C’era grande attesa per la presentazione del Decreto Salvini su sicurezza e immigrazione, soprattutto considerando la centralità che le due questioni hanno assunto nei primi mesi di governo M5s – Lega. Il testo è stato approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri e ora andrà al vaglio del Quirinale, per poi essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale e successivamente passare in Parlamento per la conversione in legge e le eventuali modifiche. Modifiche che quasi certamente arriveranno, come già anticipato dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio e sostanzialmente messo in conto dallo stesso Salvini, che ha parlato di “testo non blindato”. Dei dettagli del provvedimento (che si compone di 42 articoli che affrontano l’intero comparto “sicurezza") vi abbiamo parlato diffusamente qui, ora proveremo a evidenziare i punti critici e a spiegare perché la ratio stessa delle norme in materia di immigrazione sia molto discutibile e certamente controproducente nel breve termine.

Cominciamo col dire che il decreto è solo uno dei pilastri della strategia di Salvini in materia di flussi migratori, assieme alla riduzione degli sbarchi no matter what (ovvero senza preoccuparsi troppo di cosa succede in Libia o delle conseguenze in termini di vite umane della crociata contro le ONG che operavano nel Mediterraneo), al contenimento dei costi dell’accoglienza e all’aumento dei rimpatri (temi toccati solo marginalmente dal provvedimento in oggetto). Il provvedimento è giudicato necessario per “una più efficiente ed efficace gestione del fenomeno migratorio nonché per introdurre misure di contrasto al possibile ricorso strumentale alla domanda di protezione internazionale”. Paradossalmente, però, le misure sembrano andare nella direzione opposta e continuare ad appesantire un sistema che ha già mostrato diverse falle. Andiamo con ordine.

Il primo punto che il decreto Salvini affronta è quello della protezione umanitaria, una fattispecie peculiare dell’ordinamento italiano. Di che stiamo parlando? Per la legge italiana (in recepimento della Convenzione di Ginevra) è da considerarsi rifugiato "colui che nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”; colui che invece “pur non rientrando nella definizione di rifugiato, necessita di una forma di protezione internazionale perché in caso di rimpatrio sarebbe in serio pericolo a causa di conflitti armati, violenza generalizzata o per situazioni di violazioni massicce dei diritti umani”, può ottenere la cosiddetta protezione sussidiaria; mentre per colui che “pur non rientrando nelle categorie sopra elencate di rifugiato e beneficiario di protezione sussidiaria, viene reputato come soggetto a rischio per gravi motivi di carattere umanitario”, c’è la possibilità di ottenere appunto la protezione umanitaria. Negli ultimi cinque anni, la percentuale del riconoscimento dello status di rifugiato è stata del 7%, di protezione sussidiaria del 15%, di permessi per motivi umanitari del 25%. Una percentuale, quest’ultima, giudicata “esagerata” da Salvini, che già con una circolare di qualche mese fa aveva invitato le Commissioni a un esame più severo, convinto che “il permesso di soggiorno per motivi umanitari è stato concesso in una varia gamma di situazioni collegate allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto personale, alla permanenza in Libia, fino a considerarsi come una forma premiale” per il migrante che non aveva diritto allo status di rifugiato.

Il decreto va ad abrogare di fatto questo istituto, sostituendo i motivi umanitari con sei specifiche fattispecie per le quali sarà possibile rilasciare permessi speciali: gravi condizioni di salute, vittime di sfruttamento, di tratta o di violenza domestica, vittime di calamità naturali o “per atti di particolare valore civile”. Cosa comporterà questa modifica? Nella migliore delle ipotesi cambierà poco, sempre sperando che sia lasciata ampia discrezionalità alle Commissioni di valutare come inserire i bisognosi di protezione umanitaria all’interno di queste nuove fattispecie. È un punto importante, proprio perché, come spiega Msf, occorre essere cauti e responsabili sui “criteri di assegnazione del nuovo permesso di soggiorno per cure mediche, nella preoccupazione che rischiano di essere escluse e lasciate in condizioni di marginalità persone che soffrono di problemi di salute con sintomi non facilmente riconoscibili […] Ogni giorno, infatti, i medici, gli psicologi e gli infermieri di MSF in Italia curano le ferite fisiche e psicologiche di decine di persone che pur non rientrando nella categoria di rifugiato presentano importanti bisogni medici sviluppati in seguito a traumi e torture nel loro paese di origine o nel loro transito attraverso paesi come la Libia”. Nella peggiore delle ipotesi, invece, calerà drasticamente il numero di concessioni di permessi per motivi umanitari, a danno di migliaia di persone che rischiano di essere rimpatriate in contesti pericolosi e drammatici. Chi si assumerà la responsabilità di far pagare a queste persone, che hanno magari subito traumi e vessazioni nel loro viaggio verso l’Italia, il peso della propaganda di Salvini?

Ma poco cambia se si abbandona l'approccio "umanitario" per uno più "pratico". Anche dando per buona la tesi salviniana dell’utilizzo errato della protezione umanitaria nel corso di questi anni, infatti, i conti non tornano. Tagliare di netto il rilascio dei permessi di soggiorno, infatti, rischia di tradursi in un immediato aumento del numero di coloro che Salvini definisce “clandestini”, che dunque dovranno essere rimpatriati. E qui andiamo a toccare un altro nervo scoperto del decreto, ovvero la pressione che un numero notevolmente aumentato di migranti considerati irregolari potrebbe esercitare sul già debole sistema dei rimpatri (a tale risultato concorreranno anche altre misure contenute nel decreto, tra cui le norme per “contrastare il ricorso strumentale alla domanda di protezione” e quelle per impedire la reiterazione delle domande al solo scopo di “ritardare un provvedimento di esecuzione”).

Questo perché le misure sui rimpatri sono deboli e non è detto che sortiscano l’effetto desiderato. Anzi. Salvini conta di aumentare la durata di permanenza nei Cpr (fino a sei mesi) e di farvi entrare anche i richiedenti asilo la cui domanda fosse sospesa (in seguito a condanne per reati o a situazioni di particolare allarme sociale, come le fattispecie base dei reati di violenza sessuale e dei reati di produzione, traffico e detenzione ad uso non personale di stupefacenti, nonché di rapina ed estorsione). Per far fronte ai nuovi ingressi il Governo immagina di aumentare il numero dei Centri per i rimpatri, addirittura assegnando con procedura diretta i lavori per la costruzione di nuovi Cpr o la ristrutturazione e ampliamento dei vecchi. Ma, è cosa nota, senza ulteriori accordi bilaterali e con i costi attuali, il numero dei rimpatri difficilmente aumenterà in maniera considerevole. Il risultato sarà quello di avere Cpr sempre più affollati e sempre più caotici, senza certezze sul “destino” di quei migranti per i quali scadranno i 6 mesi di detenzione. Salvini ha spiegato di essere già al lavoro con gli stati di provenienza dei migranti, ma appare un azzardo caricare il sistema dei rimpatri senza garanzie sull'effettiva concretizzazione degli accordi. Che l'Italia ha solo con un numero limitato di Stati, non con quelli da cui proviene il numero più alto di migranti.

Poi c'è la questione dell'accoglienza vera e propria. Su cui il decreto fa addirittura peggio. Il ministro rivendica la diminuzione consistente degli sbarchi, cominciata quando Minniti era al Viminale e proseguita con maggiore rapidità sotto la sua reggenza. Dunque, il problema principale sembrerebbe essere come gestire le decine di migliaia di persone ospitate nei centri di accoglienza della Penisola (qui i dati aggiornati sui numeri). Una gestione che pesa quasi esclusivamente sull’Italia, considerato il flop del programma di ricollocamenti europeo, cui ha contribuito la pessima gestione delle relazioni internazionali da parte del Governo Conte (Salvini si è addirittura schierato coi Paesi ad accoglienza zero e lo stesso Presidente del Consiglio non è riuscito a convincere i cechi a prendere un “solo migrante simbolico”, neanche a titolo di favore personale). Il modello migliore, quello che storicamente ha causato meno problemi, con punte di eccellenza assolute, è il modello SPRAR, che vede coinvolti i Comuni (qui ve ne abbiamo parlato in dettaglio). Ebbene, invece di incentivare il modello SPRAR, il decreto lo affossa, limitandone l’accesso ai soli titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati. Una scelta folle, considerando che la lenta ma costante crescita dei Comuni coinvolti nei progetti SPRAR garantirebbe una distribuzione omogenea dei richiedenti asilo sul territorio nazionale, evitando che la pressione gravi esclusivamente su pochi centri (il patto fra ANCI e Viminale del 2017 prevedeva la distribuzione di 4 migranti ogni mille abitanti, ad esempio).

Anche perché, qual è l’alternativa agli SPRAR? Sono i CAS, le strutture individuate in via straordinaria dalle prefetture, che nella stragrande maggioranza dei casi sono gestite da privati (e nelle quali più frequentemente emergono episodi deprecabili). Puntare sui CAS, dopo tutta la fatica fatta negli anni per convincere i Comuni a fare la loro parte, è scelta folle, che nel breve periodo determinerà l’aumento delle problematiche gestionali per i prefetti, che si ritroveranno costretti a ricorrere ai “soliti noti”: imprenditori e cooperative senza scrupoli, in grado di garantire la gestione di migliaia di persone in centri fatiscenti e inadeguati. Tra l'altro, qui siamo davvero all'incredibile, le norme vanno nella direzione opposta rispetto a quanto scritto nel contratto di Governo coi 5 Stelle: "Si deve superare l’attuale sistema di affidamento a privati dei centri e puntare ad un maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle territoriali, affidando la gestione dei centri stessi alle regioni e prevedendo misure che dispongano l’acquisizione del preventivo assenso degli enti locali coinvolti, quale condizione necessaria per la loro istituzione”.

Se a ciò aggiungiamo l’annunciato taglio del budget (i cosiddetti 35 euro), che Salvini non è riuscito a inserire in questo decreti, il taglio delle attività di integrazione (di cui vi parlavamo commentando questa circolare), è chiaro che lo scenario che si prospetta è terribili: ghetti per migranti in attesa di rimpatrio, con zero possibilità di integrazione e di una accoglienza dignitosa. Ghetti enormi, peraltro, considerando che conciliare accoglienza diffusa, piccoli numeri e taglio dei costi è praticamente impossibile e solo i grandi numeri consentono di abbattere i costi, dal cibo al riscaldamento.

Il risultato sarà che, agli ospiti dei CAS, essenzialmente coloro che abbiano fatto richiesta di asilo politico o di altra forma di protezione umanitaria, sarà garantito “oltre all’alloggio e al vitto, la cura dell’igiene, l’assistenza generica alla persona (mediazione linguistico-culturale, informazione normativa …), la tutela sanitaria e un sussidio per le spese giornaliere (il pocket money, ndr)”, mentre i percorsi di inserimento lavorativo, i corsi di lingua e le altre attività “volte al supporto di percorsi di inclusione sociale, funzionali al conseguimento di una effettiva autonomia personale” saranno riservate esclusivamente ai titolari di una qualche forma di protezione umanitaria. Il tutto gestito direttamente dai prefetti e non dai Sindaci. Una scelta senza senso, che rischia di produrre davvero quella "bomba sociale" su cui tanto ha speculato Salvini.