Pressione fiscale al 42,9% nel 2025, è il livello più alto degli ultimi 10 anni: perché è salita
Nel 2025 la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto all'anno precedente. È uno dei dati diffusi ieri dall'Istat nel suo aggiornamento dei conti pubblici. L'aumento si accompagna alle stime sul rapporto deficit/Pil, che hanno certificato l'impossibilità per l'Italia di uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Il deficit di bilancio è rimasto sopra la soglia del 3%, precisamente al 3,1%, facendo così naufragare le speranze del governo per una manovra (presumibilmente l'ultima di questa legislatura) più sostanziosa in chiave elettorale.
Nello specifico, la crescita della pressione fiscale – spiega l'Istituto – è dovuta a un aumento delle entrate fiscali e contributive (+4,1%), superiore rispetto a quello del Pil a prezzi correnti (+2,5%). L'indicatore misura il rapporto tra le entrate tributarie e contributive dello Stato (quindi, per intenderci, tutte le imposte e i contributi versati dai contribuenti) e il Pil. In sostanza, questa statistica permette di conoscere quanto della ricchezza prodotta in un anno viene prelevato dallo Stato per finanziare spesa pubblica e servizi.
L'aumento della pressione fiscale dunque, non significa necessariamente che il livello della tassazione è salito in un anno. Un rialzo delle aliquote è uno dei fattori che incide sul valore finale. Ad esempio in una fase di recessione, se l'economia rallenta e il Pil si contrae, la percentuale sale.
La pressione fiscale può aumentare anche in presenza di una crescita del gettito, dovuta a un aumento dell'occupazione o alla lotta all'evasione. In poche parole, se aumenta il numero di occupati, quindi di persone che versano regolarmente i contributi e pagano le tasse su quel lavoro, aumenteranno di conseguenza le entrate dello Stato. Allo stesso modo, se sale la quantità di denaro recuperato dall'evasione fiscale, il totale delle tasse incassate dallo Stato aumenta, andando a incidere sul calcolo della pressione fiscale.
È soprattutto su questi ultimi due fattori che Giorgia Meloni ha puntato per respingere le accuse di aver aumentato la tasse. "Non le abbiamo aumentate, le abbiamo tagliate", ha dichiarato ieri sera, ospite di Porta a Porta. "La pressione fiscale, a dispetto di quello che il nome ci può lasciare intendere, non misura quanto sono alte le tasse. La pressione fiscale misura il rapporto tra le entrate dello Stato e il prodotto interno lordo", ha spiegato. "Non aumenta solo se aumentano le tasse, se aumenta il numero delle tasse o se aumenta l'aliquota della tassa. Aumenta anche se le tasse diminuiscono, ma per esempio le paga più gente", ha proseguito. "Per cui, quando tu hai un milione e duecentomila nuovi lavoratori che pagano le tasse su quel lavoro, le entrate allo Stato aumentano anche se le tasse sono diminuite. Se tu fai un lavoro sul recupero dell'evasione fiscale, noi abbiamo fatto il record di recupero dell'evasione fiscale. Abbiamo fatto un lavoro ottimo. Se tu chiaramente combatti meglio l'evasione fiscale, le entrate allo Stato aumentano anche se le tasse sono diminuite", ha aggiunto.
Nel 2025 le entrate fiscali e contributive sono salite a un ritmo di circa due volte superiore rispetto a quello del Pil. Un aumento trainato soprattutto dalla cresciuta dei contributi sociali, passati da circa 278 miliardi a 305 nel giro di un anno. Diversamente, le imposte dirette sono cresciute poco: da circa 344 miliardi a 346. Quelle indirette invece, sono passate da 309 miliardi a 317.
Elementi che, uniti a una crescita occupazionale soprattutto in settori a bassa produttività e a ridotto valore aggiunto, hanno contribuito a portare la pressione fiscale al livello più alto degli ultimi dieci anni.
Le opposizioni sono andate all'attacco. "I numeri dell’Istat mi preoccupano fortemente: confermano che 4 anni di tagli e austerità, crescita zero, record di pressione fiscale, corsa al riarmo e accordi disastrosi firmati dal governo lasciano l’Italia in gabbia e non ci permettono di uscire dalla procedura di infrazione, mentre siamo esposti alle crisi economiche generate da guerre su cui la premier in alcuni casi fa ‘scommesse' e in altri ‘non condanna e non condivide'", ha dichiarato Giuseppe Conte.
Per il leader del Movimento 5 Stelle "bisogna agire in fretta: vanno subito rivisti e tagliati i programmi di riarmo e di impattante aumento della spesa militare per recuperare risorse. Bisogna puntare su investimenti e crescita e prendere i soldi dove ci sono per investimenti mirati e dare sollievo agli italiani dimenticati negli ospedali, nella busta paga, al distributore. E sblocchiamo subito i 13 miliardi bloccati dalla propaganda sul Ponte dello Stretto (la prima pietra è stata un'inchiesta per corruzione)".