“La noia per i bambini può diventare un lusso”: quanto costa crescere due figli in un quartiere difficile

A cura di Giulia Renda
mamme lavoratrici
Crescere due figli significa anche decidere dove possono giocare, trovare qualcuno che li riprenda da scuola, chiedere permessi al lavoro e capire come riuscire a far quadrare tutto. Claudia racconta cosa significa farlo oggi, in un quartiere difficile di Torino, Barriera Milano.

Per molti genitori crescere i propri figli in quartieri di periferia non è semplice: tra lavori poco flessibili, assenza di servizi e strade insicure, per le famiglie anche il tempo libero dei bambini può rappresentare un problema. Fanpage.it raccoglie le storie di genitori e le loro difficoltà nella gestione della famiglia, se anche tu vuoi segnalarci la tua storia scrivi a segnalazioni@fanpage.it o compila questo form.

Crescere due figli significa anche imparare a fare i conti con gli spazi in cui vivono, con gli orari della scuola e con quelli del lavoro. Per Claudia, mamma di due bambini di 13 e 8 anni, questi incastri diventano ancora più difficili vivendo a Barriera Milano, a Torino.

“Tutte le volte che che c'è da parlare di disagio, di problemi legati all'immigrazione e allo spaccio, si cita Barriera Milano. Come faccio a crescere serenamente due bambini così?”. A dirlo a Fanpage.it è Claudia una mamma che vive a Torino destreggiandosi tra le difficoltà di una grande città e di un quartiere difficile. "Il grande tornando da solo si rende conto di alcuni traffici e situazioni che ruotano attorno al quartiere, alla piccola riusciamo ancora a farle percepire la situazione in maniera diversa", Claudia inizia a parlare così della percezione che i suoi figli hanno del quartiere, tra attenzione e ingenuità.

"Alcuni parchi giochi sono diventati inutilizzabili, come il Parco Sempione. Noi, essendo un po’ più distanti, lo viviamo meno direttamente. Il Peppino Impastato, invece, è un luogo dove ci siamo noi, dove ci sono le famiglie, e dove è più difficile vedere certi traffici, come quello della droga". Claudia ha imparato a muoversi nel quartiere, scegliendo, anche per i suoi figli, gli spazi in cui sentirsi più tranquilli. "È come se ci fossimo silenziosamente divisi gli spazi del quartiere con la malavita", dice. Una divisione che, racconta, è diventata parte del modo in cui le famiglie vivono e attraversano Barriera Milano.

Sulla sicurezza, però, il discorso per Claudia cambia ancora. "I bambini d’estate dovrebbero avere tempo per annoiarsi, ma in un quartiere come Barriera Milano anche la noia può diventare un lusso", dice. Lasciare che i propri figli escano, girino da soli o semplicemente si fermino sotto casa non è vissuto con la stessa tranquillità che, forse, apparteneva all'infanzia di Claudia. Lo dimostra anche un episodio che Claudia ha vissuto insieme al figlio più grande. "Una domenica, tornando a casa con lui dopo pranzo, due persone si stavano menando per della droga. Lui ha assistito alla scena". Un’immagine che un ragazzino di 13 anni si trova davanti e che, inevitabilmente, apre domande a cui un genitore deve poi provare a rispondere.

Il lavoro non aspetta la scuola

Quando Claudia parla dell'inizio della scuola, non parla soltanto di orari. Per lei, il rientro a scuola e le due settimane di reinserimento significano anche questo: organizzare una rete di persone che possa coprire ciò che la scuola non copre. “Entrano alle 8.30 ed escono da scuola alle 12.30. Qualsiasi lavoro tu faccia, se non hai qualcuno che ti aiuta è impossibile. Perché il tempo dei bambini deve fare i conti con quello dei genitori, e non sempre è facile farli coincidere. Claudia lavora 35 ore a settimana, in un part-time che lei stessa definisce “molto buffo, ha alcuni dei limiti del part-time, ma non tutti i vantaggi”. È anche da qui che parte il discorso su come la genitorialità viene percepita nei luoghi di lavoro. 

Perché se sulla carta il problema dovrebbe essere lo stesso per uomini e donne, nella pratica non sempre è così: a cambiare è anche lo sguardo che colleghi e datori di lavoro hanno su una mamma o su un papà che chiede di uscire prima, di prendersi un pomeriggio o di organizzarsi la vita attorno ai figli. Nel suo settore, la metalmeccanica, racconta, che "Se è un papà a chiedere un permesso perché deve stare con i bambini, la reazione è diversa. Noti subito i commenti, l'alzata di sopracciglio”. Una reazione che la porta a chiedersi, “Mamma mia, ancora nel XXI secolo siamo messi così, a me nessuno fa storie perché sono una mamma, non è normale”. 

La scuola non aspetta i genitori

“Il problema, però, non è solo riuscire a ottenere un pomeriggio libero dal lavoro. C'è anche il tempo ristretto e preciso che hai per andarli a riprendere a scuola”, ci racconta Claudia. Per i bambini più piccoli qualcuno deve esserci quando suona l'ultima campanella. Alle medie, invece, Claudia ha potuto lasciare al figlio una maggiore autonomia, lasciandolo tornare a casa da solo, prendendo il pullman. Alle elementari, dove si trova la sua bimba di 8 anni, è diverso, “ Bisogna ancora accompagnarli e soprattutto andare a riprenderli a un'ora precisa. E qui arriva l’occhio giudicante degli altri genitori come se non bastasse tutto il resto. Se non sei lì per lo scoccare dell'ora, un altro genitore è costretto a tardare per attendere te.”  Claudia ricorda di aver sentito questo giudizio pesante ancora prima di avere figli, quando qualcuno criticava chi accompagnava i bambini in macchina e li lasciava davanti alla scuola e poi ripartiva per andare al lavoro. “Ma tu non sai dove deve essere questo genitore tra 3 minuti netti, oggi mi ci ritrovo a pieno”. 

I centri estivi e il paradosso della fascia media

Ma il problema dell'organizzazione non è solo riuscire ad andare a prendere i figli in orario. Anzi, quando la scuola chiude, il problema si ripropone in un'altra forma: bisogna trovare qualcuno che li tenga, e anche in questo caso la soluzione dipende dalle possibilità economiche della famiglia.

A Torino, racconta Claudia, per i centri estivi comunali il pagamento viene stabilito in base alla fascia ISEE. Un sistema che, secondo lei, rischia di mettere nella stessa categoria famiglie con disponibilità economiche molto diverse. “Io sono nello scaglione di Chiara Ferragni, perché lavoriamo in due e abbiamo casa. Ma è evidente che io non ho quella potenza economica”. Il punto, per Claudia, è proprio ciò che succede una volta superata una certa soglia, “Nello scaglione sopra i 32 mila euro annui siamo tutti equiparabili ai calciatori? Non credo proprio ”. Tra un reddito di 40mila euro e uno di 100mila la differenza è evidente. Eppure, oltre una determinata soglia, il sistema finisce per trattarli allo stesso modo.

Alla fine, dietro ogni incastro c'è una rete: il proprio compagno o marito, i nonni quando ci sono, gli amici e altre mamme. “Io voglio 10 crediti di ingegneria gestionale ogni volta che mi devo mettere lì e far quadrare tutto". Per Claudia il punto è proprio questo, non dovrebbe essere tutto affidato alla capacità delle famiglie di incastrare ogni pezzo. “Sarebbe tutto da ripensare”.

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