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22 Agosto 2014
15:32

“Decapitare l’infedele”: ecco il versetto del Corano che infiamma il Medioriente

La decapitazione del giornalista americano James Foley è l’ultima esecuzione, in ordine di tempo, di una scia di sangue che si perde nella storia dell’umanità. Tuttavia le formazioni islamiche estremiste, come l’Is di al-Baghdadi, hanno deciso di adottare la scimitarra come marchio distintivo del terrore che perpetrano in Medioriente sia per fidelizzare nuove forze che per spaventare l’occidente.
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“Quando, sul campo di battaglia, incontrerai i miscredenti, taglia loro via la testa fino a quando non li avrai completamente annientati. Poi fasciali il più strettamente possibile”. E ancora: “Porterò il terrore nei cuori dei miscredenti. Taglierò le loro teste e, successivamente, le loro mani”.
In questi versi del Corano, rispettivamente Sura 47.4 (audio) e 8.12, i jihadisti moderni trovano l'origine, l'autorizzazione ed il fine alla pratica delle decapitazioni. È tuttavia doveroso aggiungere che la prima Sura prosegue, secondo le traduzioni più accreditate, con le seguenti parole: “Ma successivamente per un atto di grazia o attraverso il pagamento di un riscatto è giusto liberarli quando la guerra finisce”.
È tutt'oggi materia estremamente controversa, tra gli studiosi dell'Islam, quella relativa alla presenza nel Corano di un ordine o autorizzazione esplicita alla decapitazione dei prigionieri. Se, infatti, gli esponenti religiosi tendono a non convalidare l'interpretazione letterale delle parole del Profeta Maometto, gli studiosi più estremi tendono al contrario a trovare e rivendicare proprio nelle espressioni citate precedentemente la ratio per le esecuzioni capitali attraverso l'uso di scimitarre o lame più rudimentali.
L'ultima terribile esecuzione, in ordine ti tempo, è stata quella del giornalista nordamericano James Foley sgozzato in Siria davanti le telecamere dei militanti dello Stato islamico, Is (precedentemente Isis), e reo – secondo i suoi aguzzini – di essere sia un infedele che un cittadino Usa.
Le immagini provenienti dal Medioriente hanno sollevato in Occidente un'ondata di sdegno per la brutalità e la violenza del gesto. Le modalità con cui Foley è stato ucciso, tuttavia, non giungono nuove né nella storia recente delle formazioni estremiste islamiche né, più in generale, in quella dell'umanità.
Se l'atto della decapitazione è presente in molte culture, tra cui anche quella occidentale (si pensi, tra i tanti esempi, alla morte di San Paolo avvenuta a Roma tra il 64 ed il 67 d.C., esecuzione quest'ultima ritenuta “dignitosa” e riservata, tra gli altri ai cittadini dell'Impero o all'utilizzo della ghigliottina in Francia), in quella islamica, estremista e non, ha ancora oggi una rilevanza del tutto particolare.

La decapitazione, il supplizio agli infedeli

La decapitazione, secondo l'opinione più diffusa tra gli studiosi dell'Islam, è un supplizio inferto a coloro che non hanno o non vogliono abbracciare la parola di Muhammad e che quindi “meritano” tale esecuzione. Lo stesso Profeta, riportano le cronache redatte da Ibn Ishaq – il primo biografo di Maometto –, ordinò l'uccisione tramite decapitazione di settecento uomini appartenenti alla tribù israelita dei Qurayza, accusati di aver complottato contro di lui, mentre più in grande fece il sovrano almoravide Yusuf ibn Tashfin che, poco prima dell'anno 1100, ordinò la decapitazione di 24mila castigliani sconfitti nella battaglia di Zallaqa (l'odierna Sagrajas in Estremadura) durante i tentativi di riconquista della penisola iberica da parte delle forze cristiane.
La memoria, tuttavia, non deve correre così lontano nel tempo per trovare esempi di tale violenze.
In Arabia Saudita la decapitazione è ancora praticata come pena capitale per un numero di reati e nel solo 2013 molte delle 78 pene capitali eseguite nel paese di al-Saud sono state eseguite tramite l'utilizzo della scimitarra.
Secondo numerosi report, che purtroppo non hanno suscitato la stessa ondata di scalpore in Occidente, alcune decine di persone avrebbero subito la stessa sorte del giornalista nordamericano nell'area di Mosul (Iraq settentrionale), per mano ancora una volta dei miliziani dell'Is che, una volta assunto il controllo della zona, hanno voluto dare un chiaro segnale di spietatezza e determinazione a coloro che vivono in quelle realtà.
Le decapitazioni, dunque, non sono una novità né nella storia dell'umanità né in quella dell'Islam. Si ricordi, anche per dovere di cronaca, l'esecuzione di Daniel Pearl, giornalista del Wall Street Journal ucciso in Pakistan nel 2002, o le uccisioni dei soldati russi in Daghestan e Cecenia (Caucaso settentrionale) durante le guerre degli anni '90 e Zero, sempre per mano di estremisti islamici – spesso di orientamento Sunnita –, e sempre ammazzati così perché infedeli.
A colpire del modus operandi dei miliziani dell'Is, guidati dal religioso Abu Bakr al-Baghdadi autoproclamatosi califfo del territorio iracheno-siriano, è il ricorso a questa tipologia di uccisioni. Se da un lato l'obiettivo dichiarato dei jihadisti in nero è quello di infondere il terrore nell'opinione pubblica occidentale ed evitare che le truppe nordamericane, britanniche, italiane e via discorrendo tornino a rioccupare l'antica Mesopotamia, dall'altro il modus operandi dell'Is si discosta chiaramente da quello portato avanti da al-Qaeda che, salvo rare eccezioni, mise al bando la pratica della decapitazione (così come altri gruppi considerati estremisti come Hamas o Hezbollah).
Molti analisti politici vedono proprio in questa scelta di discontinuità nella violenza e nel terrore, il marchio per così dire del nuovo terrorismo islamico che ha numerosi ostaggi occidentali ancora tra le mani (come le due cooperanti italiane ritenute ostaggio in Siria). Al-Baghdadi e i suoi sostenitori hanno, in passato, criticato più che apertamente l'organizzazione terroristica un tempo guidata da Osama bin Laden perché considerata troppo morbida e comprensiva verso “il diavolo occidentale”, fallimentare nel perseguire i suoi fini. La decisione di mostrare il cosiddetto pugno di ferro rientrerebbe proprio nell'ottica di differenziazione rispetto al recente passato perseguita dall'ex medico iracheno. Perseguire una strategia più sanguinosa e violente porterebbe anche ad un maggiore appeal dell'Is verso i giovani occidentali di origine mediorientale che attratti dall'ordine, dalla disciplina e dal rigore dello Stato islamico ne andrebbero ad ingrossare le fila con sempre maggiore partecipazione.

I miliziani dall'Europa

L'arrivo di miliziani dal Regno Unito, dalla Germania, dagli Stati Uniti e in misura minore da altre realtà europee rappresenta un fattore che non deve essere tenuto in scarsa considerazione. E, in estrema sintesi, avviene sia grazie all'evidente ed ulteriore radicalizzazione del messaggio terrorista sia attraverso l'uso più consapevole, mirato e professionale delle tecnologie multimediali ed informative oggi a disposizione. L'entrata nei ranghi dell'Is dei giovani miliziani di provenienza occidentale, con il loro bagaglio culturale, tecnico e sociale rappresenta non solo una novità assoluta rispetto anche al recente passato, ma un punto di forza su cui secondo un numero crescente di analisti al-Baghdadi così come le altre formazioni estremiste tenderanno sempre di più a puntare per estendere il proprio potere e la propria penetrazione.
L'uccisione di Foley che come dichiarato dagli stessi vertici dell'organizzazione jihadista, deve essere intesa proprio come un atto di rappresaglia contro l'intervento militare Usa nell'Iraq settentrionale (dove le forze di Washington hanno dato ausilio militare e logistico ai combattenti curdi che si oppongono proprio ai miliziani dell'Is), potrebbe essere il primo atto formale di una nuova strategia terrorista che, dopo le autobombe degli anni '80-'90 e gli attentati suicidi degli anni Zero, se portata a livelli di massa potrebbe aver trovato nell'esecuzione capitale tramite decapitazione il nuovo modo di infondere paura e terrore verso i nemici.

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