I Conservatori britannici hanno vinto le elezioni nel Regno Unito. Il leader dei Tories, Boris Johnson, si assicura quindi la maggioranza alla Camera dei Comuni, che dovrebbe facilitare il raggiungimento di un accordo e la chiusura della Brexit entro il prossimo 31 gennaio, come da previsioni. La soglia della maggioranza a 326 seggi, infatti, sarebbe stata largamente superata da Johnson che a questo punto vede la strada in discesa per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea.

"Con questo mandato finalmente realizzeremo la Brexit. Metterò la parola fine a tutte le assurdità di questi tre anni e realizzerò la Brexit entro gennaio, senza se e senza ma", ha subito commentato Johnson. Tuttavia, questa prospettiva potrebbe infine non concretizzarsi: tornerebbe quindi il fantasma di una No Deal Brexit. Ma cosa significa No Del Brexit? Quali sono le conseguenze di un'ipotesi di questo tipo? Procediamo con ordine.

Cosa significa No Deal Brexit?

No Deal Brexit significa letteralmente "nessun accordo". No Deal Brexit allude quindi a un'uscita del Regno Unito dall'Unione europea senza accordo. In altri termini, un divorzio tra Londra e Bruxelles senza un'intesa in ambito commerciale, normativo e giuridico. Nel caso in cui non si riesca a trovare un accordo, il Regno Unito lascerebbe l'Ue senza alcuna garanzia sui rapporti futuri tra le due parti: un'uscita immediata quindi dal mercato unico e dall'unione doganale, ma anche dall'intero quadro di istituzioni europee.

Al momento Johnson non sembra preoccupato e continua a insistere sul fatto che le trattative per la Brexit verranno portate a termine entro il prossimo 31 gennaio. In questa prospettiva, dopo il 31 gennaio i negoziati dovrebbero riprendere per definire i rapporti futuri tra Londra e Bruxelles. Finora questi hanno riguardato specificatamente solo i termini dell'uscita. Con un maggiore sostegno a suo favore, il premier Johnson potrebbe facilmente portare a casa una hard Brexit, cioè un divorzio basato sul modello canadese. Si avrebbero in quel caso rapporto di libero scambio, e non più un canale privilegiato, che allontanerebbe Londra dall'universo europeo per avvicinarla invece all'asse statunitense.

Tuttavia, in assenza di un accordo, il Regno Unito diventerebbe automaticamente una parte terza rispetto all'Ue, al di fuori della struttura legislativa ed economica comunitaria. Quali sarebbero in questo caso le conseguenze?

Quali sono le conseguenze di una No Deal Brexit?

Secondo gli euroscettici britannici una No Deal Brexit rappresenterebbe un'enorme opportunità per il Paese che, una volta superato lo scossone iniziale, potrebbe sviluppare a pieno tutte le sue potenzialità. I dati sembrano dipingere però uno scenario diverso, con risvolti gravissimi per l'economia britannica, come affermato dalle previsioni della stessa Unione europea:

In caso di uscita senza accordo, il Regno Unito diventerà un paese terzo senza poter usufruire di un regime transitorio. Da quel momento tutto il diritto primario e derivato dell'UE cesserà di applicarsi al Regno Unito e non vi sarà il periodo di transizione previsto dall'accordo di recesso, il che ovviamente causerà notevoli disagi ai cittadini e alle imprese.
In questo scenario, le relazioni del Regno Unito con l'UE saranno disciplinate dal diritto pubblico internazionale, che comprende le norme dell'Organizzazione mondiale del commercio. L'UE sarà tenuta ad applicare immediatamente la propria normativa e le proprie tariffe alle frontiere con il Regno Unito, inclusi i controlli e le verifiche del rispetto delle norme doganali, sanitarie e fitosanitarie e la verifica di conformità alle norme dell'UE. Nonostante gli intensi preparativi delle autorità doganali degli Stati membri, i controlli potrebbero causare enormi ritardi alle frontiere. Inoltre, i soggetti del Regno Unito non potranno più essere ammessi a beneficiare delle sovvenzioni dell'UE né a partecipare alle procedure di aggiudicazione degli appalti dell'UE secondo le attuali modalità.
I cittadini britannici non saranno più cittadini dell'Unione europea e saranno sottoposti a controlli supplementari quando attraverseranno le frontiere all'interno dell'UE. Anche in questo ambito gli Stati membri hanno effettuato importanti preparativi nei porti e negli aeroporti per garantire la maggior efficienza possibile dei controlli, ma potranno comunque verificarsi dei ritardi. 

Scambi commerciali e mercato unico

In caso di una Brexit senza accordi non ci sarebbe il tempo per definire un accordo commerciale tra Londra e Bruxelles. Gli scambi tra le due parti non potrebbero quindi più beneficiare delle agevolazioni al momento in atto, che prevedono l'eliminazione delle tasse sulle importazioni ed esportazioni, e sarebbero invece automaticamente regolati dall'Organizzazione mondiale del commercio. Verrebbero quindi applicate delle imposte standard, stabilite dall'Omc, per cui molte imprese rischierebbero di rendere la loro produzione molto meno competitiva rispetto a quanto non lo sia ora. Questo risulterebbe in un aumento dei prezzi per i consumatori e nell'abbandono del territorio nazionale da parte di molte imprese che potrebbero decidere di spostarsi verso l'Europa continentale per facilitare le loro operazioni commerciali.

Perdendo l'accesso al mercato unico europeo, i prodotti britannici saranno sottoposti a tariffe aggiuntive. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, il Regno Unito potrebbe perdere circa 12 miliardi di sterline di esportazioni. Potrebbero rivelarsi ancora più elevate, tuttavia, in quanto non bisogna semplicemente tenere conto delle tasse aggiuntive verso gli Stati membri, ma anche di costi secondari derivati dai controlli di frontiera e dagli accordi commerciali di altri Paesi. Alcuni mercati, infatti, hanno siglato accordi commerciali con l'Ue, ma non hanno stretto alcun tipo di intesa con il Regno Unito: si dovrà quindi aggiungere anche il costo degli scambi commerciali fra Londra e alcuni Paesi terzi.

Bilancio e istituzioni

Uscendo dall'Unione senza un accordo, il Regno Unito smetterebbe immediatamente di far parte delle varie istituzioni comunitarie. Questo significa che non dovrà più aderire a trattati europei e normative comunitarie. Allo stesso tempo, con l'uscita dall'Ue, il Regno Unito smetterà di contribuire al bilancio comunitario. Questo non si traduce però in un mero risparmio, in quanto Londra perderà anche immediatamente l'accesso ai fondi e finanziamenti di Bruxelles. Non si tratta di perdite inconsistenti: basta pensare che solamente lo scorso anno gli agricoltori britannici ricevettero circa 3 miliardi e mezzo di sterline dalla Pac, la politica agricola comunitaria.

Circolazione e frontiera

I cittadini europei residenti al momento del Regno Unito, fra cui moltissimi italiani, si troverebbero di punto in bianco senza uno status giuridico. Si aprirebbe quindi una zona grigia dal punto di vista legale, in quanto queste persone sarebbero di fatto degli extracomunitari, così come i cittadini britannici nell'Unione. Verrebbe anche meno la possibilità di viaggiare liberamente tra Ue e Regno Unito, come stabilito al momento da precisi accordi. La frontiera che separa lo spazio comunitario dal Regno Unito diventerebbe come qualsiasi confine che separa l'Unione da Paesi terzi: in altri termini, maggiori controlli sia per le persone che per quanto riguarda le merci, che sarebbero sottoposte a test di verifica degli standard del Paese, in primis in ambito sanitario.

Ci sarebbe quindi il problema della frontiera irlandese: la questione rimarrebbe insoluta anche se il governo sta cercando in ogni modo di scongiurare l'ipotesi di un cosiddetto confine duro, tenendo conto delle "sensibilità" storiche e sociali che attraversano l'isola. Si cercherà quindi di tenere un confine aperto tra la Repubblica d'Irlanda e l'Irlanda del Nord, conservando la possibilità del libero transito.

Quanto costa il No Deal?

Secondo uno studio commissionato dal governo britannico, l'ipotesi di un divorzio senza accordo potrebbe costare al Regno Unito più del 10% del suo Pil in 15 anni. L'Istituto per gli Studi Fiscali ha inoltre denunciato la probabilità di un serio aumento del debito pubblico del Paese, che potrebbe arrivare fino al 90% del Pil. Mark Carney, il governatore della banca d'Inghilterra, ha affermato che l'ipotesi di una No Deal Brexit causerebbe "uno shock istantaneo" all'economia britannica, facendo schizzare i prezzi alle stelle e diminuendo il potere d'acquisto delle famiglie.

In particolare, il settore automobilistico ha espresso le proprie preoccupazioni sull'ipotesi di un'uscita senza accordo, affermando che il mercato meccanico britannico ne verrebbe devastato, con perdite per la produzione fino a 40 miliardi di sterline. La Società dei produttori e commercianti di automobili ha anche avvisato che migliaia di posti di lavoro sarebbero a rischio senza un accordo sulla Brexit: il settore conta circa 168mila impiegati in tutto il Regno Unito.

Secondo i sostenitori più accaniti della Brexit un'uscita immediata e senza intesa svincolerebbe il Regno Unito dal pagamento dei 39 miliardi di sterline previsto nell'accordo di divorzio. Tuttavia, come si è visto, le conseguenze nel lungo periodo prospettano un conto ben più salato.

Quali sono le probabilità di un No Deal?

Ad oggi un No Deal non sembra l'ipotesi più probabile: se Boris Johnson non avesse vinto con una maggioranza così ampia, sarebbe stato un percorso in salita per il Regno Unito e il premier avrebbe dovuto far fronte a diverse fazioni del suo partito, tra cui quella euroscettica, che avrebbero probabilmente puntato all'opzione del divorzio senza accordo. Ma non è stato questo il caso. E il Brexit Party di Nigel Farage non ha ottenuto nemmeno un seggio.

Tuttavia, finché questa eventualità non sarà totalmente scongiurata, è bene ricordare che in caso di No Deal non sarà solamente il Regno Unito a rimetterci. Anche l'Italia ha moltissimo da perdere, in quanto il nostro Paese presenta un saldo commerciale fortemente attivo con il Regno Unito: in altre parole, cioè Roma esporta verso Londra più di quanto importi. I dazi colpirebbero quindi in maggior modo l'export italiano.