Del decreto sicurezza e immigrazione abbiamo parlato a lungo, soffermandoci su quali potessero essere le conseguenze di un provvedimento sbagliato nell’approccio, nelle intenzioni, nella costruzione e persino nella scrittura. Più volte abbiamo sottolineato come il combinato disposto fra il decreto che porta la firma del ministro dell’Interno Matteo Salvini, le circolari diramate dal Viminale in questi mesi e l’accordo quadro per la revisione del sistema dell’accoglienza, non potesse che provocare nel medio e lungo periodo proprio quella “bomba sociale”, di cui tanto si è parlato a sproposito. In molte circostanze abbiamo provato a spiegare come il governo del cambiamento avesse scelto di rafforzare le pessime misure dei governi precedenti in materia di gestione dei flussi e contrasto delle ONG (più che degli scafisti) e, allo stesso tempo, di smantellare le scelte più oculate degli ultimi anni, depotenziando il sistema SPRAR e ridimensionando de facto la portata e il senso della legge Zampa in materia di minori stranieri non accompagnati. E fino all’ultimo abbiamo sperato che le tante voci contrarie in casa 5 Stelle trovassero la forza e la voglia di rimediare, di porre un argine al disastro che questo decreto inesorabilmente provocherà. Speranza vana.

C'è però un punto su cui davvero la maggioranza avrebbe dovuto intervenire. Una scelta folle, su cui incomprensibilmente si è deciso di andare avanti a testa bassa, non ascoltando i rilievi degli addetti del settore, delle associazioni, degli operatori, e chiudendo la porta agli emendamenti e agli ordini del giorno dell'opposizione.

La scelta del governo di abolire de facto la protezione umanitaria e parallelamente di depotenziare gli SPRAR in favore dei CAS, infatti, crea dei veri e propri cortocircuiti che rischiano di penalizzare proprio le fasce più esposte. Come noto, l’accesso agli SPRAR, il sistema di accoglienza che maggiormente punta su percorsi di integrazione, di inserimento lavorativo e di collegamento con le realtà territoriali, sarà riservato esclusivamente ai titolari di protezione internazionale o ai minori stranieri non accompagnati. Cosa accadrà ora ai minori stranieri al compimento del 18esimo anno di età? Al Senato il provvedimento era stato lievemente modificato, permettendo ai minori di restare negli SPRAR fino alla definizione della loro domanda di protezione internazionale. Ma, come spiega Vita, “la previsione non è sufficiente perché non ricomprende ad esempio il caso di chi riceverà il diniego della richiesta di protezione internazionale a 19 anni, quando sarà troppo grande per richiedere la conversione del permesso di soggiorno per minore età”.

Teoricamente dovrebbero immediatamente essere trasferiti dagli SPRAR ai CAS, perdendo l’accesso ai percorsi di integrazione e di inserimento lavorativo, ma soprattutto il legame con la comunità, che è sempre fondamentale per la buona accoglienza. Come noto, infatti, il Governo ha stabilito che nei CAS sarebbero stati messi a disposizione, oltre all’alloggio e al vitto, la cura dell’igiene, l’assistenza generica alla persona (mediazione linguistico-culturale, informazione normativa …), la tutela sanitaria e un sussidio per le spese giornaliere (il pocket money, ndr)”, mentre i percorsi di inserimento lavorativo, i corsi di lingua e le altre attività “volte al supporto di percorsi di inclusione sociale, funzionali al conseguimento di una effettiva autonomia personale” saranno riservate esclusivamente ai titolari di una qualche forma di protezione (e bisogna considerare che, di fatto, la tipizzazione delle categorie di aventi diritto ridurrà il numero di permessi umanitari concessi).

Il Garante per i diritti dell’infanzia Filomena Albano, in un’audizione alla commissione Affari Costituzionali della Camera, aveva messo in guardia dagli effetti dirompenti che avrebbe avuto un simile provvedimento: “Non si diventa maggiorenni in un giorno, ci preme che non siano interrotti da un giorno all’altro i percorsi d’inclusione e d’inserimento nel mondo del lavoro e nell’istruzione”. Come spiega Annalisa Camilli su Internazionale, infatti, al momento “la cosiddetta legge Zampa, prevede l’accompagnamento dei neomaggiorenni fino al ventunesimo anno d’età”. Il punto è che nonostante i minorenni abbiano diritto a chiedere un permesso di soggiorno per minore età, “di fatto imboccano la strada della richiesta della protezione internazionale, forse perché l’iter per chiedere il permesso di soggiorno per minore età è pieno di ostacoli, per esempio le questure chiedono i passaporti, cosa che i ragazzi spesso non hanno. Per questo quelli che un anno fa hanno fatto la domanda di protezione internazionale, rischiano di ricevere un diniego e non possono ricorrere allo strumento della protezione umanitaria, abrogata dal decreto”. I numeri rafforzano questa tesi, con l'80% dei minori non accompagnati che si è avvalso in questi anni della protezione umanitaria. Inoltre, come aveva spiegato sempre la Garante, “se i ragazzi diventassero irregolari anche le loro relazioni con i tutori potrebbero interrompersi”, privandoli di fatto di una delle poche ancore con il nostro Paese, un presidio di integrazione e in molti casi anche di stabilità.

Come ha sottolineato Laura Boldrini durante la presentazione di un odg proprio su questo aspetto, “fino a oggi, grazie alla protezione umanitaria, avevano la possibilità di continuare i loro percorsi, i loro percorsi attivi”, ma adesso “tutto ciò si interromperà bruscamente, con il rischio di trasformare queste ragazze e questi ragazzi in irregolari – lo ripeto: irregolari – esposti a situazione rischiose e, a dir poco, precarie […] È un gigantesco, enorme spreco di risorse umane e materiali, una decisione scellerata contro persone vulnerabili che, abbandonate a se stesse, verranno esposte al – cito – “rischio di sfruttamento, violenza, abuso e tratta”, come giustamente denuncia l’UNICEF”. È una scelta folle, priva anche di quel “buonsenso” che a Salvini piace citare come principio che ispira il suo agire politico.