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Un regalo di Napolitano al Paese, così arguiscono con voce unanime retroscenisti e commentatori. Un salvagente al Partito Democratico, così pensano in molti a Montecitorio e non solo. Un modo per fermare il cambiamento, così gridano i non allineati. L'opinione comune a tutti è che si tratti di una scelta che prefigura le larghe intese nei prossimi mesi. Un Governo della conservazione che proverà ad impostare un dialogo per le riforme ma che, c'è da giurarci, finirà per impantanarsi tra veti incrociati e compromessi al ribasso.

Quello che è certo, al di là dei ragionamenti di merito, è che il modo in cui si è arrivati all'indicazione di Napolitano rimanda a pagine nerissime della politica italiana. Perché ancora una volta si è scelto di privilegiare la conservazione dello status quo rispetto ad una apertura vera al Paese. E si è scelto di ignorare la domanda di cambiamento, di discontinuità, di rinnovamento che arrivava dai cittadini. Dalle piazze reali e virtuali, come arguiva Francesco Piccinini in relazione allo psicodramma del Pd.

Intendiamoci, non si trattava di eleggere "Rodotà a tutti i costi". Si trattava di chiudere una pagina non certo gloriosa, mettendo un punto e inviando ai cittadini un messaggio chiaro sulla volontà di cambiare un modus operandi che ha dilaniato il Paese.

Quello della politica del compromesso a tutti i costi; quello della "interpretazione della volontà popolare" affidata ai soliti noti; quello di una classe dirigente incapace di praticare concretamente quel rinnovamento sbandierato ai quattro venti in campagna elettorale; quello delle deroghe, dei franchi tiratori, delle mediazioni ad oltranza, dei caminetti, dei cerchi magici e via discorrendo. Non capire che il tempo dell'anestetizzazione della partecipazione popolare alla vita politica è finito è un errore clamoroso. Questo è il tempo della "presenza" e dell'indignazione a comando, della partecipazione "immediata e brutale" alla discussione in grado di provocare rapidissime "connessioni sentimentali" (per citare Fassina, sic). Non capirlo, anzi fingere di non capirlo, in nome della sopravvivenza degli attori politici tradizionali è uno sbaglio clamoroso ed imperdonabile. Di cui pagherà le conseguenze, in termini di consenso nel Paese, anche Napolitano. E di questo davvero non potremmo fargliene una colpa.