A Gaza sopravvive solo chi ha i soldi per comprare il poco cibo rimasto: “Non si limitano alle bombe”
A casa di Mohammed Alamarin non arriva un soldo da tre mesi, l’intera famiglia vive grazie ai pochi risparmi messi da parte quando la sua pizzeria era ancora aperta, e grazie alle donazioni. Presto anche questi, però, finiranno. “Si tratta di una vera e propria ingegneria della carestia”, ci dice in collegamento telefonico il pizzaiolo di Gaza City che in questi anni è stato una delle nostre principali fonti nella Striscia di Gaza, dove ai giornalisti internazionali è ancora vietato accedere se non embedded con l’esercito israeliano.
“Hai abbastanza soldi per comprare cibo per la tua famiglia? Allora sopravvivi. Non li hai? Allora sei destinato a morire. Io, Mohammed, non riesco più a lavorare. Chiuderò il mio ristorante definitivamente perché la situazione è troppo difficile per poter continuare a lavorare”, continua l’uomo, padre di quattro figlie piccole.
Mercoledì scorso, mentre il mondo commentava i risultati delle elezioni di Midterm negli Stati Uniti, Israele chiudeva il valico di Rafah, l’unico insieme a quello di Karem Shalom che collega la Striscia con il resto del mondo.
“Il quattro novembre tutti i palestinesi in entrata e in uscita, compresi i malati che dovevano evacuare dalla Striscia, sono stati respinti e il valico è stato chiuso. Anche il passaggio dei camion dal lato egiziano è stato vietato. Non so con certezza il motivo, ma dicono che è per il contrabbando di sigarette e materiali proibiti che l'esercito ha sequestrato. Tutto questo per colpa degli sciacalli di guerra da parte palestinese, egiziana e israeliana”, commenta ancora Mohammed.
Le autorità israeliane continuano ad affermare che a Gaza il cibo è abbondante: in un video pubblicato lo scorso 29 ottobre, il Ministero degli Esteri israeliano ha mostrato su X: “Un supermercato a Gaza oggi. Scaffali completamente riforniti. Immagini scomode per chi diffonde la propaganda palestinese”. Tuttavia, sebbene un numero limitato di camion con aiuti commerciali e umanitari abbia ripreso a entrare nella Striscia a intermittenza dal cessate il fuoco dell'ottobre 2025, i prodotti freschi e la carne rimangono scarsi e inaccessibili per molti palestinesi sfollati.
Secondo l'Autorità Palestinese, il numero di camion commerciali entrati a Gaza ad ottobre 2026 è diminuito di oltre il 50% rispetto a settembre dello stesso anno, mentre il numero complessivo di camion che entrano nella Striscia è calato di oltre un quarto.
Le statistiche pubblicate dall'Autorità Palestinese per i valichi di frontiera hanno mostrato che a ottobre sono entrati nella Striscia di Gaza 1.758 camion commerciali, rispetto ai 3.781 di settembre, con una diminuzione di 2.023 camion. Anche il numero totale di camion in entrata, inclusi quelli che trasportano merci, aiuti umanitari e carburante, è diminuito da 5.265 a 3.836, con un calo del 27,1%, pari a 1.429 camion.
Il numero di camion che trasportavano generi alimentari e provviste è diminuito da 3.450 a settembre a 2.337 a ottobre, con una riduzione di 1.113 camion, pari al 32,3%. Il numero di quelli che trasportavano beni di consumo e articoli per la casa è diminuito del 37,2%. Allo stesso tempo, i camion che trasportavano attrezzature e forniture mediche e sanitarie sono scesi del 26,9%. Mentre il numero di camion che trasportavano alloggi e aiuti umanitari è aumentato da 139 a 330. I camion che trasportavano mangimi e sementi sono diminuiti del 40%. Le statistiche di ottobre non hanno registrato alcun camion specificamente adibito al trasporto di acqua, rispetto ai nove di settembre.
“La volontà è quella di mantenere Gaza in una crisi umanitaria costante", afferma ancora Mohammed. “Persino le medicine che fanno entrare nella Striscia sono inutili. Le vitamine che entrano a Gaza sono tutte contraffatte e contengono solo zuccheri. È una guerra su tutti i fronti: economico, sanitario, psicologico e militare. Non si limitano solo a bombardare”.
Adesso il valico di Rafah sembrerebbe essere stato riaperto, ma come ci riferiscono le nostre fonti nella Striscia resta aperto per un numero limitato di merci.
“L’altro ieri il valico è stato aperto e sono entrati ortaggi e gas. Ma non basta, fanno entrare qualcosa in modo da poter imporre la carestia senza renderla visibile ai media”, denuncia ancora Mohammed.
Tutto ciò si verifica in concomitanza con l’aumento dei prezzi e il calo del potere d'acquisto dei residenti di Gaza. “I prezzi sono controllati dai mercanti: due giorni fa, un chilo di farina costava 7 shekel (moneta israeliana); oggi ne costa 5 solo perché hanno riaperto il valico di Rafah. Il prezzo delle verdure era di 12 shekel al chilo, oggi è sceso a 10 shekel. Non c'è stabilità. Inoltre, il prezzo di un chilo di gas era di 90 shekel oggi, ma tre giorni fa, quando Israele ha annunciato la chiusura del valico di Rafah, è salito a 150 shekel”, conclude Mohammed.
Intanto, il mese scorso, il Programma Alimentare Mondiale (PAM) delle Nazioni Unite ha annunciato tagli significativi ai suoi aiuti nella Striscia: dopo aver fornito supporto a 1,6 milioni di palestinesi, ora assisterà solo 1,1 milioni di persone.
La notizia, insieme alla chiusura ad intermittenza dei valichi, al crollo del potere di acquisto, all’instabilità del mercato e alla possibilità di una nuova escalation con l’Iran, ha sollevato concreti timori di un ritorno alla carestia a Gaza, con il terrore che mentre il mondo ha gli occhi puntati sulla formazione del nuovo governo in Israele, nella Striscia si possa ricominciare a morire di fame.