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Non è semplice provare a fare ordine nella confusione di queste ultime settimane. Non lo è soprattutto perché siamo abituati a ragionare secondo schemi codificati e cerchiamo in ogni modo di inserire in un unico puzzle pezzi che non si incastrano e probabilmente appartengono a disegni molto diversi fra loro. Dobbiamo abituarci, però, perché la complessità, la confusione e l’indeterminatezza sono elementi caratterizzanti questo particolare momento storico. Ci sono tante cose in movimento, altre che ancora non riusciamo a vedere, con conseguenze sul piano sociale e politico piuttosto imprevedibili. Parlare genericamente di “proteste”, accomunando la mobilitazione degli studenti, le lotte per la casa, i blocchi degli autotrasportatori, i riot di Milano, ma anche la tensione nel mondo agricolo è semplicistico e non serve a comprendere nessuno dei fenomeni. Allo stesso tempo, non inquadrare i singoli eventi in un contesto più ampio, che trascende persino il nostro Paese, o in una prospettiva diacronica, sarebbe un errore.

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C’è un grande fermento nell’aria, la sensazione di aver assistito solo al teaser di una stagione di grandi tensioni e conflitti. C’è il vento delle grandi mobilitazioni studentesche, che soffia in Francia, in Albania, in tante altre zone d’Europa e che in Serbia ha già prodotto un clamoroso rovesciamento dell’ordine costituito. C’è la mobilitazione più o meno spontanea contro il carovita, quella per la casa e gli spazi sociali. C’è l’entrata sulla scena politica, confusa, disordinata e imprevedibile ma estremamente rilevante, delle seconde e terze generazioni di immigrati. C’è l’enorme questione culturale, sociale e ancora una volta politica delle periferie (e attenzione anche alle province, soprattutto quelle in cui la deindustrializzazione è stata più marcata). Ci sono le tante questioni sindacali da tempo sul tavolo, decisive per centinaia di migliaia di lavoratori. Ci sono le tante mobilitazioni più strettamente politiche, contro il riarmo, contro la manovra, sulla crisi climatica e via discorrendo. C’è una generale attenzione, che non sappiamo in che forma si concretizzerà, alle derive del capitalismo, al pericolo della trasformazione dei sistemi liberali in autocrazie più o meno al servizio dei tecnocapitalisti della sorveglianza. Ci sono i collettivi, i centri sociali, i movimenti organizzati pronti a dire la loro. Insomma, c’è una situazione di grande complessità, che potrebbe trasformare le piazze, reali e virtuali, in grandi incubatrici di protesta, tensione, conflitto e violenza politica. Non solo in Italia, non specificamente in Italia, non principalmente in Italia, ma sicuramente in Italia.

Di fronte a tutto questo, vi starete chiedendo, qual è la strategia del governo? La risposta la conoscete, temo, ed è un grande classico della reggenza a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni: repressione, criminalizzazione del dissenso, mostrificazione degli avversari politici. La leva è sempre la stessa, l'utilizzo della decretazione d'urgenza e (meno) della legislazione ordinaria per la creazione di nuovi reati, la riduzione degli spazi del conflitto sociale, la pressione sull'equilibrio fra i poteri. Ricette già sperimentate in questi anni e che, per inciso, hanno funzionato in un senso diverso da quello ipotizzato dal governo. È, a mio avviso, un piccolo cortocircuito che riguarda anche l'opposizione, perché spesso si tende a liquidare con un banale "non hanno funzionato" provvedimenti che hanno invece avuto un impatto negativo. Gli otto decreti sicurezza si sono dimostrati inefficaci allo scopo per cui erano stati pensati ("riportare l'ordine", "restituire la legalità", "far sentire la presenza dello Stato" e tutte le altre sciocchezze propagandistiche da cui sono stati accompagnati), ma hanno reso sempre più complesso esprimere il dissenso, hanno diminuito gli spazi democratici, hanno incrinato diritti e conquiste sociali.

L’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, in un colloquio con Susanna Turco su L’Espresso, mette a fuoco quella che per me è la questione essenziale: “Mi sorprende come, ogni volta, ogni questione venga trattata come mai accaduto. Come se non avessimo avuto nel passato problemi analoghi, mi ricordo per dire gli allevatori che versavano latte davanti al Senato. O tante piazze complicatissime del nostro Paese. Alla fin fine le risposte sono sempre vecchie, come i decreti sicurezza, fatti peraltro affastellando norme su norme che in teoria ci sono già e che vengono rinnovate come una sorta di memento, di sottolineatura che le istituzioni ci sono. E ci sono, dal mio punto di vista, nella maniera più sbagliata. La sicurezza è una precondizione di tutti i diritti e di libertà. Ma non ci si può fermare a questo. La guerra cognitiva lavora sulle fratture e sulle criticità delle democrazie. Bisognerebbe rammendare questa società sempre più disgregata. Invece, abbiamo un governo che cavalca le fratture, che nutre la pancia, ed è ormai alla coazione a ripetere, senza risultati, dopo quattro anni e un numero infinito di decreti, tutti urgenti e tutti necessari”.

Ciò accade essenzialmente perché fuori dalla logica dell'emergenza, la maggioranza non esiste. Gli ultimi quattro anni hanno dimostrato l'incapacità di un'intera classe politica di pensare con orizzonti più ampi, fuori dalle contingenze del momento e dall'ottica di contrapposizione. Questo governo, in altre parole, ha sempre bisogno di un nemico, di un conflitto, di una situazione emergenziale, per trovare un senso e una missione. E pazienza se il nemico e l’emergenza non ci sono, si costruiscono. Ne scriveva già Umberto Eco, spiegando in che modo l’identità di interi gruppi si costruisca e si consolidi attraverso l’odio e la paura verso un nemico comune, meglio ancora se presentato come immanente, pericoloso, fortissimo e capace di minacciare la nostra sicurezza. La fabbricazione del nemico, scriveva, è uno strumento politico di grande efficacia proprio perché incanalare l’aggressività collettiva verso un bersaglio esposto e isolabile, consente ai regimi e alle classi dirigenti in generale di distogliere l’attenzione dalle proprie inadeguatezze. Il nemico finisce per essere non soltanto un alibi e un capro espiatorio, ma anche un enorme argomento di distrazione di massa. E, non in subordine, un elemento in grado di garantire quella coesione sociale e quel senso di appartenenza la cui costruzione richiederebbe un lavoro continuo e complesso.

Il caso Siher è paradigmatico, in tal senso. Il ricercatore (la cui piattaforma politico-ideologica è estremamente discutibile, a parere di chi scrive) incarna alla perfezione tutto ciò che in quel momento serviva al governo per distogliere l’attenzione dal fallimento dei meccanismi di prevenzione e controllo dei disordini nelle piazze. Il vero problema di Meloni è che il fallimento resta e i fatti a volte sono impermeabili alla propaganda. Se hai governato oltre quattro anni non hai più tante scuse, non puoi pretendere di risultare credibile quando annunci l'ennesima serie di interventi risolutivi e decisivi. Non puoi raccontare agli italiani che ampliare le carceri per far posto ai minorenni sia la strada principale per combattere le devianze giovanili.

Perché se c'è un merito innegabile delle piazze è che rendono evidente lo scollamento fra ciò che il governo ha promesso e quello che ha fatto, tra ciò che la maggioranza dice di essere e la qualità della classe dirigente, tra il racconto del Paese e la realtà dei fatti. Che è quella di un'Italia sfilacciata, impaurita, sempre più insicura e meno speranzosa nel futuro. Che scende in piazza o sostiene chi lo fa, perché sente di essere meno sicura, meno protetta. Meloni lo sa, sa di aver perso la sfida della credibilità e della capacità di incidere. E si rifugia nella propaganda.

Commetteremmo un errore a pensare che il discorso riguardi solo le proteste studentesche e sindacali contro il governo. Prendiamo a mero titolo di esempio la questione degli autotrasportatori del Sud Italia.

[Piccolo inciso: È probabilmente vero che i media sono stati pigri, quando non reticenti, nella copertura delle prime manifestazioni di protesta, in particolare blocchi stradali e picchetti. Va detto che la mobilitazione ha avuto dinamiche piuttosto confuse, nonché uno sviluppo peculiare, che l'hanno resa agli occhi dell'opinione pubblica un fenomeno unitario, con una regia unica, obiettivi predeterminati e, soprattutto, un inarrestabile desiderio di equità e giustizia. Un'analisi un minimo più approfondita avrebbe potuto mostrare in realtà un quadro decisamente diverso, o quantomeno con più sfaccettature.]

A una componente organizzata da associazioni, enti, corpi intermedi si è sommata la partecipazione spontanea di cittadini e lavoratori, ma anche quella più “orientata” da interessi di varia natura. Si sono mescolate rivendicazioni e istanze di varia natura, tra cui alcune avevano una decisa componente di natura corporativa e altre ancora una chiara matrice politica. In tempi in cui la narrazione è tutto, all’opinione pubblica è invece arrivato un messaggio univoco: proteste contro il carovita, il costo del carburante e dei generi alimentari. Ne è derivata una solidarietà diffusa, che ha portato il governo a muoversi con grande cautela, per evitare contraccolpi in termini di consenso elettorale, e a scegliere la strada del dialogo con quei corpi intermedi che si presumeva avessero un ruolo centrale nell’organizzazione della mobilitazione. La domanda che nessuno si è fatto è sul come mai le proteste siano scemate malgrado le condizioni che le avevano generate siano sostanzialmente rimaste le stesse e lo scenario sia quello di un peggioramento inesorabile, peraltro quasi del tutto indipendente dalle scelte del governo. Citiamo Matteo Salvini: "È chiaro che a breve non caleranno né il costo del carburante né il costo per l'energia, né il costo per le imprese, né per le famiglie. È chiaro che o ti rassegni o ti attrezzi". È servito “l’impegno” del governo (quale, oltre i palliativi?), è stata sufficiente la minaccia del “pugno duro” o semplicemente i manifestanti hanno scelto altre strade per proseguire la lotta? E ancora, quanto durerà questa tregua, considerando che i rincari proseguiranno e di risposte nella manovra non ce ne sono? Non sarà per caso che la scelta di chiudere accordicchi con mediatori e portatori di interessi si rivelerà quantomeno miope?

Siamo sempre allo stesso punto, a mio modo di vedere. Situazioni complesse richiederebbero analisi profonde e risposte adeguate. Una politica responsabile e competente, in sintesi. Che non c'è.

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