L’italiano arrestato insieme a suo figlio da Israele: “Espulsi per aver aiutato i palestinesi, il nostro governo tace”
Sequestrati da soldati israeliani, malmenati, chiusi in una cella in condizioni disumane, poi espulsi con un bando di dieci anni. E dal governo italiano non una parola di solidarietà, di vicinanza o di semplice richiesta di chiarimenti. D'altro canto cos'altro aspettarsi? In fondo, stavano solidarizzando con dei palestinesi. È la storia di Manuel e Alberto Tartarotti, i due volontari altoatesini fermati nei giorni scorsi in Cisgiordania mentre svolgevano attività di monitoraggio e presenza nonviolenta a supporto delle comunità contadine locali.
Alberto Tartarotti ha 67 anni. Suo figlio Manuel, 35 anni, è un ricercatore della Libera Università di Bolzano con una lunga esperienza nella cooperazione internazionale. Erano arrivati in Cisgiordania per affiancare Youth of Sumud, l’associazione pacifista palestinese di base a South Hebron Hills insignita quest'anno del Premio Alexander Langer. Intervistato da Fanpage.it, Alberto ha raccontato nel dettaglio l'ingiustizia di cui sono stati vittime lui e Manuel, il crescendo di intimidazioni, botte e accuse inverosimili, nel tentativo palese di criminalizzare la presenza di osservatori stranieri. Ma prima di entrare nel dettaglio, altoatesino fa una premessa: "Sia chiaro, quello che abbiamo subito è nulla rispetto a quello che Israele fa ai palestinesi ogni giorno".
"Siamo arrivati in Cisgiordania domenica scorsa", racconta Alberto. "Eravamo ospiti dell'organizzazione Youth of Sumud, coordinata da Sami Huraini, nel villaggio di At-Tuwani, nell'area di Masafer Yatta a sud di Hebron. Già il lunedì mattina siamo dovuti intervenire d’urgenza perché i coloni israeliani stavano rubando le olive ai palestinesi. Quando siamo arrivati sul posto, purtroppo, ne avevano già portati via tre sacchi e a quel punto è intervenuto l'esercito in difesa dei coloni, costringendoci a retrocedere".

La situazione precipita il martedì mattina. Mentre il gruppo stava organizzando la distribuzione dei volontari sulle varie colline, arriva una segnalazione allarmante a Sami Huraini: tre bulldozer militari sono entrati nei terreni di un villaggio vicino ad At-Tuwani. "Siamo corsi sul posto. Eravamo io, mio figlio Manuel, Sami, due residenti palestinesi e quattro giornalisti di Al Jazeera. Ci siamo fermati a circa quattro chilometri di distanza dal punto esatto in cui i mezzi stavano demolendo due case e un pozzo, così da permettere ai reporter di riprendere la scena. Noi eravamo semplicemente seduti sul muretto a secco di un villaggio già abbattuto in passato. Dopo una ventina di minuti è arrivata la polizia, quasi sicuramente allertata dai militari che scortavano i bulldozer".
A quel punto scatta la trappola. I poliziotti chiedono i documenti, isolano Manuel portandolo all’interno di ciò che resta dei bagni di una scuola distrutta per un primo interrogatorio, poi scatta l’aggressione vera e propria. "Ci hanno trascinati per una cinquantina di metri fino a dove avevano parcheggiato le loro jeep. Ci hanno bendato gli occhi e costretto a salire carponi nel retro dei mezzi. Si sono seduti sui sedili appoggiando con forza gli scarponi sulle nostre schiene. Manuel è stato malmenato: gli hanno sferrato due pugni nello stomaco e uno in pieno volto. Io sono stato strattonato con violenza".
I due vengono condotti prima all'interno di un insediamento colonico per un cambio vettura, poi trasferiti negli uffici della polizia giudiziaria a Hebron. "Ci hanno fatto sedere su una panchina, con la faccia rivolta al muro, vietandoci tassativamente di parlare per quattro ore di fila. All'inizio pensavamo alla solita manovra intimidatoria per farci paura, una procedura di fermo come ci era già capitata a maggio dell’anno precedente. Eravamo convinti che verso sera ci avrebbero rilasciati. Invece la situazione è precipitata".
Nel pomeriggio, infatti, padre e figlio vengono separati e condotti nei singoli uffici per l'interrogatorio formale. "Prima di iniziare mi hanno fatto parlare al telefono con un avvocato palestinese. In un italiano stentato mi ha detto poche parole raggelanti: ‘Siete accusati di terrorismo, non firmate alcun foglio se non è tradotto nella vostra lingua'. Poi ha riagganciato. In quell'istante ho capito che eravamo finiti in un incubo: ci stavano dichiarando in arresto come terroristi".
L’interrogatorio assume contorni surreali. Gli agenti sbattono sul tavolo un faldone stracolmo di documenti e materiale informatico scaricato su Alberto. "Hanno iniziato a chiedermi se facessi parte di organizzazioni terroristiche italiane, citando forze politiche legali che siedono regolarmente nel consiglio provinciale di Bolzano come il Team K, la Sinistra di Die Linke o Rifondazione Comunista. Ho dovuto spiegare a dei poliziotti israeliani che si trattava di normalissimi partiti democratici italiani. Vedendo cadere quella pista, hanno provato a contestarci l'ingresso illegale in una zona militare chiusa. Ho ribadito che non c'era nessun cartello, nessuna recinzione, nessuna ordinanza visibile. Solo dopo ho capito il loro meccanismo: ogni volta che radono al suolo una casa o un villaggio palestinese, l'area diventa automaticamente e retroattivamente zona militare".
Gli inquirenti non mollano e insistono sull'accusa di terrorismo, prendendo di mira il passato associativo di Alberto a Bolzano. "Hanno passato al setaccio i miei trascorsi all’interno di Spazio 77, un circolo culturale che opera da anni nel capoluogo altoatesino. Per tre interrogatori consecutivi ho cercato di spiegare che è una realtà trasparente che organizza conferenze e dibattiti sulla nostra terra. Ma per loro Spazio 77 era un covo terroristico collegato all'altra presunta cellula, cioè Youth of Sumud".
Durante i rilievi fotosegnaletici e la presa delle impronte digitali, Alberto scorge il figlio attraverso una porta: "Ho visto passare Manuel in corridoio con i ferri ai polsi e le catene ai piedi. Lì mi sono spaventato sul serio, ho capito che non scherzavano affatto". Terminate le formalità, i due vengono rinchiusi in cella per la notte. "Era un immondezzaio indescrivibile. Non abbiamo avuto il coraggio di sdraiarci sulle brande per quanto facevano schifo. Abbiamo passato tutta la notte seduti sul bordo di un letto di ferro, sonnecchiando appoggiati uno alla spalla dell'altro".
Prima dell’alba, i secondini tornano a prelevarli. Vengono nuovamente incatenati mani e piedi e caricati su un furgone blindato diretto all'ufficio immigrazione di Tel Aviv. Manuel riesce appena a telefonare a Sami Huraini per farsi recuperare i bagagli, che la polizia aveva già requisito e svuotato. All'aeroporto Ben Gurion va in scena l'ultimo atto: il ricatto giudiziario. "Ci hanno messi davanti a un bivio: rimanere in carcere in attesa di un magistrato per un processo che si sarebbe tenuto dopo quattro o cinque giorni, oppure accettare l'espulsione immediata con divieto di rimettere piede in Israele e nei Territori per dieci anni. Abbiamo scelto di tornare a casa. Alle sei di sera eravamo su un aereo di linea per Roma".
Dalle istituzioni italiane, nel frattempo, è calato un silenzio assordante. Nessun funzionario consolare si è presentato in commissariato, nessuna telefonata di verifica o supporto è mai arrivata, né durante le quarantotto ore di detenzione né dopo il rientro a casa. "Mai sentiti, mai contattati. Né prima, né durante, né dopo", conferma amaro Tartarotti.
Eppure, per Alberto, la priorità oggi non è denunciare il torto subito: "Noi siamo a casa, sul nostro divano, al sicuro nella nostra quotidianità. Quello che abbiamo vissuto noi è nulla rispetto alla tragedia quotidiana dei palestinesi. Rispetto a un anno e mezzo fa, la situazione è degenerata in modo spaventoso. I coloni agiscono con totale impunità: hanno aperto tre nuovi avamposti attorno ad At-Tuwani, si stanno prendendo tutte le colline, devastano i campi, abbattono il bestiame e picchiano la gente. Fanno il lavoro sporco per conto del governo, e l'esercito interviene puntualmente per scortarli e per arrestare chi documenta gli abusi".
Secondo Alberto Tartarotti l'obiettivo delle autorità di Tel Aviv è ormai chiaro: fare terra bruciata di qualunque osservatore esterno. "Il giorno dopo il nostro rientro hanno fermato altre cinque ragazze italiane che avevamo conosciuto alla vigilia della partenza. Tagliano la corrente alle sedi dei comitati popolari e deportano i volontari. Vogliono espellere occhi, orecchie e bocche che possano testimoniare al mondo la pulizia etnica in corso in Cisgiordania. Il fatto che il governo italiano non spenda una parola per noi non ci sorprende affatto, ma pretendiamo che prenda una posizione netta su ciò che sta accadendo in Palestina".