Diciamoci la verità, in fin dei conti i discorsi di insediamento o di inizio legislatura si somigliano tutti: un lungo elenco delle cose da fare, i ringraziamenti di rito, le buone intenzioni e tanta retorica. Da questo punto di vista, anche il lunghissimo discorso letto in Aula dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha fatto eccezione, confermando l’approccio “onnicomprensivo” tanto caro a Renzi e Berlusconi. Nell’Aula del Senato, infatti, il capo del governo ha elencato i problemi che intende affrontare e le misure più urgenti da approvare, toccando diverse questioni e tralasciandone alcune, in un discorso che è durato circa 75 minuti e che per larga parte è stato incentrato sul contratto di governo, il documento su cui si basa l’alleanza post elettorale fra Lega e Movimento 5 Stelle.

Il discorso di Conte, però, ci dice anche molto di ciò che ci aspetta nei prossimi mesi e rende chiara ed evidente una vera e propria anomalia: la preminenza di un patto sottoscritto dai leader dei due partiti di maggioranza sull'autonomia decisionale e programmatica del Consiglio dei ministri, la scelta di delimitare i margini di azione del governo vincolandoli a un contratto, sintesi dei programmi elettorali di due forze presentatesi ai cittadini su fronti opposti. Conte stesso spiega di ritenersi un esecutore di accordi presi in altre sedi, ma è singolare come consideri la gazebata della Lega e la votazione su Rousseau come "legittimazione democratica" di un contratto sottoscritto da soggetti privati per nome e per conto dei partiti azionisti unici della maggioranza:

Oggi ci presentiamo a voi per chiedere la fiducia, a favore non solo di una squadra di Governo, ma anche di un progetto: un progetto per il cambiamento dell'Italia; un progetto che è stato formalizzato sotto forma di contratto dalle due forze politiche che formano la maggioranza parlamentare; composto a partire dai programmi elettorali presentati alle elezioni e votati dalla maggioranza degli italiani, nonché ulteriormente legittimato dalle votazioni a cui le due forze politiche hanno chiamato i rispettivi iscritti e sostenitori.

Il programma di Governo, i cui contenuti anche chi vi parla ha condiviso, sia pure in forma discreta, sin dalla fase della sua elaborazione, è quindi forte di una duplice legittimazione, formale e sostanziale. […]

Qualcuno ha considerato queste novità in termini di netta cesura con le prassi istituzionali che sin qui hanno accompagnato la storia repubblicana: quasi un attentato alle convenzioni non scritte che hanno caratterizzato l'ordinario percorso istituzionale del nostro Paese. Tutto vero. Dirò di più: non credo si tratti di una semplice novità. La verità è che abbiamo apportato un cambiamento radicale del quale siamo orgogliosi

Cosa accadrà quando le circostanze richiederanno di andare oltre il contratto? Cosa accadrà quando sorgeranno ostacoli insormontabili all'attuazione di alcuni provvedimenti? Quali saranno davvero i luoghi in cui verranno prese le decisioni? Stiamo davvero assistendo a uno svuotamento di senso delle istituzioni, private della loro autonomia e legittimità decisionale? E la perdita di centralità del Parlamento è davvero una novità di questo nuovo corso? Il "cambiamento" travolgerà anche gli strumenti cardine della democrazia rappresentativa e le garanzie minime di indipendenza dei rappresentati del popolo? Cosa intende fare Conte per preservare il prestigio della sua carica ed evitare di essere fagocitato dagli unici leader in campo, azionisti unici della maggioranza e titolari di un ampio consenso personale?

A queste domande Conte ha sostanzialmente risposto utilizzando la retorica del cambiamento, del semplice cittadino cui viene chiesto di dare una mano, dell'avvocato del popolo e della discontinuità con le forme del passato. Alle preoccupazioni circa la tenuta istituzionale del Paese, insomma, Conte ha contrapposto una retorica della rivoluzione in atto, che vuole cambiare le forme e i modi della politica, trovare una nuova legittimazione popolare, portando i processi decisionali alla luce del sole, fuori dalle stanze dei palazzi del potere. Ed è rivelatorio il modo in cui il Presidente del Consiglio ha rivendicato il carattere "populista" del proprio governo, utilizzando ancora una volta lo schema della contrapposizione buono / cattivo, associato sempre a nuovo / vecchio.

È un governo "contro". E Conte non nasconde questo disperato bisogno di un nemico, di un potere contro cui scagliarsi, tanto da creare continue immagini di contrasto, di alterità, di dualismo costitutivo. I cittadini stanchi e sfiduciati che salgono al potere grazie all'avvocato del popolo, le persone che hanno perso fiducia in istituzioni senza credibilità che sono pronte a caricare di senso un nuovo modo di fare politica, i rappresentanti degli italiani che provano a ridare prestigio alle istituzioni dopo anni di trasformismo e malgoverno: queste sono le immagini che Conte ha descritto nel corso del suo primo discorso, che ha ricordato a tratti quello di insediamento di Donald Trump, alla ricerca ossessiva di un legame col popolo, con gli esclusi, con i "dimenticati" dalla politica dell'establishment. Una narrazione costruita attorno all'immagine di un Paese allo sbando, con "milioni di poveri, milioni di disoccupati, milioni di sofferenti", in preda a una emergenza criminalità, le cui fondamenta sono minate dalla perdita di fiducia dei cittadini, dalla corruzione della classe politica, dall'incapacità decisionale della classe dirigente, dalla mollezza degli altri apparati istituzionali.

Il problema è che questa narrazione, come quella di Trump, non è credibile fino in fondo. Perché contraddittoria e incoerente in molti passaggi. Di esempi potremmo farne tanti. Davvero un governo con Moavero Milanesi agli Esteri è quello della lotta alla tecnoburocrazia degli eurocrati? Davvero Fontana alla famiglia garantirà l'avanzamento "sul piano dei diritti civili" e contribuirà a restituire fiducia ai cittadini? Sul serio la figura più divisiva di sempre agli Interni riuscirà a ridare fiducia nelle istituzioni? Davvero si può parlare di diritti civili e sociali agitando un contratto che lascia immaginare leggi speciali per i rom, che prefigura la chiusura delle moschee o limitazioni alla libertà di culto? Basta dire "non siamo e non saremo mai razzisti" se allo stesso tempo hai un contratto in cui proponi centinaia di migliaia di rimpatri, espulsioni di massa e il sostanziale blocco delle ONG?

Siamo al punto in cui si pretende che la narrazione dei fatti sia sostitutiva della realtà dei fatti, siamo nel momento in cui si può dire di voler combattere contro i palazzi e allo stesso tempo andare al governo con una manovra di palazzo, siamo nell'era in cui si dice agli italiani che l'autenticità e la vicinanza ai loro problemi sia più importante della competenza per risolverli e della capacità stessa di risolverli. Siamo al tempo del governo Conte, appunto.