“Non abbiamo il mare ma sappiamo tuffarci”: la resistenza dei bambini per salvare le antiche piscine di Betlemme

Immagine
Bambini si tuffano nelle piscine di Salomone a Betlemme il 15 agosto
Le millenarie Piscine di Salomone sono nel mirino del governo israeliano, che punta all’annessione dell’area. A difenderle c’è il presidio dei bambini palestinesi: senza accesso al mare, hanno trasformato le vasche nella loro unica oasi di libertà e resistenza.

La sospensione di pochi secondi che separa il punto da cui ci si lancia dall’arrivo in acqua è uguale in tutto il mondo. La legge universale del tuffo dagli scogli, d’altronde, è la legge che unisce tutti i bambini cresciuti vicino al mare da Beirut a Gaza, da Napoli a Catania.

A Betlemme il mare non c’è, eppure Ahmed, braccia dritte davanti a sé e gambette tese, si lancia giù, incurante delle bottiglie di plastica e dell'acqua stagnante di queste piscine naturali.

Siamo a pochi minuti di macchina dal campo profughi di Dheisheh, in uno dei pochissimi spazi verdi della zona.

Proprio qui, situate nell'Area A della Cisgiordania, a sud di Betlemme e sotto il controllo amministrativo e militare dell'Autorità Nazionale Palestinese, le tre monumentali Piscine di Salomone rappresentano uno dei complessi ingegneristici e idrici più imponenti dell'antichità. Costruiti oltre duemila anni fa, tra il periodo tardo-asmoneo e quello romano, questi immensi bacini scavati nella roccia fungevano da fulcro per una rete di acquedotti lunga oltre 70 chilometri. Sfruttando la gravità, il sistema garantiva l'approvvigionamento idrico di Gerusalemme, del Monte del Tempio e della fortezza dell'Erodion.

Immagine
Bambini si tuffano nelle piscine di Salomone a Betlemme il 15 agosto

Oggi, l'antico fasto idrico del complesso è ridimensionato. Nelle vasche confluisce molta meno acqua, una conseguenza diretta dell'abbandono dei tradizionali canali in pietra a favore delle moderne reti centralizzate, introdotte in maniera massiccia dopo l'occupazione militare del 1967, e delle frequenti deviazioni forzate delle sorgenti locali che un tempo alimentavano naturalmente l'area e adesso alimentano le colonie. Nonostante ciò, il sito si era trasformato in un'importante oasi ricreativa per le famiglie di Betlemme e dei vicini campi profughi.

Tuttavia, questo patrimonio storico e sociale è oggi al centro di un'aggressiva campagna condotta dalla leadership dei coloni israeliani, il cui obiettivo è la de-palestinizzazione dell'area per favorire l'espansione del limitrofo insediamento di Efrat.

Immagine
La colonia di Efrat

Ogni venerdì e spesso ormai anche di sabato i coloni israeliani delle colonie antistanti, scortati dall’esercito, vengono qui, intimidiscono i palestinesi fino a cacciarli via e si godono il sito.

“Prima venivano una volta all’anno, dopo hanno iniziato a venire una volta al mese, adesso una volta alla settimana. Hanno iniziato a parlare di un collegamento religioso con le piscine, che siano legate al giudaismo”, spiega a Fanpage.it Hasan Breijieh, presidente della commissione palestinese contro gli insediamenti e il muro, “il meccanismo è sempre lo stesso: due giorni per noi e cinque giorni per voi, ma un passo alla volta questo gli dà il diritto di prendere tutto. Esattamente quello che è successo con la moschea di Ibrahim ad Hebron  e quello che sta accadendo alla moschea di Al Aqsa a Gerusalemme”.

Lo scorso 25 maggio il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, accompagnato dal parlamentare di estrema destra Zvi Sukkot, ha effettuato una provocatoria visita ufficiale al complesso. Scortati da un massiccio contingente militare che ha allontanato i visitatori palestinesi, i politici hanno rivendicato l'autorità israeliana sul sito. Sukkot si è persino immerso in una delle vasche, mentre esponenti politici e leader dei coloni hanno dichiarato pubblicamente che l'assegnazione delle piscine alla gestione palestinese è stata un "errore inaccettabile" da rettificare.

Queste non sono azioni isolate, ma tasselli di un disegno politico e legislativo ben preciso. Il governo israeliano sta operando per aggirare e, di fatto, revocare le garanzie territoriali degli Accordi di Oslo attraverso l'approvazione parlamentare della neonata “Autorità per il Patrimonio della Giudea e della Samaria”, un ente statutario proposto e promosso alla Knesset per gestire i siti archeologici, le antichità e il patrimonio storico in Cisgiordania, e il massiccio stanziamento di fondi statali (inclusi 37 milioni di dollari sbloccati nell’agosto del 2026) per lo sviluppo dei cosiddetti "siti storici ebraici" in Cisgiordania.

“Guarda, guarda come salto”, urla Ahmed mentre tutto bagnato corre avanti e indietro sul bordo di una delle due piscine ancora piene d’acqua. Neanche la pioggia l’ha fermato.

Immagine
Bambini si tuffano nelle piscine di Salomone a Betlemme il 15 agosto

Da quando il progetto israeliano è diventato chiaro anche ai bimbi della zona, giovani e giovanissimi hanno creato un presidio permanente qui nelle piscine, venendo ogni giorno a fare il bagno, le gare di tuffi e addirittura a pescare. D’altronde per i bambini della Cisgiordania non esiste il mare, o meglio il mare è loro negato.

Khalil, sette anni, viene qui tutti i giorni, “mi piace molto”, ci dice, “è il mio posto preferito”.

Nonostante l’acqua stagnante, le bottiglie di plastica e la spazzatura tutto intorno, questo resta il sogno d’estate per questi bimbi che non avrebbero dove rinfrescarsi in pieno agosto. Le zone di mare sono tutte al di là del muro di separazione e per poter accedervi serve un permesso rilasciato da Israele. Ma non esistono permessi per andare al mare. Così le alternative restano molto poche: piscine private, per chi se le può permettere, o quelle naturali per tutti gli altri.

Questo sito prima dell’arrivo dei coloni era privato, solo dopo i bambini venendo qui per difenderlo dalla colonizzazione israeliana l’hanno liberato anche dalla proprietà privata.

“A volte i coloni con l’esercito lanciano granate, così noi veniamo come una forma di resistenza”, racconta Rayyan,  “prima pagavamo per venire qui poi, da quando i coloni hanno iniziato a venire, hanno aperto per tutti. I bambini vengono qui per difendere le piscine ma anche perché hanno bisogno di un posto per fare il bagno, avremmo il mare tecnicamente ma ci è proibito andarci. Persino al Mar Morto che è teoricamente in Cisgiordania non possiamo andare, perché è stato occupato. Nella mia vita sono andato due volte al mar morto ma sempre solo dalla parte giordana”.

Immagine
Bambini giocano nelle piscine di Salomone a Betlemme il 15 agosto

Così, in questa metà di agosto, tra il muro, i checkpoint e le colonie tutte intorno a Betlemme, queste piscine diventano l’oceano.

“Noi non abbiamo il mare ma sappiamo tuffarci meglio di chi ce l’ha”, commenta Ahmed prima di gettarsi giù ancora e ancora e ancora una volta. Respirando per pochi secondi, tra il cielo e il mare, la stessa libertà di tutti gli altri bambini del mondo.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views