L’analista Ansalone: “Trump non è pazzo, gli attacchi al Papa e Meloni hanno un obiettivo politico”

Gianluca Ansalone ha ricoperto incarichi istituzionali di primo piano da tecnico presso il Copasir, la presidenza del Consiglio e quella della Repubblica. Oggi è un manager di un importante gruppo multinazionale, ma anche docente di Geopolitica e Strategia presso il Campus Biomedico e la Scuola Ufficiali Carabinieri. Il suo ultimo libro si intitola “Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione”, (Guerini e Associati). È l'analisi di una società segnata da contrapposizioni radicali in tutti gli ambiti, dalla politica, alla comunicazione fino alla religione. Con il tentativo di proporre modi nuovi per superare conflitti apparentemente insanabili.
Eppure, forse neppure in un mondo con il massimo grado di polarizzazione si poteva immaginare che il presidente degli Stati Uniti arrivasse ad attaccare frontalmente il Papa, come pure è accaduto.
Speravo non accadesse una cosa del genere, ma potevo contemplarla, tanto alto è il livello dello scontro. Si tratta di una polarizzazione però che richiama un obiettivo politico, ci tengo a sottolinearlo. Non dobbiamo mai cadere nell'errore di usare una categoria non politica, come quella della follia. Per carità, la pazzia ha condizionato spesso la storia in passato e potrebbe essere il caso anche adesso, però non dobbiamo prendere scorciatoie, per spiegare una apparente incomprensione della dinamica. C'è un disegno politico molto concreto e molto forte dietro ogni azione, anche la più sciagurata, in questo caso dell'amministrazione americana. Nel capitolo del libro sulla religione estrema, io parlo dell'ascesa delle Chiese evangeliche negli Stati Uniti. Un bacino di consenso gigantesco per Trump e il movimento Maga. Questa componente evangelica ha sofferto moltissimo il pontificato di Francesco, che ha mandato negli Stati Uniti una gerarchia ecclesiastica ‘liberal', quindi aperta alle istanze del mondo LGBT, attenta ai temi dell'immigrazione, del cambiamento climatico e così via. Questo ha creato un effetto di rimbalzo enorme negli Stati Uniti nel rapporto con la Chiesa cattolica. Per reazione, l'elezione di questo Papa in un primo momento è stata vista come un'opportunità di riallineamento. In realtà si è riprodotta presto la stessa dinamica, con una grande differenza: rispetto a Francesco, Leone capisce perfettamente le istanze di quel pezzo di popolo americano che vive con disagio e sofferenza alcuni fenomeni sociali. Teniamo conto che Trump – come spesso succede anche da noi in Europa – parla ad un elettorato interno. Uno scontro verbale così violento era prevedibile, anche se altamente improbabile, nel momento in cui lui ha bisogno di recuperare consenso e quindi tutto è utile, se inserito nello schema di questa polarizzazione estrema. Ormai noi dobbiamo contemplare l'impossibile, dobbiamo mettere nel conto che possa accadere qualcosa di mai visto prima.
Era difficile prevedere anche che nel giro di poco tempo Trump passasse da definire Giorgia Meloni la sua migliore alleata a rivolgerle critiche durissime
Risponde allo lo stesso schema, nel senso che la dinamica della polarizzazione estrema crea necessariamente le due curve, per cui o si sta da una parte o si sta dall'altra. Questo è il fallimento della politica, che invece è ricerca di mediazione per raggiungere il consenso. Ecco perché siamo in un'epoca completamente nuova. Si ricorderà benissimo le difficoltà che ci sono state quando si creò la controversa coalizione dei Volenterosi, per la guerra in Iraq contro Saddam Hussein. Anche quello fu un passaggio senza precedenti, delicatissimo, in cui i governi fecero una fatica gigantesca ad avvallare un intervento militare armato, in assenza di una legittimazione di diritto internazionale o di prove molto evidenti. Ma comunque in quel caso l'amministrazione americana – che pure era diventata radicale, anche perché reagiva a dei fatti drammatici – non abbandonò mai il terreno della costruzione del consenso. Oggi invece cercare un consenso comune è considerato una perdita di tempo, o si sta con una curva o si sta con quella opposta, senza sfumature. Questa visione estrema polarizzata produce necessariamente a queste conseguenze: se una dichiarazione della nostra premier si discosta leggermente da ciò che Washington pretende come allineamento subordinato, allora lei diventa automaticamente un nemico. La domanda che io mi sono posto è che beneficio invece porta essere amici di Trump, in questo momento? E qui la categoria dell'amicizia non rimanda né ai valori né al legame storico con gli Stati Uniti né alla possibile prospettiva futura. Questa è una riflessione molto urgente, che forse in Italia avremmo dovuto aprire prima.

Nel libro lei scrive che è finita l'epoca delle illusioni ed è iniziata quella degli estremi. Cosa significa?
Ho due illusioni soprattutto in mente. La prima è quella del multilateralismo, che non è definitivamente seppellito ma ha dimostrato di non reggere la sfida della contemporaneità. Ha funzionato negli anni scorsi fissando regole assolutamente nuove, ma interpretate con un certo livello di ipocrisia. Il dato più interessante è quello sul commercio, dove regole comuni stabilite dall'Organizzazione Mondiale del Commercio sono state violate sistematicamente da tutti. Questa quindi è la prima illusione, che ci possa essere uno spazio ancora nel prossimo futuro per gestire il mondo con regole accettate da tutti quanti. Le regole d'altronde fino a oggi sono state quelle che l'Occidente ha voluto, ma oggi ci troviamo di fronte alla sfida al primato occidentale. Lo sfida l'impero persiano con la sua cultura; lo sfida il sistema cinese con il suo agglomerato di ideologia, dinamismo economico, centralismo politico; lo sfida la Russia, che mette in campo una vera e propria economia di guerra. La seconda illusione è quella della globalizzazione, cioè il fatto che il mondo potesse far crollare definitivamente barriere, divisioni, frontiere. Questi confini invece continuano ad esistere: è una sorta di rivincita che la geopolitica si prende sulla illusione della fine della storia, della fine della geografia, della non necessità di guardare alle divisioni, ma di poter trovare invece un terreno comune. Il contrario di tutto questo però non può e non deve essere il caos, il vuoto. Su questo nel libro cerco di dare qualche spunto di proposta.
Un'altra illusione caduta è forse quella che le guerre potessero essere solo una parentesi, rispetto a una condizione di pace perpetua, almeno per le società occidentali. Lei scrive invece che la guerra è qua per rimanere, perché?
Siamo stati abituati, soprattutto in Occidente, a passare settant'anni e rotti di pace. Uno dato che non ha precedenti: nella storia sono stati molti più i periodi di guerra, più o meno ad alta intensità, che l'umanità ha vissuto. Noi abbiamo avuto invece la bravura e la fortuna di vivere un periodo lunghissimo di pace sostanziale e facciamo fatica oggi ad abituarci all'idea che è tornata la guerra, come cifra delle relazioni tra gli Stati. E che le guerre diventano sempre più lunghe, perché necessariamente si impantanano, dato che l'utilizzo anche delle nuove tecnologie riesce a colmare il divario convenzionale. Lo abbiamo visto anche recentemente, l'Iran con droni da poche migliaia di euro, mette in crisi sistemi di difesa missilistici, che costano decine di milioni ciascuno. Questo compensa il fatto che ci sia una chiarissima sproporzione militare. Quindi le guerre sono eterne nella misura in cui diventano facilissime da iniziare – ormai basta un cyberattacco a distanza -, ma difficilissime da concludere. E sono estreme, perché sono conflitti ibridi e purtroppo tornano a contemplare l'idea che si possa fare uso dell'arma atomica. Ma il principio fondamentale è che la guerra come strumento privilegiato di risoluzione delle controversie torna ad essere l'elemento centrale. Ecco perché dico che è finita l'era della pace. Questa è un'altra illusione di cui dobbiamo sbarazzarci, prendendone atto e cominciando a occuparci delle implicazioni. Una in particolare mi sta a cuore: in questi giorni, per la prima volta, un robot umanoide ha sconfitto in Ucraina una cellula d'assalto di soldati russi. Allora se la guerra non è più solo un fatto umano, ma anche un fatto robotico, entriamo in una dimensione completamente nuova, in cui c'è un vuoto totale, assoluto. Chi comanda, chi dirige? Se un robot umanoide nel prossimo futuro crea quello che viene definito un danno collaterale, di chi è le responsabilità? Di chi lo ha acquistato, del generale che ha dato l'ordine, del soldato che lo ha gestito da remoto. Su questo fronte siamo totalmente scoperti e quindi più che angosciarci o rassegnarci, dovremmo occuparci di creare una regolamentazione. Va riscritto completamente il diritto di guerra, perché la guerra non si combatte più soltanto nelle trincee con i carri armati con i soldati.
Lei spiega che la polarizzazione degli estremi ha cambiato il modo in cui si vincono le elezioni e quello in cui si governa. Leggendo il libro, mi veniva in mente quell'espressione un po' retorica, che fino a qualche tempo fa usava chiunque arrivasse al governo: "Sarò il presidente di tutti". Oggi non la dice più nessuno
È vero, sarà anche una frase retorica, ma in politica le parole contano. Questa espressione non la usa più nessuno, perché ormai si vince mobilitando i propri, non si corre più per essere il capo di tutti. Io cito nel libro l'esempio di Mandami, il nuovo sindaco di New York, per dire che anche nelle storie più affascinanti, intriganti comunque la vittoria si ottiene portando a votare i propri, contro gli altri. E si continua a governare così, perdendo completamente di vista le l'interesse e le soluzioni generali, proponendo invece delle ricette che parlano spesso alla pancia di quelli della nostra parte, che devono essere continuamente mobilitati, galvanizzati e schierati, come se ci si trovasse appunto in due curve contrapposte. Questo fa perdere completamente di senso gli aspetti della politica e della comunicazione tradizionale. Ho paura che sarà sempre di più così, con una politica che segue e non anticipa, che non sa parlare a tutti i cittadini in maniera matura, ma li tratta in modo infantile, buttandosi nell'arena dell'insulto reciproco e della delegittimazione.
Davanti alla crisi climatica, lei sostiene che ci troviamo di fronte alla necessità di ridisegnare completamente le nostre società. E però spiega anche che l'urgenza del cambiamento non è avvertita da tutti e ovunque allo stesso modo. In questo caso, allora, la ricerca di un consenso largo su come affrontare la crisi non rischia di portare a sacrificare le soluzioni radicali che sarebbero necessarie?
Sì, ma infatti io cerco di abbandonare l'illusione del consenso. Le Cop non servono, lo abbiamo visto, perché se il loro risultato è un elenco di 50 punti di azione, vuol dire che è un esito del tutto irrealistico. Le soluzioni devono essere radicali, ma devono essere pragmatiche. E si possono mettere in campo costruendo di volta in volta delle geometrie variabili, unendo quei Paesi e quei governi che la pensano allo stesso modo, che avvertono lo stesso senso di urgenza. L'Italia da questo punto di vista è un caso assolutamente emblematico, perché siamo un Paese di confine rispetto al cambiamento climatico. Non siamo ancora all'estremo, come lo sono le città indiane con 60 gradi all'ombra, l'isola di Tuvalu ormai sommersa o ancora metropoli come Dacca, che sono state costruite un metro sul livello del mare e che quindi tra qualche anno non ci saranno più. Noi invece siamo in una terra di mezzo, per cui però sappiamo ad esempio con certezza, che tra qualche decennio non saremo più alla latitudine ideale per coltivare l'olio o il vino. Queste diventeranno coltivazioni adatte a Paesi del Nord Europa. Allora possiamo disperarci, oppure possiamo cominciare a riorganizzare le attività economiche. Fino a oggi non abbiamo ancora de-stagionalizzato nulla: le scuole continuano a fare pause estive di tre mesi, le fabbriche stanno chiuse per settimane sia d'inverno che d'estate. Insomma, è tutto ancora concepito per un modello sociale, economico, organizzativo che non c'è più. Altro esempio, nelle nostre città non ci si è dovuti preoccupare fino a oggi di garantire zone fresche, la piantumazione di alberi, un'architettura compatibile con la necessità di avere edifici rinfrescati d'estate e sempre meno riscaldati d'inverno. Dobbiamo invertire completamente il paradigma. I grandi obiettivi politici ce li dobbiamo dimenticare: il grado e mezzo di aumento di temperatura ormai è una realtà, mentre dobbiamo e possiamo ancora intervenire perché i grandi non diventino due, una circostanza che aprirebbe uno scenario ancora più più catastrofico. L'impegno per tenerci sotto quella soglia deve essere un impegno politico, ma ogni singola comunità può e deve iniziare a ragionare in questi termini: come costruisco le mie città, come riorganizzo il ciclo produttivo e sociale e perfino gli eventi culturali. Non ci possiamo più permettere di tenere tutto uguale.
L'altra grande sfida è quella portata da quelli che lei definisce i nuovi imperi tecnologici e dai pochi tecnoligarchi che li guidano. Siamo sicuri che in questo caso la polarizzazione sia dannosa? Come si contrasta la sproporzione di risorse e mezzi a disposizione dei vari Musk, Thiel, Zuckerberg etc… rispetto al resto del mondo, se si elimina l'idea di conflitto sociale?
Innanzitutto anche in questo caso il mio suggerimento è di evitare di di usare categorie che non sono politiche e cedere alla tentazione di dire che Peter Thiel è matto perché crede all'Anticristo o Musk si comporta così perché usa droghe. Non è quella l'essenza dell'analisi. Noi dobbiamo realizzare che questi personaggi hanno smesso di fare i leader delle loro aziende – anche se tengono moltissimo alla loro redditività – e sono diventati un'altra cosa, perché propongono un progetto politico a tutti gli effetti. Cioè un disegno di società iper-libertaria, nel quale le norme sono basate semplicemente sulla causa effetto: se hai successo meriti di avere un posto privilegiato nella società. Tutte le altre regole non li riguardano, non le vogliono. Quindi innanzitutto dobbiamo prendere atto che non stiamo parlando di ordinari, per quanto ambiziosi, progetti di business, quelli che i grandi imperi finanziari hanno sempre avuto. La loro attività è fortemente impregnata di una visione di società completamente diversa. Spetta alla politica trovare uno spazio per intervenire, per fare in modo che legittimamente ogni attività di impresa si possa sviluppare e prosperare, ma senza consentire che questo si trasformi in un progetto politico. Questa secondo me è la necessità, perché il contrario sarebbe alzare bandiera bianca davanti a una indubbia sproporzione non solo di risorse e capacità finanziare – basti pensare che Nvidia vale quanto il prodotto interno lordo della Germania -, ma anche a una sproporzione di visione. Io cito nel libro una clausola del contratto che Starlink ha concluso con un'amministrazione pubblica francese in cui, dopo aver spiegato che il tribunale di Parigi è responsabile in caso di controversie, si dice: per tutto quello che riguarderà in futuro le comunicazioni da e verso Marte, decideremo chi sarà responsabile. Ora può sembrare folle, ma in realtà è un'ambizione politica, quella della colonizzazione su Marte, che poi ovviamente ha anche delle implicazioni di business gigantesche. Ecco il vantaggio competitivo dei tecnoligarchi di oggi rispetto alla politica è la loro capacità di visione: va bene contrastare modelli di società che giudichiamo detestabili, è giusto mettere in campo delle regole, ma serve soprattutto una visione politica alternativa, in cui sviluppo e innovazione stanno insieme alla convivenza, alle regole civili. Questo oggi sta mancando.
Le camere di compensazione tradizionali – dove si faceva questo lavoro di sintesi ed elaborazione – oggi sembrano non esistere o non funzionare più. Dove bisogna guardare, cosa serve allora per superare il mondo degli estremi?
Questo tema riguarda soprattutto il fatto che le democrazie occidentali siano sfidate per la prima volta nell'assioma maggiore libertà, uguale maggiore crescita e maggiori opportunità per tutti. I sistemi alternativi stanno dicendo che non è vero: si possono avere maggiori opportunità, crescita e ricchezza anche senza più democrazia, anzi le cose stanno al contrario. Quindi dentro le democrazie occidentali dobbiamo rimettere mano alle regole del gioco per dimostrare al mondo che possiamo essere moderni ed efficienti, ma garantire un set condiviso di valori e di principi. La sfida qui è tutta interna, nelle selezione nella selezione delle classi dirigenti, nella capacità di tornare a fare cultura politica, nella capacità di mettere in campo soluzioni ambiziose, prendendo consapevolezza che il mondo di ieri non ritorna più. Nei rapporti tra gli Stati invece io propongo uno schema che chiamo il plurilateralismo. Parte dalla presa d'atto che mettere d'accordo tutti è impossibile, ma che su alcuni singoli aspetti ci sono Paesi che possono riunirsi temporaneamente assieme e riscrivere le regole delle loro relazioni. Lo ha ben detto il premier canadese Carney a Davos. Ad esempio i membri dell'Unione europea – anche non tutti – alcuni Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e altri attori globali che la pensano allo stesso modo potrebbero riunirsi, per decidere misure pragmatiche di temperamento di adattamento all'impatto climatico. Queste misure dovrebbero essere cogenti per i prossimi dieci anni e magari comincerebbero a portare qualche risultato. A quel punto forse sarebbero gli Stati Uniti – che sono usciti dagli accordi di Parigi – a pensare che tutto sommato quello che stanno facendo altri non è male in termini di consenso e in termini di riuscita. Dobbiamo ribaltare un po' l'onere della prova: non più affidarci al fatto che fori come l'Onu, le Cop, il Wto possano scrivere buone regole valide per tutti, ma cominciare a scrivere buone regole valide per alcuni, con la speranza che gli altri si accorgano dei risultati e chiedano di esserne parte.