Sono passati 40 anni e gli incubi di Dylan Dog ci fanno ancora paura
È il 26 settembre 1986. In edicola è disponibile l’albo numero uno di Dylan Dog, L’alba dei morti viventi. Nonostante le previsioni poco incoraggianti, l’indagatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi diventa un rapido successo. Quarant’anni dopo, Dylan Dog è entrato a pieno titolo nell’immaginario pop italiano: basta una camicia rossa, una giacca nera e un paio di jeans per riconoscerlo, così come è sufficiente urlare un Giuda ballerino! per evocare il suo umorismo. Il successo di Dylan Dog ha contribuito a cambiare il fumetto italiano, all’epoca popolato da cowboy, ladri e archeologi, portando nelle edicole un immaginario che mescolava paura, ironia e critica sociale. Il tutto arricchito da citazioni e riferimenti alla letteratura, al cinema, alla musica. La sua popolarità ha inoltre dimostrato che il fumetto popolare poteva rivolgersi a un pubblico trasversale, affrontando temi complessi senza rinunciare al coinvolgimento. Un risultato che, a quarant'anni dalla sua nascita, continua a rendere l'Old Boy di Craven Road 7 un caso editoriale e culturale difficile da replicare.
Quando Sclavi propone Dylan Dog a Sergio Bonelli nel 1985, l'Italia ha già una certa familiarità con l’horror. Il cinema di genere viene da una stagione particolarmente fertile, grazie a registi come Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci. Un contesto fertile per accogliere un nuovo immaginario horror, questa volta a fumetti. L'idea iniziale per Dylan Dog è quella di una storia horror con protagonista un detective solitario, ambientata a New York. Poi però il progetto cambia direzione: la storia si sposta a Londra, ritenuta più adatta alle atmosfere horror per le sue tradizioni culturali. Accanto al protagonista, una spalla inaspettatamente comica per il contesto: Groucho, ispirato al celebre attore americano Groucho Marx, che rompe continuamente la tensione – e la quarta parete – con battute e giochi di parole. Anche il volto di Dylan Dog ha un'origine cinematografica. Sclavi rimane colpito dall'attore Rupert Everett dopo averlo visto in Another Country – La scelta e chiede al disegnatore Claudio Villa di prenderlo come riferimento. Il risultato è un personaggio lontano dagli eroi indomiti e infallibili: Dylan Dog è malinconico, sentimentale, ironico, a volte persino goffo. Si innamora, soffre, si interroga sul senso della vita e non sempre riesce a salvare chi vorrebbe.
Un eroe imperfetto, ma proprio per questo capace di addentrarsi nelle complessità delle persone. Ossessioni, desideri irrealizzati e solitudine: le creature che popolano le storie di Dylan Dog diventano spesso metafore delle deformazioni della società. Il soprannaturale è invece uno strumento per affrontare questioni estremamente concrete, perché l'orrore si nasconde anche nelle persone comuni, nelle istituzioni e nei comportamenti di una società iniqua e cinica. Tra i tanti esempi da fare, vale la pena citare Johnny Freak, albo del 1993 tra i più apprezzati della serie, in cui la vicenda di un ragazzo mutilato, segregato e sfruttato ribalta completamente il concetto di mostruosità. Una sensibilità che attraversa molte storie di Sclavi e che contribuisce a rendere Dylan Dog qualcosa di più di un fumetto horror. In questo senso, il fumetto di Bonelli appartiene a una tradizione culturale che utilizza il fantastico per raccontare il reale. Come nella letteratura gotica, nel cinema di George A. Romero o nelle atmosfere di David Lynch, l'elemento perturbante serve a mettere in discussione ciò che è considerato normale.
Un fumetto che dialoga con gli altri media
Uno degli aspetti più interessanti di Dylan Dog è il suo rapporto con le altre forme d'arte. Le sue storie sono attraversate da citazioni cinematografiche, letterarie, musicali e filosofiche. Il cinema horror classico e d'autore, la letteratura fantastica, il surrealismo, la cultura rock convivono in un universo narrativo che non ha mai avuto paura di contaminarsi. Sclavi ha costruito un linguaggio fatto di citazioni, omaggi, parodie e riflessioni metanarrative. Non è un rapporto a senso unico. Negli anni Dylan Dog si è diffuso anche in altri immaginari mediali. Citiamo i videogiochi sviluppati da Simulmondo, storica software house bolognese che tra le sue icone virtuali può annoverare l’indagatore dell’incubo. L'esperienza con Simulmondo non è stata neppure il primo tentativo: già nel 1988, Infomaster Italia aveva sviluppato Le notti della luna piena, un'avventura testuale per Commodore 64 pubblicata da Systems Editoriale.
Anche il rapporto con il cinema ha una storia particolare. Nel 1994 è arrivato nelle sale Dellamorte Dellamore, diretto da Michele Soavi e interpretato proprio da Rupert Everett. Il film, tratto dall'omonimo romanzo di Sclavi pubblicato nel 1991, non è un adattamento di Dylan Dog, ma il legame tra le due opere è evidente: Francesco Dellamorte è una sorta di antenato letterario dell'indagatore dell'incubo, mentre il volto dell'attore britannico richiama inevitabilmente quello del personaggio a fumetti. Un adattamento cinematografico vero e proprio è arrivato invece nel 2011 con Dylan Dog – Il film, diretto da Kevin Munroe e interpretato da Brandon Routh. Una rilettura americana che si discosta sensibilmente dall'atmosfera del fumetto originale. Dylan Dog è riuscito a ispirare anche produzioni indipendenti, nate direttamente dalla passione dei suoi lettori. È il caso di Vittima degli eventi, film del 2014 diretto da Claudio Di Biagio e sceneggiato da Luca Vecchi. Il progetto è stato finanziato attraverso il crowdfunding, e ha coinvolto anche attori come Alessandro Haber e Milena Vukotic. Ambientata a Roma, la pellicola rappresenta un esempio di come una community di appassionati possa trasformare il proprio amore per un fumetto in un progetto cinematografico.
Infine, il teatro. In occasione del quarantennale, il 28 ottobre 2026 ha debuttato al Teatro Eliseo di Roma Dylan Dog Horror Show, diretto da Valter Malosti e scritto da Tiziano Sclavi e Nicola Russo. Durante questi quarant’anni, Dylan Dog ha dimostrato di poter vivere anche al di fuori delle pagine che lo hanno reso celebre, grazie alla forza di un immaginario capace di attraversare linguaggi e generazioni diverse. Un'eredità ancora viva, che ci ricorda quanto, a volte, sia un bene non risvegliarsi dagli incubi.