Manovra 2027

L’economista Degni spiega la tassa occulta che il governo Meloni può usare per pagare la Manovra 2027

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A cura di Luca Pons
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Il tempo stringe per la manovra 2027, e il governo Meloni deve fare i conti: da dove verranno i soldi per l’ultima legge di bilancio prima delle elezioni? Tra scostamenti di bilancio e ipotetici tesoretti legati al Pnrr, si è aperta anche la questione del drenaggio fiscale, o fiscal drag. Fanpage.it ha chiesto all’economista Marcello Degni di fare chiarezza.
Intervista a Marcello Degni
Economista, magistrato Corte dei Conti Lombardia

Si avvicina il momento in cui il governo Meloni dovrà mettere nero su bianco la legge di bilancio per il 2027, l'ultima di questa legislatura. Sul tavolo ci sono già diversi impegni, dal taglio dell'Irpef alla cancellazione del bollo auto, ma anche iniziative su cui premono i singoli partiti, come l'anticipo pensionistico spinto dalla Lega.

Il problema è sempre lo stesso: dove trovare i soldi. Si parla di ipotetici ‘tesoretti' derivati dagli avanzi del Pnrr, o di ambiziosi scostamenti di bilancio (messi in difficoltà dai numeri del deficit). In più, c'è il cosiddetto fiscal drag: i soldi extra che lo Stato incassa dalle tasse quando l'inflazione sale. Fanpage.it ha intervistato Marcello Degni, economista e magistrato della Corte dei conti che per anni si è occupato di manovre di bilancio, lavorando con la Commissione tecnica della spesa pubblica al ministero dell'Economia e con l'Unità di valutazione finanziaria del Quirinale.

Un tema emerso negli ultimi giorni è quello del fiscal drag, o drenaggio fiscale. Per riassumere il meccanismo in poche parole: più i prezzi salgono, più le pensioni e gli stipendi aumentano; ma visto che gli scaglioni Irpef sono fissi, dipendenti e pensionati si trovano a pagare più tasse anche se il loro potere d'acquisto non è cambiato. Il governo può usare quei soldi in più incassati dallo Stato per finanziare la legge di bilancio? 

Il drenaggio fiscale, che è la vera ragione dell'aumento della pressione fiscale, pone un grosso problema tecnico e politico per il governo.

Guardando alle norme e i regolamenti europei in vigore oggi, nulla vieta di usare le risorse incassate dal fiscal drag per finanziare misure di vario tipo in manovra di bilancio. L'esecutivo, quindi, può tecnicamente usare quelle entrate come preferisce. A mio parere, sarebbe una forzatura sul piano politico, ma anche su quello costituzionale e delle prassi contabili.

Partiamo da quello più tecnico: quale sarebbe il problema?

La politica di bilancio degli ultimi decenni si è sempre incentrata sul principio che gli aumenti di gettito come quello dovuto al fiscal drag vanno usati in un certo modo: per ridurre il debito e non, invece, per aumentare la spesa. Farlo sarebbe una violazione della prassi consolidata da trent'anni a questa parte.

Ho delle perplessità, poi, anche sul piano costituzionale. I prelievi devono essere mossi dal principio della progressività, e il contribuente deve sapere quanto paga e perché. Non a caso la Costituzione dice che le entrate devono essere stabilite per legge. Questa invece sarebbe una tassa occulta, prelevata senza nessuna decisione a monte, quindi senza possibilità di discutere se sia giusto o sbagliato.

È questo l'ostacolo sul piano politico? Che si usano in manovra soldi presi dalle tasse, ma in modo ‘nascosto'?

Certamente, e peraltro si tratta di risorse prelevate, anche se indirettamente, da dipendenti e pensionati. Questa è la ragione per cui normalmente non si vede un utilizzo del genere di quegli introiti.

L'Italia, nonostante gli annunci e le attese, non è riuscita a scendere al 3% di deficit quest'anno. È un problema per il governo Meloni?

Dal punto di vista dell'immagine è sicuramente uno smacco, tenendo conto anche che il gap da colmare non era così ampio. Se da un lato è un fallimento del governo, però, dall'altro per il ministro dell'Economia può essere visto anche come un fatto positivo.

In che senso?

Durante la manovra di bilancio, il ministro dell'Economia è sempre assediato dai vari soggetti che cercano di avere maggiori risorse. Tanto più a ridosso delle elezioni: il cosiddetto ciclo elettorale della spesa è un tema ampiamente studiato dalla letteratura economica internazionale. Avere il 3,1% di deficit, sotto questo profilo, è un potente deterrente per ‘frenare' appetiti eccessivi.

Se invece fossimo riusciti ad arrivare al 3%, quanti soldi in più avrebbe avuto a disposizione il governo quest'anno?

Un margine di 6-8 miliardi di euro, direi, per quelle politiche tipiche del ciclo elettorale della spesa: bonus e interventi di breve respiro. Misure che, va detto, hanno caratterizzato la politica di bilancio anche negli anni scorsi. C'è una forte tendenza a non affrontare temi strutturali e a fare politiche di breve periodo. Un orizzonte temporale che si riduce ancora di più all'approssimarsi delle elezioni.

Se avessimo raggiunto l'obiettivo, saremmo usciti dalla procedura di infrazione dell'Unione europea. Quindi, l'Italia avrebbe potuto varare uno scostamento di bilancio (cioè prendere in prestito più soldi del previsto) da circa 36 miliardi di euro: 22 per le spese militari, 14 per l'energia, da usare nei prossimi tre anni. Ora qual è la situazione? Si può comunque decidere uno scostamento?

Grossi scostamenti non si possono fare: quando si è in procedura di infrazione, qualsiasi misura che non sia finalizzata alla riduzione del deficit è vista molto male dall'Unione europea. Anche se, in questa fase, i Paesi che si trovano in procedura di infrazione sono molti.

Si potrebbe provare uno scostamento più ridotto, che mantenga comunque il deficit sotto il 3% nei prossimi anni? È la richiesta, per esempio, di Matteo Salvini che ha affermato che serva uno "scostamento di miliardi" per le misure che il governo intende varare.

Viste le previsioni del deficit per i prossimi anni, mi pare che i margini siano molto ristretti.

Chiariamolo: dal punto di vista sostanziale, essere un decimo sopra o sotto il 3% non fa una grandissima differenza. Il problema è che i comportamenti del governo sono sotto l'attenzione dei mercati. Mercati che non dimenticano che, in questi anni, il debito pubblico italiano è aumentato significativamente.

Pensa che sia possibile un compromesso politico? Una trattativa in cui l'Italia chieda alla Commissione europea di ‘chiudere un occhio' e consentire comunque il famoso scostamento di bilancio da 36 miliardi, considerando che è arrivata vicina al 3% di deficit quest'anno e che scenderà al di sotto già dal prossimo anno?

Lo ritengo molto difficile. Ci possono essere dei margini di contrattazione politica, perché le nuove regole del Patto di Stabilità sono già sottoposte a fortissime tensioni, derivanti soprattutto dalla situazione geopolitica. Tuttavia, non vedo grossi spazi per la manovra di bilancio 2027: penso che quella sarà molto, molto contenuta.

A proposito di imposte, uno dei temi che fanno più discutere è quello del bollo auto. Pensa che il governo troverà i soldi per rendere strutturale la abolizione parziale che ha approvato, come promesso?

L'eliminazione del bollo auto è una tipica misura da ciclo elettorale della spesa, che va in contrasto con almeno tre elementi fondamentali. Tra le altre cose, è una misura fortemente antifederale: elimina l'unica vera imposta di stretta competenza delle Regioni (l'IRAP è regionale solo formalmente, perché viene stabilita dallo Stato).

Il governo, per finanziarlo e renderlo permanente, può usare i soldi ‘avanzati' dal Pnrr?

No, vorrebbe dire usare risorse in conto capitale (cioè temporanee) per coprire minori entrate correnti (cioè permanenti nel tempo). Sarebbe una proposta del tutto inammissibile, proprio dal punto di vista contabile.

Di questo ‘tesoretto' del Pnrr, però, si parla molto in vista della legge di bilancio. L'idea è che, se l'Italia completa tutti gli obiettivi del Piano senza usare tutti i soldi che aveva a disposizione, quelli avanzati si possano usare per fare qualunque altra cosa. Diventano, in sostanza, soldi prestati dall'Ue a condizioni favorevoli e che il governo è libero di impiegare come preferisce. Come la vede?

Faccio una premessa. Il Pnrr è stata una massa imponente di investimenti: come è possibile che abbia dato un contributo così minimo alla crescita? Se non ci fosse stato il Pnrr, oggi l'Italia sarebbe in recessione. Ma la crescita è rimasta estremamente bassa, nonostante siamo il Paese che ha ottenuto più risorse dal Piano. Vuol dire che i soldi sono stati usati in modo poco produttivo.

Il tema delle risorse che avanzano andrà chiarito dalla Commissione europea. A me pare una posizione contraria alle regole. Al di là delle normative, quei soldi andrebbero usati per fare investimenti: non per compensare la riduzione di entrate, come appunto nel caso del bollo auto.

Nei prossimi giorni arriveranno ulteriori chiarimenti sulla situazione: il 2 ottobre il governo varerà il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che dirà qual è il quadro economico in cui si muove l'esecutivo; entro il 20 ottobre, la manovra andrà inviata al Parlamento. Ad oggi, quale pensa che sarebbe la questione più importante su cui investire? 

La sanità. Nel 2025 il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è sceso al 6,2%, mentre la media Ue è del 7,1%, per non parlare di altri Paesi che vanno ben oltre. Il nostro sistema sanitario è ancora molto valido, tra i migliori al mondo, ma da anni scricchiola. Se non si interviene tempestivamente, si rischia di avviare un processo involutivo.

Il principio è sempre lo stesso: assistiamo a troppi interventi a pioggia che, in fin dei conti, non hanno effetti di medio e lungo periodo. Un esempio perfetto è la riduzione delle accise sui carburanti: il governo ha speso quasi tre miliardi di euro, per un intervento che di fatto non ha dato benefici reali ai cittadini. Quei tre miliardi, assegnati alla sanità, avrebbero potuto ottenere risultati importanti.

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