Luigi Calabresi
in foto: Luigi Calabresi

Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi iniziò la giornata di buon mattino nel suo appartamento milanese. Riaprì lo stesso libro che aveva letto avidamente fino a tarda notte la sera prima, un testo di Krusciov che lo avrebbe aiutato nel suo lavoro, divorando un'altra manciata di pagine. Alle 8 fece colazione con Gemma e i bambini, si ravviò i capelli, infilò la giacca e uscì. Alle 9 e 15 raggiunse la Fiat 500auto parcheggiata in via Cherubini, all'altezza del civico 6, davanti allo spartitraffico. Non ebbe neanche il tempo di sfiorare lo sportello, morì all'istante, con la nuca sfondata dai proiettili. Aveva 33 anni.

Chi era Luigi Calabresi

Romano, figlio di una famiglia della borghesia capitolina, laureato in giurisprudenza, quando era stato nominato vice dell'ufficio ‘politico' della questura di Milano, tre anni prima, si era immaginato una carriera dietro una scrivania a pianificare strategie di infiltrazione nei gruppi dell'eversione rossa. Invece era finito imputato nel processo per l'omicidio dell'anarchico Giuseppe Pinelli, morto precipitando da una stanza al quarto piano del palazzo della Questura milanese nel 1969. Il suo ufficio. I suoi lo stavano torchiando (illegalmente) per il terzo giorno di fila.

"Quella sera a Milano era caldo"

Pinelli non era uno dei tanti anarchici rastrellati dalla mobile di Milano in via Scaldasole all'indomani della strage di Piazza Fontana. Il manovale alla stazione di Porta Vittoria, era il leader del circolo Ponte della Ghisolfa e una vecchia conoscenza del commissario Calabresi. Era stato invitato ad andare in Questura con gli altri e lo aveva fatto seguendo la volante in sella alla sua moto. Dopo la strage alla banca dell'Agricoltura di Milano in cui erano morte 17 persone dilaniate da una valigetta al tritolo, il prefetto di Milano, Libero Mazza, aveva scritto al presidente del consiglio Mariano Rumor, per informarlo che la pista più attendibile era quella delle "frange anarchiche". L'ufficio politico era partito da lì, dal circolo Ponte della Ghisolfa.

"Brigadiere apra un po' la finestra"

L'anarchico ferroviere era un uomo dalla fibra forte e non era nuovo alle pressioni della polizia. Fu chiamato a fornire il suo alibi per il 12 dicembre, ma non solo, era stato chiamato a parlare del ruolo di Pietro Valpreda, ballerino e militante anarchico, fermato perché accusato da un tassista di essere l'uomo della valigetta al tritolo. Il suo interrogatorio durò oltre 72 ore, fino alla sera del 16, quando il suo fermo era scaduto già da un giorno. Secondo la versione ufficiale, rimase solo nella stanza con i brigadieri Panessa, Mainardi, Mucilli, Caracuta e l’ufficiale dei carabinieri Sabino Lo Grano, mentre il commissario Calabresi andava nell'ufficio del questore Guida a fargli firmare il verbale. Fu allora che, non si sa come, Pinelli precipitò dalla finestra volando per quattro piani e schiantandosi nel cortile del palazzo in via Fatebenefratelli. "Suicidio", giurarono i testimoni: "Improvvisamente – dissero – il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa, e si è lanciato nel vuoto".

La campagna contro il commissario

Quella morte non convinse nessuno, dall'ambiente della Sinistra extraparlamentare, infuocato dalla rabbia, all'opinione pubblica. ‘Lotta continua', il giornale della omonima formazione indicò il commissario come "il maggiore responsabile dell'assassinio di Pinelli". Suo era l'ufficio, sua l'indagine, sua la responsabilità dell'abuso di quell'interrogatorio andato oltre la scadenza del fermo. A ottobre 1970 si celebrò un primo processo per diffamazione a mezzo stampa intentato da Calabresi nei confronti di Pio Baldelli, di Lotta Continua, giudicato dal magistrato Carlo Biotti, che ordinò la riesumazione della salma di Pinelli. Il giudice fu prima ricusato, poi sospeso da ogni funzione, e infine accusato di rivelazione di segreti d'ufficio. Il procedimento fu sospeso per legittima suspicione. 

La lettera su ‘L'Espresso'

Il 13 giugno 1971, sul settimanale L'Espresso apparve una lettera sottoscritta da dieci firmatari a margine di un articolo di Camilla Cederna, intitolato Colpi di scena e colpi di karate. Il pezzo riprendeva l'ipotesi sostenuta da Lotta Continua – a sua volta maturata sulla base di alcune indiscrezioni riguardanti lo stato del corpo del povero Pinelli che la precipitazione fosse stata causata da un colpo di karate. La lettera, considerata un vero e proprio manifesto contro il commissario Calabresi, accusava alti dirigenti e magistrati di aver inquinato le indagini sulla morte del ferroviere e ne chiedeva la destituzione. Le settimane successive, il 20 e il 27 giugno, la lettera venne pubblicata di nuovo con l'aggiunta di centinaia di firme fino a raggiungere 757 adesioni. Il commissario fu sopraffatto di lettere di minacce, denunciò di essere pedinato, tuttavia nonostante l'evidente clima di linciaggio, non gli venne assegnata nessuna scorta.

Gli 800 firmatari

Tra i firmatati c'erano Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Dario Fo, Furio Colombo, Franca Rame, Bernardo Bertolucci, Dacia Maraini, Norberto Bobbio. Firmarono anche Giorgio Bocca, Natalia Ginzburg, Furio Colombo, Roberto D’Agostino e Margherita Hack. Così si leggeva nell'appello:

Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile… Noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione….Una ricusazione di coscienza – che non ha minor legittimità di quella di diritto – rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l'allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini.

In questo clima, una mattina di maggio del 1972 partirono i tre colpi di rivoltella che uccisero Calabresi. A casa, quella mattina, aveva lasciato sua moglie Gemma, incinta di un bimbo che sarebbe nato di lì a poco e i figli piccoli Mario e Paolo. Il giornale di Lotta Continua, rifiutò di titolare "Giustizia è fatta", come chiesto da alcuni. Intanto anche le indagini su Piazza Fontana cominciavano a seguire piste nere, scagionando le frange anarchiche. Pochi mesi dopo, Gemma Calabresi diede alla luce Luigi Calabresi jr.

Assassini e mandanti

Dopo la sua morte e dopo un processo di demonizzazione, la figura di Calabresi venne riabilitata anche agli occhi dell'opinione pubblica. Su chi aveva premuto il grilletto della rivoltella in via Chreubini, invece non si seppe nulla fino a quando, l'ex attivista di sinistra Leonardo Marino, non rese, nell'ambito di un accordo con i carabinieri. Nel 1988 raccontò di aver partecipato all'omicidio di Luigi Calabresi insieme a Ovidio Bompressi. Marino sarebbe stato alla guida dell'auto del commando, mentre Bombressi sarebbe stato colui che aveva sparato alle spalle al commissario. Un racconto pieno di contraddizioni e falle, che pure ha portato alla condanna dei due e a quella di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, allora leader di Lotta Continua, indicati come mandanti dell'assassinio. Sofri respingerà le accuse ammettendo solo la responsabilità morale di quel delitto. Stigmatizzerà anche la campagna mediatica contro il commissario, definita "un'infamia".

L'epilogo

Oggi Adriano Sofri ha scontato una condanna a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio di Luigi Calabresi. Ovidio Bompressi ha invece ottenuto la grazia. Dal carcere, Sofri ha sempre continuato la sua attività letteraria e giornalistica scrivendo sul quotidiano ‘La Repubblica', in virtù della sua personale amicizia con il fondatore Ezio Mauro. La collaborazione è finita nel 2015, quando alla direzione del giornale si è avvicendato a Ezio Mauro, Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi (e oggi marito di Caterina Ginzburg, nipote di quella Natalia che firmò l'appello contro suo padre, ndr).

Tutti gli imputati del processo Pinelli sono stati assolti. Luigi Calabresi è stato proclamato ‘Servo di Dio' dalla Chiesa cattolica: dopo la morte è iniziato un è un processo di beatificazione. Da assassino a martire. Si riabilita così la figura del commissario demonizzato durante gli anni della Strategia della Tensione che avrebbe dovuto condurre l'Italia al colpo di Stato. Anni durissimi che conteranno 2712 attentati, 351 morti, 768 feriti. Vent’anni dopo, ‘l’Europeo' intervisterà alcuni dei sottoscrittori della lettera su L'Espresso: nessuno se ne ricordava più.