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Ci risiamo, verrebbe da dire. La strategia è sempre la stessa: distrarre l’opinione pubblica con argomenti di scarsissima rilevanza, per impedire che il dibattito si concentri sulle vere questioni che angosciano il governo e la maggioranza. Una tecnica che Giorgia Meloni ha mutuato dagli Usa, dove i Maga hanno perfezionato e affinato teorie che da tempo circolavano nel campo della comunicazione politica, inserendoci quel tocco di situazionismo che tanto piace a noi italiani. L’elenco sarebbe lungo, ma mi piace citare uno degli esempi più surreali, peraltro arrivato in apertura di legislatura: il decreto Rave. Ve lo ricordate quel periodo, no? Quando telegiornali e giornali, non solo di area, dedicavano servizi e paginate a quella che veniva presentata come una vera emergenza nazionale, in grado di mettere a rischio il futuro dei nostri ragazzi e la sicurezza dei centri abitati, in campagna e in città. Ovvero, la presenza di queste ordine di decine, anzi centinaia, oddio forse decine di migliaia, di barbari che calavano nelle nostre vite quotidiane a colpi di (discutibilissima, peraltro) musica techno e feste in luoghi vilmente sottratti alla collettività. Quel decreto, varato mentre la maggioranza ragionava su una delle manovre più flosce degli ultimi decenni, dopo aver promesso la rivoluzione in campagna elettorale, e di cui non restano che sparute tracce (e, del resto, cosa avremmo potuto aspettarci?), è servito per testare un modello poi replicato con una costanza invidiabile, al motto di: quando siamo in difficoltà, parliamo del nulla e gli italiani ci seguiranno.

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È esattamente quello che sta accadendo in questi giorni, con una complessità ulteriore, di cui parleremo più avanti. La fotografia più chiara ce la regala direttamente la presidente del Consiglio: nel giorno in cui l’Istat conferma dati che non permetteranno all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, complicando in modo tremendo la stesura della prossima legge di bilancio, Meloni rilascia un’intervista (si fa per dire) a Bruno Vespa in cui non parla mai direttamente della questione, preferendo dedicare ampio spazio al dibattito sugli studenti stranieri nelle classi, ai fotomontaggi contro di lei comparsi su pagine social a caso e così via.

Parliamoci chiaro, la mancata uscita dalla procedura di infrazione è una mazzata. Per il governo, per le ambizioni della maggioranza e finanche per i cittadini, considerando che non è mai una buona notizia quando si riducono i margini di manovra per il reperimento di risorse economiche. Lo è soprattutto considerando a cosa sarebbe servita questa maggiore flessibilità. Uscire dalla procedura sarebbe servito a escludere l’extradeficit per le spese su transizione ecologica e sicurezza/riarmo dai calcoli sui saldi di finanza pubblica. Giorgetti aveva parlato di circa 14 miliardi su energia e 22 sulla difesa, che ora, chiaramente se confermati, peserebbero sui bilanci al punto da impedire l’uscita dalla procedura anche per il prossimo anno.

In tal senso, il problema esiste eccome, tant’è che ci sono interlocuzioni in corso con la Commissione Europea. Lo spiega bene Il Sole 24 Ore:

Ieri la Commissione ha spiegato per bocca di un portavoce che «la questione presenta diverse sfaccettature». La prima riguarda l'entità dell'extra-deficit attivabile. L'ultimo documento di finanza pubblica prevede per l'Italia un disavanzo del 2,8% nel 2027 e del 2,5% nel 2028. Nei prossimi due anni, quindi, la deroga potrebbe essere attivata per 7 decimali cumulati di Pil (17 miliardi in tutto) senza sforare il tetto del 3%: tenendosi aperta la via verso l'uscita dalla procedura ad aprile, che libererebbe lo spazio integrale della clausola. Nel Governo non manca chi ipotizza un negoziato con la Ue sulla possibilità di attivare comunque tutta la deroga scomputando dai calcoli il deficit aggiuntivo: ma non al Mef. I calcoli aggiornati in arrivo con il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) potrebbero poi offrire qualche spazio aggiuntivo

Insomma, diciamo che la questione ha enorme rilevanza e si riflette anche negli equilibri interni alla coalizione. Perché è noto che sulle spese per la difesa (in generale, sull'intero blocco "riarmo") ci sono posizioni diverse e un atteggiamento molto critico di larga parte dell'elettorato di riferimento, su cui pure sta lavorando il generale Vannacci. In altre parole, con la flessibilità il problema sarebbe stato convincere gli alleati a sobbarcarsi il rischio di una scelta impopolare e potenzialmente in grado di aiutare la campagna elettorale di Vannacci (e non solo, considerando che anche parte dell’opposizione è sul fronte del no all’aumento delle spese militari). Adesso, invece, si tratta di negoziare con l’Europa per ottenere risorse da destinare comunque a quell’ambito, di non rispettare accordi già presi con i nostri partner (e considerati fondamentali per la sicurezza e per il peso del nostro Paese sul piano internazionale), oppure di farlo con risorse proprie. Un rebus complicatissimo, che rischia di sfilacciare ancora di più la maggioranza e di mandare in archivio l’idea di usare la prossima legge di bilancio come un trampolino per la lunga campagna elettorale per le Politiche del 2027.

Insomma, meglio, molto meglio, cambiare argomento e provare a portare il dibattito pubblico su un altro piano. Che poi è quello prediletto da Meloni e dai suoi, soprattutto adesso che c'è la necessità di rintuzzare l'aggressività di Futuro Nazionale, addirittura all'8% secondo alcuni sondaggi. Il tema scelto, a mio avviso anche piuttosto casualmente, è quello del tetto agli studenti stranieri nelle classi italiane (nel merito vi invito a leggere qui e qui). Come da canovaccio, la materia è di quelle sensibili e la strategia per maneggiarla è sempre la stessa: si prende un fatto vero (la necessità di gestire il fenomeno della crescita degli studenti stranieri), lo si banalizza ed estremizza, lo si dà in pasto all'opinione pubblica proponendo risposte qualunquiste o del tutto inapplicabili. Nel caso specifico, peraltro, come vi racconta la nostra Annalisa Cangemi, solo due anni prima Fratelli d'Italia aveva stoppato una proposta simile della Lega, ritenendo che si "scontrava contro un limite invalicabile: la realtà dei fatti". Ora, con Vannacci alle costole, tutto fa gioco: persino picchiare duro su immigrazione e integrazione, aumentando lo stigma su tutti gli studenti stranieri, malgrado la proposta riguardi poche migliaia di essi. Creare, fomentare, certamente non gestire, una presunta emergenza, sperando di ricavarne un tornaconto elettorale. 

Una simile campagna ha delle conseguenze. In primo luogo sul clima che si respira nelle aule scolastiche e sul modo in cui viene percepita la presenza di persone di origine straniera nelle nostre città, soprattutto nelle periferie. Usare in questo modo un tema complesso e delicato, intossicare per ragioni squisitamente speculative il discorso pubblico sulle nuove generazioni di studenti, deve essere sembrato davvero troppo al presidente della Repubblica. Il quale, badate bene, non è in astratto contrario alla problematizzazione della questione, come spiegano fonti del Quirinale, purché "serva a favorire integrazione e multiculturalità". Il modo in cui rischiava di svilupparsi il dibattito e, non in subordine, la modalità con la quale il governo aveva intenzione di imporre la soglia del 30% (la sola idea di farlo per decreto appare un'abnormità agli esperti in materia, considerando l'insussistenza palese dei presupposti di necessità e urgenza), hanno spinto Mattarella a intervenire per delimitare il campo e provare a riportare la discussione in binari di decenza minima. Personalmente, il suo statement lo tradurrei con un lapidario: lasciate fuori gli studenti dalla campagna elettorale, l'integrazione è un percorso tortuoso e ogni intervento sulla scuola deve andare nella direzione di favorirla, non creando ghetti o alimentando insofferenza e distanze.

In un simile contesto, Giorgia Meloni doveva scegliere. Se, come scrivono alcuni analisti, indossare l'elmetto o il vestito da statista. La pressione di Vannacci e l'opportunità di creare un diversivo, evidentemente, si sono rivelate tentazioni irresistibili, al punto da spingerla addirittura ad affondare il colpo, con una mossa ai limiti del rispetto istituzionale. Rinfacciare al Capo dello Stato di aver caldeggiato in passato un provvedimento simile a quello che ora starebbe criticando non è soltanto uno sgarbo sul piano dell'etichetta e un problema per i rapporti tra Chigi e il Colle. È prima di tutto una manipolazione della realtà, perché è evidente a tutti che le intenzioni di Mattarella fossero sideralmente lontane da quelle di Valditara e che il contesto della circolare del 1990 fosse radicalmente diverso da quello attuale. Nulla di nuovo, direte voi, si tratta della tecnica di controllo del dibattito pubblico della destra di cui abbiamo parlato spesso. Che non ci si fermi neanche di fronte al Capo dello Stato, è la vera novità di queste ore. Ed è un crinale davvero pericoloso, che ci fa essere preoccupati per i mesi a venire. Se la maggioranza è così disperata da non curarsi neanche della decenza istituzionale, beh, ci aspettano tempi bui. Ancora più bui.

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