Cos’è la malattia da decompressione, tra i principali pericoli per i sub che si immergono in profondità

La malattia da decompressione (MDD) è una delle principali minacce per chi fa immersioni in profondità – ma non solo – a causa della formazione di bolle di azoto nel sangue e nei tessuti, legata ai cambiamenti di pressione. In genere, quando ci si riferisce a questa condizione, si pensa che il fattore scatenante possa essere una salita troppo rapida, ad esempio senza rispettare i tempi e le soste previsti per il ritorno in superficie. Non a caso la MDD è una patologia che colpisce anche i cetacei (in particolar modo gli zifidi, campioni di immersioni) quando risalgono troppo velocemente, magari perché spaventati dai sonar di una nave o da un predatore. Ma la velocità di risalita inidonea non è l'unico fattore coinvolto nell'innesco della malattia da decompressione: non a caso in letteratura scientifica sono ampiamente noti casi di sub colpiti pur avendo rispettato rigidamente le indicazioni, come la curva di sicurezza e le soste. Ciò che è certo è che il rischio di MDD aumenta proporzionalmente alla profondità raggiunta dal subacqueo e al tempo di immersione. Anche temperatura dell'acqua (più fredda), allenamento e condizioni fisiche sono influenti, così come la tipologia di immersione che si esegue. Ad esempio, l'esplorazione di un complesso sistema di grotte sommerse a grandi profondità può esacerbare il rischio.
La ragione risiede nel fatto che più si scende di profondità, maggiore è la pressione a cui si è esposti (1 atmosfera ogni 10 metri circa). All'aumentare della pressione, l'aria si comprime ed è per questo che a ogni respiro, come spiegato dagli autorevoli Manuali MSD per operatori sanitari, si introducono più molecole che in superficie. Mentre l'ossigeno extra tende a non accumularsi per via del fatto che viene costantemente utilizzato dall'organismo, l'altro principale composto dell'aria – l'azoto – si accumula nel sangue e nei tessuti. Poiché l'azoto accumulato non può essere espirato immediatamente, quando si risale da un'immersione tende a formare bolle. La loro espansione può ostruire vasi, dar vita a trombi, danneggiare vasi sanguigni e organi, con effetti potenzialmente letali. Se si rispettano tempi di risalita e soste, la formazione e la dissoluzione delle bolle di azoto non è – generalmente – traumatica per l'organismo, tuttavia nelle condizioni in cui sono molte e grandi che non si dissolvono rapidamente, esse possono superare i capillari polmonari e tornare indietro al cuore, per poi distribuirsi anche altrove e innescare i danni. “Il blocco dei vasi sanguigni provoca dolore e diversi altri sintomi, ad esempio simili a quelli di un ictus (come debolezza improvvisa in un lato del corpo, difficoltà di linguaggio, capogiri), o persino sintomi simil-influenzali. Le bolle di azoto provocano anche infiammazione, con gonfiore e dolore a carico di muscoli, articolazioni e tendini”, spiegano i Manuali MSD. Nei casi più gravi di malattia da decompressione, quella di tipo 2, i sintomi possono portare a dolore toracico, difficoltà respiratorie sempre più serie fino a collasso e morte.
Oltre alla rapidità della salita, altri fattori in grado di esacerbare il rischio di MDD sono disidratazione, età, acqua fredda, sforzo fisico, maggiore profondità delle immersioni, determinati effetti cardiaci come “il forame ovale pervio o il difetto del setto interatriale” e altro ancora. Le grotte sommerse a grandi profondità possono rappresentare un pericolo aggiuntivo perché, a causa della posizione e distribuzione dei cunicoli, potrebbero richiedere al sub di cambiare continuamente il livello di pressione, con un pericoloso saliscendi per la pressione. La dinamica dell’esplorazione in grotta può generare condizioni fisiologiche sensibilmente più rischiose rispetto a un’immersione in mare aperto, ecco perché per frequentarle, soprattutto oltre una certa profondità, sono fondamentali preparazione ed esperienza certificata. Il saliscendi può favorire la comparsa di microbolle di azoto instabili potenzialmente in grado di aumentare il rischio di MDD. All'interno delle grotte, inoltre, i sub tendono a pinneggiare più spesso, possono avere a che fare con correnti rapide che aumentano lo sforzo fisico (tenendo presente anche la pesantezza dell'attrezzatura), con contestuale aumento della perfusione dei tessuti e assorbimento dell'azoto.
Stando al quotidiano locale Mihaaru, le immersioni ricreative alle Maldive sono autorizzate fino a 30 metri di profondità. I cinque sub italiani che hanno perso la vita nei fondali dell'isola di Alimathà sarebbero rimasti intrappolati in un complesso di grotte a una sessantina di metri sotto la superficie, anche per questo le indagini si stanno concentrando su permessi e procedure accordati. Ciò che è certo è che i cinque connazionali erano tutti esperti e con una significativa esperienza nelle immersioni, tra istruttori subacquei e ricercatori nel campo della biologia marina. Al momento non si sa cosa è accaduto loro; l'unica certezza è che è stato recuperato un solo corpo, quello del capobarca istruttore Gianluca Benedetti, mentre quelli di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino e Federico Gualtieri sono ancora nelle grotte.
Fino ad ora i sommozzatori delle squadre di recupero hanno esplorato le prime due caverne del sistema sommerso; si ipotizza che i corpi dei quattro possano essere nella terza. Le ricerche sono riprese oggi sabato 16 maggio dopo la sospensione di un giorno a causa del maltempo. Sono state avanzate varie ipotesi su ciò che possa essere accaduto ai sub, dall'iperossia alla narcosi da azoto, passando per la sopracitata malattia da decompressione. Ma al di là delle patologie, non si esclude un incidente legato alle correnti o semplicemente al fatto di essersi persi all'interno dei cunicoli, condizione che può aver innescato il panico e aumentato i rischi di MDD o altre condizioni. Esperti di subacquea hanno affermato che a quelle profondità e all'interno di una grotta, i potenziali problemi a una persona possono poi avere effetti a cascata su tutto il gruppo.