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Sudan, la guerra del petrolio è appena cominciata

“Daremo una lezione al Sud Sudan”: l’ultimo annuncio del Presidente al-Bashir, già accusato di genocidio e crimini di guerra in Darfur, conferma la linea belligerante che il Sudan ha adottato. Centinaia di rifugiati giungono ogni giorno nel campo profughi sud-sudanese mentre altri cercano riparo nelle grotte, sulle montagne. L’annunciato disastro umanitario fa sempre più paura.
A cura di Nadia Vitali
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Ormai è guerra: le parole con cui il Presidente Omar al-Bashir ha scaldato una folla di sostenitori rendono ancora più minaccioso quel vento bellicoso che sta soffiando sul confine tra Sudan e Sud Sudan e che ha già iniziato a fare vittime tra la popolazione civile e non promette di meglio per l'immediato futuro. E così gli annunci e i proclami, «dare una lezione con forza al Sud Sudan» e «L'America non imporrà le sue sanzioni né tantomeno il Consiglio di Sicurezza e il popolo sudanese li punirà», mentre proseguono i bombardamenti aerei e centinaia di fuggitivi si dirigono verso i campi profughi, fanno presagire un nuovo disastro umanitario: che, ancora una volta, sembra destinato a consumarsi circondato dal silenzio, o poco più, della comunità internazionale, nell'attesa che un qualsiasi intervento possa aiutare le migliaia di disperate vittime. Del resto, con un Capo di Stato accusato dalla Corte Penale Internazionale di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nel Darfur (anche se l'assenza di "prove sufficienti" ha impedito che venisse perseguito per i gravissimi reati), era difficile immaginare scenari differenti per un territorio che ha conosciuto sanguinosi conflitti civili e dove la presenza del petrolio è la più feroce maledizione dopo il colonialismo.

La questione dei confini – «C'è ancora tempo per tirarsi indietro dal baratro, e portare tutte le parti ad un tavolo per negoziare soluzioni diplomatiche sui disaccordi sui confini, il petrolio, la cittadinanza ed altre questioni cruciali»: il disperato appello di appena pochi giorni fa dell'Alto commissario per i diritti ONU Navi Pillay si scontra drammaticamente con una situazione che sembra precipitare sempre più rapidamente. Il suo invito a cessare gli attacchi ed i bombardamenti è caduto nel vuoto, mentre le questioni territoriali diventano il combustibile che alimenta il fuoco dell'odio: perché lungo la linea di confine che separa Sudan e Sud Sudan, tracciata da una mano poco sicura, c'è la sciagurata regione di Heglig, ricca di giacimenti petroliferi e quindi centro del contendere. Quel referendum che, nel luglio del 2011, ha reso indipendente lo Stato del Sudan del Sud non non è servito all'auspicato scopo di porre fine agli scontri e, anzi, i rilevanti problemi frontalieri nati da quella secessione stanno violentemente esplodendo a neanche un anno di distanza, andandosi ad aggiungere ai già gravissimi conflitti inter-etnici tra diversi gruppi sud-sudanesi: e ormai, al di là delle disperate speranze, il punto di non ritorno sembra essere stato irrimediabilmente superato. Gli eserciti si affrontano: da una parte il Movimento di Liberazione del Popolo Sud Sudanese (SPLM) dall'altro le truppe di Khartum (SAF). Nel mezzo i civili: a migliaia nel campo profughi di Yida, centinaia ancora in viaggio, mentre sono tantissimi coloro i quali, già settimane fa, sono stati costretti a rifugiarsi nelle caverne sulle montagne, nel tentativo di fuggire ai bombardamenti.

sud sudan guerra del petrolio

Crescono gli scontri – A marzo i massicci attacchi da parte dell'aeronautica sudanese, poco oltre quell'incerto e poco chiaro confine di circa 2000 chilometri, avevano assestato il primo duro colpo alla popolazione frontaliera; la reazione del neo-nato Stato meridionale, il 10 aprile, è stato il superamento della linea di demarcazione e l'occupazione di Heglig, formalmente assegnata dalla Corte Internazionale al Sudan, nella regione del Kordofan meridionale, ma rivendicata da Giuba. Un soldato sudanese avrebbe sparato ad un sud-sudanese che era andato ad attingere dell'acqua oltre il limite territoriale? Si dice che sia accaduto questo. La cosa certa è che la risposta da parte di Omar al-Bashir non ha voluto farsi attendere e, quasi immediatamente, sono partiti i feroci attacchi da parte dell'aviazione sudanese alla volta di Heglig: e se, fino a poco tempo fa, le bombe venivano sganciate sulle zone di confine, il Sud Sudan ha accusato il Governo di Khartum di essersi spinto nello Stato di Unity, ricco anch'esso di giacimenti, fino al villaggio di Mayom e alla capitale Bentiu, colpendo deliberatamente obiettivi civili e costringendo la popolazione alla fuga. «Ci sono solo due alternative: o noi ci ritroveremo a Giuba o lo faranno loro a Khartum» urla Omar al-Bashir: che sa come infervorare quelli che sono al suo seguito, dichiarando acerrimo nemico il Sud Sudan e trascinando migliaia di giovani in una guerra, della quale la maggior parte di essi non potrà vedere la fine.

sud sudan conflitto di confine

Quali sviluppi immaginare, in tale drammatica congiuntura?- Omar al-Bashir ha sottolineato che il suo Paese non cederà un centimetro di terra e che l'obiettivo dei suoi attacchi è quello di liberare lo stesso popolo del Sud Sudan dall'SPLM fondato, tra gli altri, da Salva Kiir Mayardit, attualmente Presidente del neo-nato Stato. Dunque si chiama alle armi, si fa appello a valori patriottici, si mobilitano coscienze tormentate da una povertà antichissima che ha i suoi responsabili anche al di fuori dei confini del Sudan, del Sud Sudan, dell'Africa intera: il copione è sempre lo stesso, le battute anche, il fine ultimo sostanzialmente non è mutato, nel XXI secolo si chiama "oro nero", in passato aveva altri nomi e altre forme. Quel petrolio che divide in due una realtà drammatica, a sua volta diviso da una linea di confine che, in ogni caso, sarebbe stata iniqua: la medesima che ha tagliato i pascoli, i terreni, quelle che erano le rotte tradizionali della transumanza di un popolo di pastori. Pastori tra i quali scoppiavano drammatici conflitti fratricidi, in passato, per il possesso del bestiame e che oggi si sfidano con assassine armi da fuoco (da noi stessi vendute) per il dominio sui pozzi: uomini allora come oggi, mossi come tutti gli uomini dall'avidità, dall'odio, dalla sete di sangue e potere di quei pochi che comandano.

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