Sub morti alle Maldive, i pericoli dell’overhead environment nelle grotte tra buio e disorientamento

Nei manuali italiani di subacquea e in contesti didattici, gli istruttori lo chiamano “ambiente sovrastante chiuso” o “ambiente con soffitto”. Talvolta ci si riferisce ad esso con la terminologia inglese: overhead environment. Si tratta, in parole semplici, di un qualsiasi ambiente in cui un ostacolo fisico impedisce la risalita diretta e verticale verso la superficie. Può essere sia naturale sia artificiale, come il relitto di una nave, un lago coperto dal ghiaccio, il passaggio sotto una roccia, una miniera o una grotta. Il sistema di cunicoli e grotte sommersi di Devana Kandu, al largo dell'isola di Alimatha (atollo di Vaavu, Maldive), dove hanno perso la vita i cinque esperti sub italiani Monica Montefalcone, sua figlia Giorgia Sommacal, Gianluca Benedetti, Muriel Oddenino e Federico Gualtieri, ne è un esempio perfetto.
L'overhead environment è un contesto complicato e sfidante “che ha la reputazione di essere pericoloso” per i sub, come spiegato dalla prestigiosa Scuba Schools International (SSI), una delle più grandi agenzie mondiali per la subacquea (insieme a PADI e NAUI). L'attrezzatura giusta, la formazione adeguata e la corretta mentalità, evidenziano gli esperti, sono fondamentali per affrontare le immersioni in simili luoghi, alla luce del fatto che qualunque emergenza, difficoltà o imprevisto può trasformarsi in tragedia. In caso di panico o guasti all'attrezzatura, ad esempio, non si può semplicemente risalire. E il tutto è ulteriormente complicato se l'ambiente si trova a grandi profondità, dove il consumo di aria aumenta sensibilmente e aumenta anche il rischio di narcosi da azoto (che fa perdere la lucidità). Non a caso per il cave diving è richiesto un addestramento tecnico avanzato e si fa normalmente uso di attrezzatura ridondante (più torce, erogatori, ecc.) per poter ovviare rapidamente ad attrezzi difettosi. Perché qualunque problema deve essere gestito sul posto.
SSI spiega che la prima cosa che cambia all'interno di una grotta è la luce. “Dopo aver varcato l'ingresso, che sia una dolina, un cenote, una falda acquifera o un tunnel, ci si lascia lentamente alle spalle la luce naturale per entrare in un mondo illuminato solo dalla torcia”, evidenzia SSI. “Non è buio pesto se si è preparati, ma è un'oscurità diversa da quella delle acque aperte. Questo è noto come overhead environment. Non c'è risalita diretta. Non si può semplicemente nuotare fino alla superficie se qualcosa va storto. Questo cambia il modo di immergersi, pianificare, muoversi e pensare. Ogni cosa è deliberata.”
I potenziali pericoli all'interno di questi ambienti sono molteplici. Tra i principali vi è il sedimento, che può essere facilmente sollevato dalle correnti o dal pinneggiamento dei subacquei. Anche per questo i sub che intendono fare immersioni in grotta vengono addestrati a nuotare in un determinato modo, usando tecniche note come frog kick, helicopter turn e simili, per non toccare fondo e pareti. In alcuni casi, l'acqua cristallina può trasformarsi rapidamente in un vero e proprio muro che rende impossibile vedere davanti a sé. Nei relitti i rischi sono amplificati dal fatto che le bolle dei subacquei possono far cadere la ruggine dai soffitti e innescare un effetto “palla di neve”. Ciò impedisce di ritrovare a vista la via d'uscita. Anche per questo è così importante piazzare correttamente una linea guida, il cosiddetto “filo di Arianna” che conduce all'ingresso.
Un ulteriore rischio delle immersioni in grotta è rappresentato dall'effetto Venturi, fondamentalmente una forte corrente in grado di risucchiare e trascinare i subacquei. Questa ipotesi è stata avanzata anche per i cinque sub italiani morti alle Maldive, tuttavia avrebbe perso consistenza dopo le immersioni di Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, i sub finlandesi di Divers Alert Network (DAN) Europe che hanno recuperato i corpi all'interno di Devana Kandu. Non hanno riscontrato correnti tali da innescare un simile fenomeno. Come raccontato in un'intervista a Repubblica da Laura Marroni, CEO di DAN, nella seconda grotta del sistema si trova un grande cumulo di sabbia alto una decina di metri che potrebbe aver ingannato i nostri connazionali. Potrebbe averli spinti a prendere un vicolo cieco anziché l'uscita, condannandoli così a restare intrappolati sino all'esaurimento dell'aria. L'ingresso nei passaggi sbagliati dovuto al disorientamento è uno dei rischi principali dell'overhead environment.
Oggi i sub finlandesi di DAN Europe hanno recuperato il materiale che avevano lasciato lungo il percorso e utilizzato per la ricerca e il trasporto dei corpi degli italiani, deceduti durante la tragica immersione del 14 maggio. Ciò ha posto fine alla fase più intensa ed emotiva di questa vicenda, resa ancor più dolorosa dalla morte del sergente maggiore maldiviano Mohammed Mahdi a causa della malattia da decompressione, ma ci sono ancora molte domande a cui le indagini dovranno dare una risposta. Al di là delle questioni legate a permessi e attrezzatura, che verranno appunto dettagliate in sede di indagine, non sappiamo ancora perché sono morti. Indizi importanti potrebbe arrivare dalle immagini delle GoPro recuperate dalla grotta. Ciò che è certo è che l'overhead environment ha giocato un ruolo fondamentale in questa tragedia.