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28 Settembre 2026
19:35

Dobbiamo imparare ad abituarci agli squali nei nostri mari?

Mako, verdesche e altri squali vengono avvistati sempre più spesso nei nostri mari. Ma dietro l'aumento degli avvistamenti non c’è alcun aumento delle popolazioni, che sono in costante declino. Tra social, smartphone e attenzione mediatica, dobbiamo soprattutto imparare a considerarli parte del nostro mare.

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Lo squalo mako (Isurus oxyrinchus) è stato protagonista di diversi avvistamenti nelle acqua italiane negli ultimi mesi

Uno squalo mako di circa 2,5 metri è stato pescato ieri al largo di Livorno, alle Secche della Meloria. L'animale, una femmina del peso stimato di oltre 100 chili, è rimasto all'amo di un pescatore sportivo per circa un'ora prima di riuscire a liberarsi da solo, tranciando la lenza. Questo è solo l'ultimo di una serie di avvistamenti che negli ultimi anni hanno riportato gli squali al centro dell'attenzione qui in Italia.

Ci sono stati altri mako osservati al largo della Puglia e della Sardegna, verdesche anche molto vicine alla costa un po' in tutta la Penisola, squali volpe finiti nelle reti da pesca e, dopo tanti anni di assenza, anche le immagini di uno squalo bianco che nuota nel Canale di Sicilia. Di fronte a questa lunga serie di avvistamenti e segnalazioni è quindi naturale chiedersi: gli squali stanno aumentando nei nostri mari?

La risposta, però, è molto più complessa di quanto possano suggerire le foto e i video che vediamo sempre più spesso sui social media, in TV e sui giornali.

Gli squali nei mari italiani non stanno aumentando

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La verdesca (Prionace glauca) è una delle specie più avvistate in Italia, anche vicino alla costa

I dati e le evidenze disponibili oggi raccontano infatti una storia molto diversa da quella suggerita dalla crescente quantità di immagini di squali che nuotano nelle acque italiane. Nel Mediterraneo le popolazioni di squali e razze, infatti, sono state duramente colpite per decenni dalla pesca eccessiva, soprattutto dalle catture accidentali, il cosiddetto bycatch, ovvero quando un animale finisce per sbaglio nelle reti o negli ami pur non essendo la specie target cercata dai pescatori.

Un'ampia e importante valutazione dell'IUCN – l'Unione Mondiale per la Conservazione della Natura – ha stimato che almeno il 53% delle specie di squali, razze e chimere presenti nel Mediterraneo è in declino e a rischio di estinzione e alcune si sono anche estinte localmente in specifici tratti di mare sovrasfruttati, come nell'Adriatico. Delle 71 specie segnalate nel Mare Nostrum, ben 30 (il 42%) sono inserite in categorie di minaccia della Lista Rossa, mentre per 18 non ci sono dati a sufficienza per stabilire neppure se sono a rischio oppure no.

Ancora più impressionanti sono i numeri che riguardano le grandi specie pelagiche, cioè quelle che trascorrono gran parte della loro vita in mare aperto e che tutti associamo all'immagine stereotipata dello squalo. Uno studio sulle popolazioni storiche del Mediterraneo ha stimato cali compresi tra il 96 e il 99,99% per alcune specie, tra cui verdesca, mako, smeriglio e squali martello. A livello globale, invece, le popolazioni di squali e razze sono complessivamente diminuite in media del 71% dal 1970 a oggi.

Il quadro complessivo, quindi, non è quello di un Mediterraneo nuovamente pieno di squali. Al contrario, molti di questi predatori fondamentali per la salute del mare e degli ecosistemi, sono purtroppo ancora lontanissimi dai numeri che si registravano in passato e non mostrano alcun segnale di ripresa.

Perché allora li vediamo sempre più spesso?

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La maggior parte degli esperti concorda sul fatto che siano aumentate le osservazioni documentate, non gli squali. Soprattutto grazie a smartphone e sociale media

Una parte importante della risposta riguarda il modo in cui frequentiamo e, soprattutto, osserviamo il mare. Come aveva già spiegato a Fanpage.it anche Alessandro De Maddalena, uno dei massimi esperti di squali a livello internazionale, non sono aumentati gli squali, ma le nostre possibilità di vederli e documentarli. Oggi praticamente chiunque vada in mare ha con sé uno smartphone, così come sono sempre più accessibili e diffusi droni, action cam e fotocamere subacquee.

La stragrande maggioranza degli esperti concorda quindi sul fatto che, molto banalmente, in passato gli avvistamenti non potevano essere immortalati così facilmente e non ricevevano perciò tutta l'attenzione e la diffusione mediatica che ricevono oggi. A questo si aggiungono poi i social network, che trasformano in pochi minuti un avvistamento locale in una notizia potenzialmente virale e che raggiunge centinaia di migliaia di persone. Inoltre, le dinamiche dei social incoraggiano gli utenti a pubblicare le immagini di questi animali.

E non è solo una questione di percezione. Uno studio condotto proprio in Italia ha raccolto attraverso i social 146 segnalazioni relative a 158 verdesche tra il 2011 e il 2020, mostrando anche un aumento dei record provenienti da Facebook e Instagram in parallelo alla crescita degli utenti dei social. Questa forma di raccolta dati viene chiamata citizen science, ovvero una parte della ricerca scientifica alla quale contribuiscono anche persone che non sono ricercatori professionisti, attraverso fotografie, video, segnalazioni e osservazioni.

Negli anni sono infatti nati numerose piattaforme e progetti di "scienza partecipata" dedicati al mare e agli squali, che hanno contribuito a raccogliere molti più dati che altrimenti sarebbero andati persi. Allo stesso tempo, però, hanno anche incoraggiato pescatori, diportisti e più in generale i frequentatori del mare a segnalare le loro osservazioni. In altre parole, oggi abbiamo molti più occhi (e obiettivi fotografici) puntati sul mare.

Il nostro mare sta comunque cambiando velocemente

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Uno squalo bianco (Carcharodon carcharias), da sempre presente nelle acque italiane e filmato recentemente nel Canale di Sicilia dopo anni di assenza di avvistamenti

Questo non significa però che tutti gli avvistamenti siano spiegabili soltanto con smartphone e social. Il bacino del Mediterraneo sta cambiando profondamente e alcune trasformazioni ambientali possono modificare anche la distribuzione e il comportamento degli animali. La più importante di tutte è il surriscaldamento del mare. Si parla ormai da anni di tropicalizzazione del Mediterraneo, con temperature medie in costante aumento e che stanno favorendo l'arrivo e lo spostamento verso nord di diverse specie.

Gli effetti della crisi climatica non stanno favorendo un aumento degli squali, ma possono comunque influenzare movimenti, migrazioni, la stagionalità degli spostamenti o le aree in cui questi predatori cercano le prede. Alcune specie potrebbero quindi comparire più spesso in luoghi o in periodi nei quali erano meno frequenti in passato.

Anche la distribuzione delle prede può avere un ruolo. Pesci, cefalopodi e altri animali marini rispondono a loro volta alla temperatura dell'acqua che aumenta, alla pressione della pesca e agli altri cambiamenti ambientali. Un predatore potrebbe seguire le proprie prede e arrivare occasionalmente più vicino alla costa, anche in prossimità di porti o aree molto frequentate. Si tratta di dinamiche ecologiche estremamente complesse e ancora in fase di studio e perciò non permettono, oggi, di concludere che gli squali stiano cambiando abitudini e comportamento.

Dovremmo quindi abituarci agli squali?

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Gli squali, come questo squalo volpe (Alopias vulpinus), ci sono sempre stati nel Mediterraneo e non stanno aumentando

Forse sì, ma in un senso molto diverso da quello che suggeriscono le foto e i video sui social. Dovremmo innanzitutto abituarci all'idea che gli squali fanno parte della fauna dei nostri mari e che ci sono sempre stati. Nel Mediterraneo sono state documentate 51 specie diverse di squali, dalla comune verdesca o squalo azzurro al mako, fino all'ormai rarissimo squalo bianco. Il fatto che oggi possiamo vedere più facilmente le immagini di questi predatori non significa quindi che siano comparsi dal nulla o che il mare ne sia improvvisamente pieno.

E soprattutto non significa che le loro popolazioni siano in aumento o in buona salute. Anzi, la contraddizione è proprio questa: mentre gli avvistamenti diventano sempre più frequenti sui social, in TV e su tutti i principali media, le popolazioni di squali continuano a essere in forte difficoltà. Per questo sarebbe forse più corretto abituarsi non tanto a una presunta invasione di squali, quanto alla loro presenza. Imparare semplicemente a considerarli una componente normale dei nostri ecosistemi marini, anche quando non li vediamo.

Perché i mari italiani non sono mai stati mari senza squali. Banalmente, per la maggior parte del tempo loro erano lì senza che noi ce ne accorgessimo. E allora normalizziamo il fatto che in mare ci siano squali e abituiamoci – con tutta probabilità – a vedere sempre più spesso foto e video di questi affascinanti e preziosi predatori. Senza però creare allarmismi.

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