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Che fine hanno fatto le mogli dei combattenti Isis? Le spose della Jihad che nessuno vuole

Hanno seguito i loro uomini in Siria e Iraq per unirsi all’Isis. Adesso che il progetto di realizzare uno Stato islamico nel cuore del mondo arabo è definitivamente tramontato, il destino di migliaia di donne straniere, e dei loro figli piccoli, rimane sempre più incerto. Detenute in una prigione di massima sicurezza irachena, i loro Paesi d’origine non le rivogliono indietro perché le considerano “bombe ad orologeria”.
A cura di Mirko Bellis
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Alcune donne sospettate di far parte dell'Isis arrestate in Iraq (Gettyimages)
Alcune donne sospettate di far parte dell'Isis arrestate in Iraq (Gettyimages)

“Voglio rientrare in Francia ma non so come”, afferma una donna di origine cecena che sostiene di aver vissuto a Parigi.  Arrivata in Medio Oriente al seguito del marito per unirsi allo Stato islamico, è stata arrestata dai peshmerga curdi dopo la caduta di Tal Afar, l'ultimo bastione dell'Isis nell'Iraq settentrionale. Assieme a lei, sono almeno 3.000 i familiari degli estremisti islamici attualmente sotto custodia; più della metà sono donne e bambini stranieri la cui sorte appare sempre più incerta.

Mentre la battaglia per espugnare i territori occupati dagli uomini delle bandiere nere sta volgendo al termine, rimane il problema di cosa fare delle mogli dei foreign fighters accorsi in Siria e Iraq per instaurare il Califfato. Alcune hanno seguito volontariamente i loro uomini, altre sono state ingannate e sono rimaste intrappolate dentro un incubo. Provengono da Russia, Turchia, da Paesi dell’Asia centrale come Tagikistan e Kirghizistan, ma ci sono anche europee, cittadine con passaporti francesi o tedeschi. E proprio i governi occidentali stanno negando alle autorità irachene il rimpatrio perché le considerano autentiche “bombe ad orologeria”.

Le “spose della jihad” non conoscono il destino dei loro mariti. La liberazione di Mosul – da dove Al Baghdadi aveva proclamato nel 2014 la nascita del sedicente Califfato –  ha significato la morte di almeno 40.000 persone, tra cui anche molti combattenti stranieri dell’Isis. Se in un primo momento le mogli dei jihadisti si erano confuse tra i civili in fuga, ben presto sono state individuate e confinate in un campo allestito appositamente per loro.

Adesso migliaia di donne, assieme ai loro figli, sono detenute in un carcere di massima sicurezza a Tel Keif, pochi chilometri a nord di Mosul. Sky News ha avuto accesso al centro di detenzione e ha potuto intervistare quattro recluse europee. E’ apparso subito chiaro che, almeno per alcune di loro, il viaggio verso la “terra promessa” dall'Isis è stata una scelta deliberata. E’ il caso di Kheda, una tedesca madre tre bambini. “In Germania potevano indossare il burqa perché non è proibito però la gente ci prendeva in giro e ci insultava”, confessa la donna. “Ci dicevano: ʻPerché andate in giro conciate così?’, ma nessuno può criticare le nostre burqa o il nostro modo di coprirci”. “Qui potevamo vestirci di nero, prenderci cura dei nostri figli senza che nessuno ci additasse mentre andavamo al mercato. “Non c’erano problemi sotto il Califfato”, gli fa eco Yevgenia, un russa arrivata da Volgograd. Di fronte agli orrori perpetrati dai fanatici dello Stato islamico a Mosul e nelle altre città sotto il loro controllo, Yevgenia ribalta la questione: “Come descrivereste le persone che sganciano bombe sui civili? Quante donne e bambini sono stati uccisi? E’ abbastanza controverso stabilire chi sono i veri terroristi”.

E’ proprio il livello di adesione all'ideologia jihadista che ha portato le forze di sicurezza irachene a considerare queste donne una minaccia terrorista.  Wahab Altaey, un funzionario del ministero dell’interno di Baghdad, afferma che è in corso una “lotta” con i Paesi d’origine per ottenere il loro rimpatrio. “La maggior parte dei governi non accetta l’idea di riavere le mogli dei jihadisti. I ragazzi sono considerati delle bombe pronte ad esplodere”, ha aggiunto Altaey. Dalla Francia era arrivata una timida apertura proprio per i più piccoli, vittime inconsapevoli del fanatismo religioso dei genitori. Secondo quanto riportato da Reuters, da settembre la diplomazia transalpina sarebbe al lavoro per trasferire in Francia i bambini che ne hanno diritto. Per gli adulti, invece, non è previsto nessun ritorno in patria e dovranno affrontare un processo in Iraq.

Accanto alle donne che ancora sostengono l'Isis ci sono anche quelle che si dimostrano pentite. “Mio marito mi disse ʻfacciamo una vacanza in Turchia’, e siamo finiti nel Califfato”, racconta Jamelah, una francese di origini algerine madre di una bambina. “Volevo scappare però era impossibile. L’ho capito tre giorni dopo il nostro arrivo a Istanbul. Non avevo un telefono, nessun accesso a internet, cosa potevo fare?”. “Dopo l’addestramento militare di mio marito a Raqqa – continua Jamelah – ci hanno detto che avevano bisogno di uomini a Mosul e così ci hanno portati qui”.

In attesa che i Paesi d’origine accettino di occuparsi di loro, le autorità irachene hanno assicurato che le mogli e i figli degli estremisti islamici rimarranno in carcere. Un’altra cosa appare chiara agli occhi delle spose della jihad: dopo la fine dello Stato islamico, una volta in patria ad attenderle ci sarà soltanto un'altra prigione.

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