Il piano vaccinale della Cina procede, anche se in modo diverso dalle campagne di immunizzazione europee. Pechino, infatti, ha deciso di dare la priorità agli under 60, cioè la fascia in età da lavoro della popolazione, considerando che gli anziani continueranno ad essere protetti grazie alle misure restrittive. Vengono chiamate a vaccinarsi le persone comprese tra i 18 e i 59 anni: dal momento che il contenimento sta funzionando, le categorie produttive vengono prima di quelle fragili. Una logica molto lontana da quella occidentale, per cui non essendoci più una situazione di emergenza (non vengono quasi più registrati focolai attivi di coronavirus) si preferisce vaccinare prima le persone attive, che si muovono e sono più esposte al rischio di contagio, che quelle più vulnerabili che rimangono a casa.

In questo modo il governo cinese punta anche a proteggere automaticamente anche tutti gli altri, bloccando la circolazione del virus tra coloro che sono più esposti. Al momento i vaccini prodotti e approvati in Cina sono cinque: due sviluppati dal gruppo farmaceutico di Stato, Sinopharm, uno di Sinovac Biotech, uno di CanSino Biologics e uno dell'Istituto di microbiologia dell'Accademia delle scienze.

Secondo i dati ufficiali, allo scorso 24 marzo erano state somministrate nel Paese 85,86 milioni di dosi, una quantità che pone la Cina seconda solo agli Stati Uniti. Tuttavia, se consideriamo la popolazione, si tratta solo del 6%, di gran lunga al di sotto della media USA. Senza contare che le statistiche tengono conto delle dosi somministrate, non delle persone completamente vaccinate.

L'obiettivo di Pechino, comunque, è quello di arrivare a immunizzare il 40% della popolazione entro giugno: si tratta di circa 560 milioni di persone. Raggiungerlo vorrebbe dire somministrare circa 10 milioni di dosi al giorno, una quantità ancora lontanissima dalla media attuale, attorno ai 2 milioni e mezzo.