazione “Piombo fuso” a Gaza: definisce “minimo” il numero dei civili uccisi. Secondo il rapporto Goldstone per l’ONU, furono 960.

Dopo il voto del 27 ottobre, Olmert spera in un governo “più modesto”, pronto a riaprire la strada alla pace. Parla a Fanpage.it in videoconferenza dal suo studio a Tel Aviv.

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Primo ministro Olmert, lei ha detto alla CNN di avere buone ragioni per credere all’inchiesta di Haaretz. Possiede informazioni indipendenti da quelle pubblicate dal giornale?

Ho una fonte personale, indipendente. Sono assolutamente certo che quanto riportato da Haaretz sia accaduto.

Qual è la sua fonte?

Non posso rivelarla.

Ma sa per conto suo che quella telefonata tra il presidente degli Emirati bin Zayed e Netanyahu c’è stata.

Esatto.

E se dovesse un giorno testimoniare, avrebbe qualche riscontro da offrire a chi indaga? O c’è solo questa sua fonte di cui non ci dice il nome?

Quando ho appreso dell’avvertimento a Netanyahu, non ero da solo: con me c’era una figura israeliana molto, molto importante.

Ma è normale che Abu Dhabi chiami il leader di Israele?

C’erano contatti ai massimi livelli tra i due governi. Conosco bene i modi della relazione. Certo che gli Emirati ci avvertono, se corriamo un pericolo.

Il contenuto dell’allarme era abbastanza serio da dover indurre Netanyahu ad agire?

Non conosco le parole esatte. So che era un allarme serio, sufficiente a scuotere chi lo riceveva, a fargli capire che bisognava occuparsene subito e con intensità.

Invece, niente. Per questo, Bin Zayed ha poi manifestato la sua frustrazione all’allora direttore della CIA William Burns, secondo Haaretz. Burns può averne poi parlato con gli israeliani?

È probabile. L’esperienza mi dice che il direttore della CIA condividerebbe informazioni del genere con il Mossad o l’intelligence militare. Come minimo. Conosco bene Burns, ma non ne ha parlato con me.

L’inchiesta giornalistica sostiene che fu il capo di Hamas a Gaza a far filtrare l’avvertimento verso gli Emirati, attraverso un esponente di Fatah. Non le pare strano? Perché mai Sinwar, che preparava da anni la strage, avrebbe fatto una cosa simile?

Forse per fuorviare Netanyahu. Fargli pensare che, siccome la notizia era filtrata, l’attacco non ci sarebbe stato. Ma ci sono molte interpretazioni.

I leader di quattro partiti ebraici d’opposizione hanno chiesto una commissione d’inchiesta. Perché non hanno coinvolto i partiti arabi?

I partiti arabi non si fidano del governo Netanyahu e lo considerano già responsabile.

Cosa succede se resteranno esclusi dalle urne il 27 ottobre? La Commissione elettorale ha votato per lasciar fuori entrambe le principali liste arabe: la Lista congiunta – ovvero l’alleanza di Hadash, Balad e Ta’al – e Ra’am, che corre separatamente. Ora sarà la Corte Suprema a decidere…

Solo escludere la Lista congiunta significherebbe tagliare fuori il 20 per cento della popolazione. È inaccettabile. Non sarebbe democrazia. La Corte Suprema non lo permetterà.

Ma Israele è ancora una democrazia?

Molto traballante. Certo, possiamo ancora pensare e dire quello che vogliamo. Ma tutto è diventato più incerto.

Se le urne punissero Netanyahu, l’opposizione avrebbe bisogno dei voti dei partiti arabi per governare?

È probabile che l’opposizione non possa governare senza il sostegno esterno di un partito arabo.

Sarebbero l’ago della bilancia, se il blocco di Netanyahu restasse sotto 61 seggi sui 120 della Knesset?

Possibile. Mettiamo che Netanyahu arrivi a 58 seggi. Non avrebbe la maggioranza. Ma gli altri partiti dovrebbero trovare un accordo tra di loro, per governare. L’appoggio esterno dei partiti arabi potrebbe consentire un governo delle opposizioni.

Teme che Netanyahu possa ordinare una nuova azione militare prima delle elezioni, per migliorare le sue possibilità elettorali?

Di sicuro se scoppiasse una nuova fase di violenza a sud, a nord o contro l’Iran, bisognerebbe esaminare con attenzione come è cominciata, per accertare che non sia stata provocata da un’iniziativa israeliana.

In Cisgiordania è in corso la pulizia etnica?

È in corso un’azione concertata, estesa e costante di centinaia, forse migliaia di coloni, con il sostegno attivo o tacito della polizia, dell’esercito e di importanti ministri. Sembra puntare proprio alla pulizia etnica.

Che cosa dovrebbe fare per prima cosa un governo senza Netanyahu?

Fermare immediatamente i coloni e la loro violenza. Istituire una commissione d’inchiesta nominata dal presidente della Corte Suprema. E difendere l’indipendenza della stessa Corte e della procuratrice generale (il governo Netanyahu tentò di destituirla, fece varare una legge per ridurne i poteri e si scontrò in modo feroce con la Corte su una sentenza, ndr).

Lei sostiene il blocco delle importazioni dagli insediamenti coloniali in Cisgiordania deciso da Regno Unito, Francia e Germania?

Dico solo che me lo aspettavo, dato che il nostro governo non ferma il terrore scatenato dai coloni. Sento dire tante sciocchezze: che la Gran Bretagna è diventata un impero islamico, o che il Canada e Macron sono antisemiti. No, la colpa è solo del governo israeliano.

Qual è la sua valutazione della deriva clerico-religiosa del governo Netanyahu? Siete governati da un Partito di Dio? In arabo, “Hezbollah”?

La fazione religiosa radicale nel governo ha enorme potere politico, è fondamentalista, estremista. Se dipendesse da loro, Israele diventerebbe un Paese come l’Iran, dove le leggi religiose dominano la vita delle persone.

Lei era premier durante l’operazione “Piombo fuso” a Gaza. Human Rights Watch documentò gravi violazioni delle leggi di guerra. Rimpiange le decisioni prese allora?

Non mi scuso e non rimpiango quell’operazione. Non mi rimprovero di aver colpito i capi terroristi: l’ho fatto a Gaza, in Libano, in Iran e in altri luoghi.

E le vittime civili, Olmert? Almeno un migliaio, secondo un rapporto dell’ONU.

Al contrario delle vittime recenti a Gaza, dove sono stati commessi veri e propri crimini di guerra…

È stato attuato un genocidio, ha valutato una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite…

No, ritengo che non ci sia stata una decisione o una politica governativa di genocidio o di uccisione indiscriminata dei palestinesi.

La sua posizione è nota. Giuristi e organizzazioni per i diritti la pensano diversamente. Ma torniamo al 2008. Non vuole scusarsi per le vittime civili?

Le vittime di allora furono un “danno collaterale” autentico. L’obiettivo, erano solo i terroristi. E quella operazione non significò rinunciare alla pace con i palestinesi disposti a vivere accanto a Israele.

Se gli insediamenti impedissero la soluzione dei due Stati, che lei propugna, accetterebbe uno Stato unico con uguali diritti e uguale voto per tutti?

No. Sarebbe la ricetta per guerre senza fine. Palestinesi ed ebrei cercherebbero ciascuno di dominare l’altro: una catastrofe storica.

Nel 2008 difese la prosecuzione delle costruzioni israeliane a Gerusalemme Est e nei grandi blocchi di insediamenti in Cisgiordania. Non pensa di aver contribuito alla situazione che denuncia oggi?

In realtà, smantellammo quattro insediamenti. Ma non ritirammo il controllo militare. Purtroppo, negli anni successivi, abbiamo trascurato completamente la ricerca di una soluzione politica. Il risultato è stato il protrarsi dell’occupazione, la crescita degli insediamenti e la privazione dei diritti dei palestinesi.

Che cosa vorrebbe vedere dopo le elezioni?

Un nuovo governo israeliano più umile, più modesto e disposto ad aprire il cuore e la mente a un’iniziativa di pace.

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