Piazza Fontana, è un venerdì piovoso e gelido di quelli che annunciano il Natale milanese. Il calendario segna il 12 dicembre 1969, per strada si respira l'odore dolce delle caldarroste, l'aria è grigia di fumo, smog e nebbia e la musica degli zampognari rallegra il mercato del venerdì. Il sole sta tramontando e bisogna sbrigarsi a fare gli ultimi acquisti, le banche hanno chiuso alle 16 e 30. Solo Banca nazionale dell’Agricoltura, il palazzone che si erge proprio davanti l’Arcivescovado, resta aperta fino a tardi e, infatti, brulica di persone. Al centro della grande hall circolare, che gli impiegati chiamano ‘la rotonda', c'è un enorme tavolo ottagonale, al quale siedono una settantina di dipendenti e altrettanti clienti. Sono tutti affaccendati a concludere i loro affari. C'è anche un bambino di dodici anni, quel venerdì, Enrico Pizzamiglio, è entrato con sua sorella Patrizia, che ne ha 15 e deve per pagare una cambiale per conto dei genitori. Enrico non vede l’ora di uscire per andare a vedere i negozi. A uno degli sportelli del tavolo si siede un uomo con una borsa scura. Si trattiene qualche secondo e se ne va, ma senza la valigetta. Alle 16 e 37, un rumore squarcia il concitato vociare della sala, la terra trema.

‘A piazza Fontana è esplosa una caldaia’

Improvvisamente diventa buio, dal centro della rotonda, dal tavolo ottagonale, è partita una fiammata che ha scavato un buco sul pavimento ed è schizzata fino al soffitto. Il tavolo e tutti quelli che erano seduti intorno sono stati dilaniati. Lo spostamento d’aria rovente ha fatto esplodere i vetri delle finestre, degli sportelli e della cupola. Schegge, vetri e corpi sono volati all'esterno dell'edificio fino al ristorante ‘l’Angelo'. Un sottufficiale di pubblica sicurezza, che stava viaggiando a bordo di un autobus si lancia in banca, mentre per strada si diffonde la voce che nell'edificio è esplosa una caldaia. Alla sua vista appaiono persone senza braccia, senza gambe, uomini e donne massacrati e ustionati che strisciano sul pavimento, mani che si agitano, corpi per metà integri e per metà liquefatti. Tutto intorno è fuoco, lamenti e un odore acre di miccia incendiata e carne che brucia. Sette chilogrammi di gelignite compressi in una scatola di metallo insieme a un timer, infilati dentro a una valigia nera Mosbach & Gruber hanno appena cambiato la storia d’Italia.

Roma

Achille Serra, prefetto di Roma, fa mandare 100 ambulanze sul posto. I morti sono inizialmente 12 poi diventano 13 e infine 17. I feriti – tra cui Enrico, a cui hanno dovuto amputare una gamba – sono 86. Un’altra bomba è stata trovata inesplosa in un altro istituto di Milano, la Banca Commerciale di Piazza della Scala. Alle 16 e 25 un commesso nota qualcosa di strano. In un corridoio al pian terreno c’è una borsa, il giovane la raccoglie per portarla a un suo superiore, che la apre, ci trova del materiale esplosivo e un timer. Gli artificieri accorrono e la seppelliscono nel cortile dello stabile, dove dovrebbe rimanere in attesa ulteriori accertamenti: invece qualcuno decide di farla brillare. Alle 16 e 55, quando è già avvenuta la tragedia di piazza Fontana, nella Banca Nazionale del lavoro di via Veneto esplode un altro ordigno. Ci sono solo pochi impiegati che stanno ancora lavorando, non ci sono morti, ma 14 persone rimangono ferite. Alle 17 e 22, venti minuti dopo, a Roma scoppia una bomba sotto alla bandiera dell’Altare della Patria. I feriti sono 4. Passano altri 10 minuti e ne scoppia un’altra sui gradini che portano al Museo del Risorgimento, dove viene giù il soffitto dell’Ara Coeli, ma non ci sono feriti. Cinque bombe che scoppiano nello stesso giorno, in due città. In segno di rispetto per le vittime il ministro dell’interno Franco Restivo sospende i programmi politici per l’indomani, mentre la Rai annulla tutti i programmi di varietà in radio e tv. A parlare restano solo i mezzibusti del telegiornale:

Il fatto per la sua atrocità, per il numero di morti e feriti, è il più grave che abbia colpito Milano in tempi di pace.

L’addio

Il 15 dicembre una Milano in ginocchio, piegata dallo strazio e dall’incredulità, scende in piazza per salutare i caduti. A pochi giorni dal Natale, in una giornata fredda e nebbiosa, la città si ferma per congedarsi dai suoi cari, quelli che un attimo prima erano in giro a fare compere e un attimo dopo erano stesi su un tavolo di obitorio. Le auto si fermano e le persone scendono per salutare i caduti. I cuori si stringono in un solo lamento collettivo: ‘perché?'.

‘La luna è rossa, rossa di violenza’

Le indagini sono già partite ed è stato stanziato un premio di 50 milioni per chi dia notizie utili a rintracciare gli attentatori. Il prefetto odi Milano, Libero Mazza telegrafa al presidente del Consiglio dei ministri, Mariano Rumor: “L’ipotesi attendibile – scrive – indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi o comunque frange estremiste”. Nelle 24 ore successive alla strage la polizia ferma centinaia di persone afferenti ai gruppi dell’estrema sinistra, in particolare, le ricerche del questore di Milano, Marcello Guida, si orientano sul circolo del Ponte della Ghisolfa, in via Scaldasole.

Il ‘suicida’

Vicino a Porta ticinese una civetta della squadra politica – l’odierna Digos – diretta da Anotnino Allegra e un giovane commissario che si chiama Luigi Calabresi, porta via a grappoli potenziali sospettati. In motorino segue l’auto il capo del circolo, Giuseppe Pinelli, detto Pino, un ferroviere della stazione di Porta Vittoria, anche lui chiamato in questura. Il suo interrogatorio dura tre giorni: 72 ore di pressione ininterrotta nell’ufficio al quarto piano di via Fatebenefratelli. Il suo fermo scade nella notte tra il 15 e il 16 dicembre. Ventiquattrore dopo,nella stanza dove si trova con il commissario Calabresi ai brigadieri Panessa, Mainardi, Mucilli, Caracuta e all’ufficiale dei carabinieri Sabino Lo Grano, succede qualcosa. Ad un certo punto Calabresi esce dalla stanza per portare il verbale ad Allegra e un secondo dopo Pinelli vola dalla finestra. Muore all’ospedale in una stanza piantonata, senza che venga permesso di entrare neanche alla famiglia. ‘Suicidio’, dicono i testimoni, ma l’inchiesta del giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio ricostruisce i fatti in maniera diversa. Intorno al commissario Calabresi, additato in ambienti di sinistra come "il maggiore responsabile dell'assassinio di Pinelli", cresce un clima ostile. Muore nel 1972 durante un agguato ad opera di militanti di Lotta Continua.

‘Hanno trovato il colpevole'

È il 15 dicembre. Mentre Pinelli muore in Questura e il corteo funebre attraversa Milano, un uomo viene arrestato per la strage di Piazza Fontana: è Pietro Valpreda, un ballerino e attivista anarchico, dissociatosi dal circolo Bakunin e fondatore del nuovo circolo romano, il 22 marzo, un consesso più radicale del precedente. Fu riconosciuto da un tassista comunista, Cornelio Rolandi, che quel terribile giorno, alle 16 e 10 aveva caricato nella sua multipla Seicento un uomo in piazza Beccaria. Questi si era fatto portare alla banca dell’Agricoltura, in via santa Tecla, era sceso con una valigetta ed era tornato senza, chiedendo di farsi scortare in via Albricci, 500 metri più lontano. Intanto la banca saltava in aria. Guardando le foto dei compagni sospettati, Rolandi disse che quell’uomo poteva essere Valpreda. Gli somigliava, ma forse l'uomo con la valigia era un po’ più scavato. Dopo aver testimoniato Rolandi viene ripudiato dai compagni come traditore e spia. E mentre un giovane Bruno Vespa annuncia che il colpevole è stato trovato, ed è Pietro Valpreda, c’è un giornalista che dà puntualmente tutte le risposte, sempre sul pezzo: Giorgio Zicari, caposervizio al Corriere della Sera, è talmente bravo da arrivare addirittura prima degli inquirenti.

Il ‘bombarolo'

La verità sulla strage, però, non è affatto scritta. Nel 1971 dai magistrati di Treviso, Giancarlo Stiz e Pietro Calogero, si presenta un uomo, è un professore di Maserada sul Piave, si chiama Guido Lorenzon, vuole togliersi un peso dalla coscienza. Racconta al giudice di un amico, Giovanni Ventura editore di Castelfranco Veneto, fanatico di destra che pubblica libri di ispirazione nazista. Le posizioni politiche di Ventura sono esplicite, parla spesso della necessità di atti dimostrativi violenti per contrastare il dilagante potere della Sinistra. Discorsi accesi, farneticazioni, cose che si dicono, pensa il professore di Maserada sul Piave, ma poi vede in tv le immagini dei funerali. Dopo un po’ il collegamento con i racconti dell’amico è inevitabile. Si ricorda di come si fosse vantato, il libraio, di aver piazzato una bomba in un edificio pubblico a Milano, ordigno che però non era esploso e di come se ne fosse procurate delle altre, pagandole centomila lire l’una. Di come si fosse inserito in un’organizzazione che pianificava attentati, episodi destabilizzanti dell’ordine pubblico che avrebbero creato il clima per la svolta autoritaria che avrebbe portato il Paese al colpo di stato.

Le radici

Il racconto del professore viene considerato attendibile e compatibile con le indagini che nell’estate 1969, tre mesi prima dell’attentato, aveva fatto un giovane commissario, Pasquale Juliano. Le sue indagini avevano individuato una cellula nazifascista veneta che faceva capo a Franco Freda, titolare della libreria Ezzelino, a Padova, nella quale il gruppo si riuniva regolarmente. Freda era intercettato e sorvegliato insieme a Massimiliano Facchini, consigliere comunale del MSI di Padova, dagli uomini di Juliano, che pattugliavano costantemente la casa di Facchini a piazza Insurrezione. Un giorno dall’elegante stabile al numero 15 era uscito un ragazzo, gli agenti lo avevano perquisito e gli avevano trovato addosso una bomba e una pistola.

Jiuliano, il commissario che poteva impedire la strage

Ai poliziotti il ragazzo aveva detto che a dargli il pacchetto era stato un altro membro del gruppo che risultò essere un informatore del commissario Jiuliano, infiltrato nella cellula per carpirne segreti. Juliano venne sospettato di aver organizzato la messinscena per incastrare il gruppo e finì inghiottito dallo scandalo e sospeso dal servizio. Non erano in pochi a pensare fosse Juliano a essere caduto in una trappola ordita da Freda e dalla cellula per mandare all’aria le indagini e, infatti, venne interpellato un testimone in grado di chiarire i fatti. Si trattava di Alberto Muraro, ex carabiniere in servizio come portiere del palazzo di piazza Insurrezione. L’uomo testimoniò che non c’era stato nessun incontro con l’informatore della polizia, salvo poi ritrattare tutto poco dopo, fino alla convocazione in questura fissata per il 15 settembre 1969, che avrebbe dovuto chiarire i fatti. Il 13 settembre 1969, due giorni prima dell’interrogatorio, il portiere volò nella tromba delle scale dello stabile in piazza Insurrezione. ‘Suicidio’, scrisse il rapporto delle forze dell’ordine. Il commissario Jiuliano venne reintegrato, ma trasferito a Ruvo di Puglia.

‘Lisbona, Atene, ora Roma viene’

Il gruppo che ruotava intorno alla libreria Ezzelino non era l’unico a muoversi nell’ambito dei movimenti di destra in Veneto. C’era il fronte di Iunio Valerio Borghese che tenterà il colpo di stato nel dicembre 1970, Ordine nuovo, guidato da Pino Rauti (sciolto dallo Stato qualche anno più tardi, ndr.) e Avanguardia nazionale, guidato da Stefano delle Chiaie e nato da una branca di Ordine nuovo, a sua volta fuoriuscito dall’MSI. Era il sostrato culturale maturato dal convegno che si tenne all’Istituto di Studi Militari Alberto Pollio dei Principi di Roma nel maggio 1965, quello in cui si pianificò la Strategia della Tensione. Erano presenti ufficiali superiori delle forze armate, giornalisti e magistrati. C’erano anche Mario Merlino del 22 marzo, fascista infiltrato tra gli anarchici, Salvatore Sottosanti, Stefano delle Chiaie e Guido Giannettini. Erano tutti lì per mettere a punto le  strategie che avrebbero impedito la svolta a Sinistra. Il piano risiedeva nella cosiddetta Strategia della tensione, che consisteva nell’appiccare vari focolai di violenza allo scopo di giustificare il golpe. Una strada che seguiva quella di altre ex democrazie del Sud Mediterraneo, dove la svolta autoritaria si era realizzata con la dittatura di Francisco Franco, in Spagna, quella di António de Oliveira Salazar in Portogallo e dove la Grecia era stata scalata dall’oligarchia militare con il Golpe dei colonnelli.

L’inchiesta di Treviso

Torniamo a Freda e Ventura. Che cosa hanno i magistrati Gincarlo Stiz e Pietro Calogero, della Procura di Treviso, contro di loro? In una casa a Castelfranco Veneto, nel 1971, alcuni lavori di ristrutturazione portano alla luce un oscuro segreto. Dalla soffitta spunta un autentico arsenale militare, una santa barbara nascosta lì da chi sa quanto. Interrogato, l’inquilino, ammette di aver custodito quelle armi per conto di un tale: si chiama di Giovanni Ventura. Stiz e Calogero allargano l’indagine e acquisiscono una testimonianza molto importante, quella di Marco Pozzan, custode di un istituto per ciechi di Padova che racconta di come, nel 1969, nella sede dell’istituto si sarebbero organizzate riunioni operative per progettare attentati, tra cui anche quello di Piazza Fontana. L’uomo fa menzione di due persone venute da Roma per partecipare a quell’incontro: sono Pino Rauti e un giornalista che fa parte dei servizi, Guido Giannettini. Freda, Ventura e Rauti vengono arrestati. I magistrati di Treviso trasferiscono l’incartamento a Milano, per competenza territoriale. Si accerta all’epoca della strage Freda aveva ordinato in un negozio di elettronica di Bologna decine di interruttori al timer. Contestualmente, si scopre che a Padova, a pochi giorni dalla strage, un negoziante aveva segnalato l’acquisto di alcune borse identiche a quelle utilizzate per l’attentato. I magistrati di Milano intervenuti tre anni dopo, vengono a sapere che gli agenti dell’ufficio politico avevano già controllato la segnalazione.

La confessione e il processo milanese

Ventura inizia a parlare e ammette di aver fatto parte di una cellula eversiva che organizzava attentati. In una cassetta di sua proprietà gli inquirenti trovano l’elenco degli agenti dei servizi segreti americani presenti in Italia nel 1969 e altre diverse decine di fogli dattiloscritti. Ventura Dice di essere stato infiltrato da un uomo dei servizi segreti che chiamano agente Zeta. Questi viene indicato come il giornalista romano presente agli incontri nell’Istituto per ciechi di cui aveva parlato il Pozzan: si chiama Guido Giannettini, è un giornalista romano esperto di strategie militari, ha scritto ‘Le mani rosse nelle forze armate’, insieme a Pino Rauti di Ordine Nuovo. Guigo Giannettini fa parte del SID, il Servizio Informazione e Difesa? I magistrati lo chiedono al presidente del Consiglio. Giulio Andreotti ammette la presenza di due giornalisti dei Servizi: uno è Giorgio Zicari, il capocronista del Corriere della sera sempre sul pezzo, l’altro è Guido Giannettini.

Da Milano a Catanzaro

Nel 1973, quando è chiaro che l’inchiesta milanese sta arrivando a lui Giannettini va a Roma alla casa di produzione cinematografica Turris,diretta da quello che chiamano dottor Tonino. Il suo vero nome è invece Antonio Labruna, e non fa il produttore, ma il direttore del Nod, Nucleo Operativo Diretto. Giannettini viene fornito di documenti falsi e fatto espatriare a Parigi. Anche il custode dell’Istituto per ciechi Marco Pozzan passa dalla Turris e viene spedito in Spagna. La loro è una ‘esfiltrazione’ organizzata dai Servizi per proteggere il lavoro degli agenti quando vengono smascherati. A questo punto la Cassazione stabilisce che per motivi di legittimo sospetto il processo non debba più tenersi a Milano, ma lontano, a Catanzaro.

In aula

Nella Calabria che nulla sa dell’orrore di quella strage, comincia il processo. Sul banco degli imputati salgono 32 persone: gli estremisti Freda e Ventura, il custode Pozzan, il giornalista Giannettini, il direttore del SID Giandelio Manetti, il capo del Nod, Antonio Labruna, il maresciallo Gaetano Tanzilli. Ci sono anche Pietro Valpreda e quelli del Circolo 22 marzo e Mario Merlini, anarchico legato a Stefano delle Chiaie. Sul ruolo dei Servizi vengono chiamati a testimoniare anche l'ex primo ministro Mariano Rumor, Giulio Andreotti e Giuseppe Tanassi. In primo grado vengono condannati dalla corte di Catanzaro, Freda, Giannettini e Ventura. Maletti e Labruna vengono condannati per le esfiltrazioni e il maresciallo Tanzilli per falsa testimonianza. Valpreda e Merlino, invece, vengono assolti. La sentenza di appello rovescia il tavolo: assolti tutti per insufficienza di prove. Freda e Ventura vengono condannati per altri attentati. Le posizioni dei ministri vengono archiviate. Nel 1982, la Cassazione cambia tutto un’altra volta: annulla sentenza precedente e rinvia tutti a giudizio tranne Giannettini. A Bari viene confermata l’assoluzione per tutti gli imputati tranne che per Labruna e Maletti. Nel  1987 la Cassazione conferma. Ci sono altri due processi a carico di della Chiaie e Facchini: assolti anche loro. Al settimo processo la strage ancora non ha un colpevole.

Chi è stato

Nell'ambito delle indagini del giudice Guido Salvini, l'ultimo in ordine di tempo a giudicare i fatti di piazza Fontana, qualcuno inizia a parlare: è Vincenzo Vinciguerra, neofascista di Ordine nuovo, condannato all’ergastolo per la strage di Peteano (Gorizia, 1972). Parla della strategia della tensione, del ruolo di Gladio, l’organizzazione paramilitare controllata dal CIA per impedire, con atti di depistaggio e guerriglia, l’avanzata dell’Unione sovietica nell’Europa dell’ovest. Parlano di strategia della tensione anche Carlo Digilio, informatore dei servizi segreti americani, Edgardo Bonari che accusa il mestrino Delfo Zorzi di aver messo la bomba a Milano con la complicità di Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. I tre vengono processati e condannati all’ergastolo. La sentenza di primo grado stabilisce che la strage è nata nella strategia della tensione che ha goduto dei depistaggi dei servizi i italiani e americani infiltrati in Ordine Nuovo. Per la nona volta cambia tutto: assolti. Per la corte la matrice è di destra e va attribuita a Ordine nuovo. Freda e Ventura sarebbero i responsabili, ma essendo stati assolti non possono essere processati due volte. Le parti civili vengono condannate al pagamento delle spese processuali.

Giulio Andreotti al processo di Catanzaro
in foto: Giulio Andreotti al processo di Catanzaro

Le vittime della Strage di Piazza Fontana

Giovanni Arnoldi
Giulio China
Eugenio Corsini
Pietro Dendena
Carlo Gaiani
Calogero Galatioto
Carlo Garavaglia
Paolo Gerli
Luigi Meloni
Vittorio Mocchi
Gerolamo Papetti
Mario Pasi
Carlo Perego
Oreste Sangalli
Angelo Scaglia
Carlo Silva
Attilio Valè